Giovedì 09 Aprile 2026

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La preghiera di V., 50 anni, in cella: «Ridatemi il mio orsetto Teddy...»

La storia di un uomo rinchiuso nel carcere di Uta. La Garante Testa: «Non può stare qui, serve una struttura»

09 Aprile 2026, 19:37

La preghiera di V., 50 anni, in cella: «Ridatemi il mio orsetto Teddy...»

Ha cinquant’anni, ma la sua mente si è fermata molto prima. In carcere chiede l’orsacchiotto. Non per finta, non come provocazione: Teddy - questo il nome del peluche - era il suo compagno di notte quando dormiva nel letto insieme al padre, nell’appartamento di Cagliari, una casa che già di per sé racconta molto di una vita segnata dalla fragilità. V., questo è tutto quello che diremo del suo nome, è rinchiuso da mesi nella Casa circondariale di Uta, la “E. Scalas”, l’istituto più grande della Sardegna. E la sua storia è diventata una questione che la garante regionale dei detenuti, Irene Testa, non intende lasciare nel silenzio.

«Non può assolutamente stare in carcere», dice la garante Testa. E lo dice con la schiettezza di chi è andata a trovarlo di persona, ci ha parlato, e si è ritrovata davanti a qualcosa che non ci vuole molto a capire. Un uomo di cinquant’anni che ti chiede le costruzioni lego. Che parla dell’orsacchiotto come fosse la cosa più normale del mondo. Che dice «sono come un bambino» e non lo dice con vergogna, lo dice perché è la sua realtà. Le perizie psichiatriche non lasciano spazio a interpretazioni. Il dottor Antonio Canu, medico chirurgo specialista in psichiatria e consulente della procura e del Tribunale Penale di Cagliari, lo ha visitato il 5 gennaio 2026 nel carcere di Uta.

Già lo conosceva: nel 2021, insieme all’avvocato Massimo Pacini, si era recato nell’abitazione di famiglia nel quartiere Sant’Elia per valutare le condizioni di vita del nucleo familiare. Quello che aveva trovato andava «oltre ogni immaginazione», scrive nella perizia: ogni stanza era ingombra di oggetti e rifiuti di ogni tipo, il bagno quasi inutilizzabile, perfino il letto matrimoniale - quello dove il padre e il figlio dormivano insieme - sommerso di ciarpame. Il padre, 70 anni, soffre di un grave disturbo da accumulo patologico e, riferisce il fratello Fabio, spendeva circa trecento euro al mese ai mercatini per comprare oggetti inutili, frugava nei cassonetti, mangiava solo pane e latte e dormiva al massimo un paio d’ore a notte.

In quel contesto V. era cresciuto. Nato prematuro, con probabile sofferenza neonatale, madre iperprotettiva, rimandato due volte all’istituto magistrale prima di riuscire a diplomarsi con l’aiuto dei professori. Non ha mai lavorato un giorno in vita sua. Riformato alla leva militare. Non ha mai avuto una relazione affettiva. Pochissimi amici, perché anche da ragazzo veniva preso in giro per il suo carattere infantile. Di sé ha sempre detto: «Sono come un bambino».

La grave disabilità intellettiva

I test cognitivi eseguiti nel 2021 avevano già evidenziato una disabilità intellettiva di grado lieve, con deficit nelle funzioni di memoria, calcolo, riconoscimento di figure. Ma è la visita di gennaio 2026, dentro il carcere, a restituire un quadro molto più grave. Al Mini Mental State Examination, V. ottiene un punteggio di 5 su 30. Un risultato che il dottor Canu definisce “corrispondente a un deficit mentale gravissimo”. Certo, spiega lo psichiatra, l’ansia e la condizione di detenzione possono aver influito. Ma anche tenendo conto di tutto questo, la diagnosi è chiara: disabilità intellettiva almeno di grado medio-grave, con marcati tratti di immaturità e infantilismo. Non si esclude nemmeno una forma di autismo non diagnosticata in età infantile. A questo si aggiunge un grave disturbo dell’adattamento con depressione e ansia, e possibili acting out autolesivi.

Quando il dottor Canu lo incontra in carcere, V. è disorientato nel tempo in modo totale: non sa che giorno è, non sa in che mese siamo, non sa l’anno né la stagione. Parla in modo lamentoso e riferisce di sentirsi «completamente confuso, di scambiare il giorno con la notte, di sentirsi soffocare». Racconta che appena arrivato in carcere è stato subito colpito in testa con un bastone: quattro punti di sutura. Non sa se gli abbiano fatto una Tac. È stato minacciato con una lametta puntata alla gola. Quando si sporge dalle sbarre, i detenuti che passano lo schiaffeggiano. A volte sente voci che lo minacciano. E poi dice che gli mancano i suoi giocattoli: i pupazzi, le costruzioni, la PlayStation. E Teddy, l’orsacchiotto con cui era abituato a dormire.

Tolto dalla cella protetta, restituito agli altri

Per proteggerlo da tutto questo, a fine ottobre 2025 era stato trasferito nel Sai, il Servizio di Assistenza Intensificato, una sezione clinica protetta. Ma il 3 aprile 2026, senza preavviso e senza che potesse parlare con i medici o con gli agenti penitenziari, è stato spostato nel reparto Gallura, dove si trova in una cella con altri tre detenuti sconosciuti. La sua educatrice, la dottoressa Elisa Mascia, gli aveva assicurato che sarebbe rimasto nel reparto ospedaliero. Non è andata così. È Serena Schintu, la sua migliore amica, a scrivere alla garante Testa in preda all’ansia: «V. sta veramente malissimo, spero possa aiutarlo».

La dottoressa Anna Rita Collu, psichiatra del Centro di Salute Mentale di Cagliari, lo aveva visitato per la prima volta in urgenza a febbraio 2025. Anche lei, nella sua certificazione, scrive che per questo paziente «è auspicabile un progetto individualizzato alternativo alla carcerazione». Le diagnosi convergono, i professionisti che lo hanno in cura o lo hanno visitato dicono tutti la stessa cosa: quella persona non dovrebbe stare in un carcere.

Il dottor Canu, nella sua perizia forense, è ancora più netto. «Una persona con queste problematiche mentali non è certamente compatibile con lo stato di carcerazione», scrive. E aggiunge una considerazione che pesa come un macigno: se all’epoca dei fatti per cui è stato condannato fossero state valutate le sue reali condizioni mentali, è probabile che sarebbe stato giudicato almeno parzialmente incapace di intendere e di volere, se non del tutto incapace. L’avvocato che lo assisteva, sostiene lo psichiatra, non si è evidentemente reso conto di nulla. Non ha richiesto una perizia psichiatrica, nonostante il dottor Canu avesse già segnalato la situazione in una relazione del 2021. Una relazione che, scrive lo specialista con amarezza, «evidentemente non era stata neppure letta».

La conclusione della perizia è una: V. dovrebbe scontare la pena in una struttura terapeutica riabilitativa per pazienti psichiatrici, non in un carcere. O, in alternativa, ci dovrebbe essere una revisione del processo per valutare le sue effettive condizioni mentali all'epoca dei fatti. Irene Testa intende portare avanti questa vicenda. Non è la prima volta che la garante si trova a fare i conti con detenuti con gravi problemi psichiatrici dentro un sistema penitenziario che non sa dove metterli. Ma il caso di V. ha qualcosa di particolarmente stridente.

C’è un uomo che ha la mente di un bambino, che chiede un orsacchiotto per dormire, che viene preso a botte dai compagni di cella, e che quasi certamente non capisce nemmeno perché si trova lì. Non nel senso che contesta la condanna: nel senso che probabilmente non riesce a fare quel collegamento logico tra quello che ha fatto e il motivo per cui adesso è rinchiuso. Non lo capisce, perché non può capirlo.

La domanda che la sua storia solleva non è solo umanitaria, anche se quella basterebbe da sola. È una domanda sul senso stesso della pena. Cosa si vuole ottenere togliendo la libertà a qualcuno che non riesce nemmeno a elaborare l’esperienza della detenzione? Il carcere, sulla carta, dovrebbe servire anche a rieducare. Ma come si rieduca chi cognitivamente ha dieci anni, e aspetta il suo orsacchiotto senza capire perché gliel’abbiano portato via?