Lunedì 06 Aprile 2026

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Gravemente malato, ma resta in cella: il caso finisce in Parlamento

Sepsi, infezioni sistemiche, danni neurologici. Le condizioni di Marco Leandro Bondavalli sono considerate incompatibili con il carcere, ma pure il ricovero in ospedale viene contestata come violazione

06 Aprile 2026, 15:24

carcere

Marco Leandro Bondavalli ha 48 anni, una pena da scontare fino al 3 marzo 2048 (pena lunghissima dovuta al cumulo di piccoli reati) e un corpo che, stando alle valutazioni di più medici, non regge il carcere. Eppure in carcere ci è finito lo stesso, a poche ore da un intervento chirurgico. Oggi è ricoverato in ospedale a Piacenza con una sepsi in corso, infezioni sistemiche da candida e stafilococco, febbre alta, pressione molto bassa e un’infezione del catetere venoso centrale. Il quadro è critico e continua a peggiorare. A raccontare questa storia è l’associazione Yairaiha Ets, che segue il caso da anni. E ora c’è anche un’interrogazione parlamentare.

A fine marzo la deputata del Movimento 5 Stelle Stefania Ascari ha presentato un’interrogazione a risposta scritta ai ministri della Giustizia e della Salute, chiedendo conto di quanto accaduto a Marco e sollecitando risposte urgenti. Nel testo dell’atto, protocollato con il numero 4/07430, la deputata ricostruisce la vicenda passo dopo passo, citando patologie, date, provvedimenti giudiziari e certificazioni mediche. È una lettura difficile, perché mette insieme una condizione di salute devastante e una serie di decisioni che, almeno a guardare la cronologia, sembrano andare in direzione contraria rispetto alle valutazioni cliniche.

Le patologie di Marco sono numerose e gravi. Dopo una serie di interventi di chirurgia bariatrica ha sviluppato una sindrome da malassorbimento severo, con carenze vitaminiche che nel tempo hanno causato danni neurologici importanti: una neuropatia tossico-carenziale, una neurite ottica retrobulbare, una polineuropatia che gli ha fatto perdere l’autonomia motoria. Ha anche una vescica neurologica che richiede la cateterizzazione permanente, con episodi ricorrenti di infezioni urinarie e un rischio elevato di sepsi. A tutto questo si aggiungono idronefrosi con insufficienza renale, anemia, e un’ipertensione arteriosa resistente alle terapie farmacologiche, con valori pressori talmente alti da richiedere il 12 marzo 2026 un intervento chirurgico di denervazione simpatica renale bilaterale. In passato ha già avuto un episodio di shock settico. La storia farmacologica è ulteriormente complicata da una pluriallergia ai farmaci.

Un quadro del genere aveva già convinto più volte la magistratura di sorveglianza a concedergli la detenzione domiciliare per motivi umanitari. Sia il magistrato di sorveglianza di Verona che quello di Ancona, con la conferma dei rispettivi tribunali, avevano ritenuto le sue condizioni incompatibili con il carcere. Marco si trovava quindi ai domiciliari, con prescrizioni precise: spostamenti solo per esigenze sanitarie documentate, nei limiti del comune di residenza e in fasce orarie stabilite, con indicazione di rivolgersi alle strutture di Scandiano o Reggio Emilia.

Le prescrizioni che non reggevano la realtà

Il problema è che quelle prescrizioni, nella pratica, non si adattavano alla realtà clinica di Marco. Il presidio di Scandiano ha un’attività limitata e non garantisce copertura continuativa. A Reggio Emilia, per la complessità del caso, non veniva preso in carico. Il suo vero centro di cura era l’ospedale di Ravenna, l’unica struttura che lo seguiva con continuità e con le competenze adeguate. Ma Ravenna non è prevista dalle prescrizioni.

Il 19 febbraio 2026 le condizioni di Marco peggiorano. Si reca al Cau di Reggio Emilia e da lì viene trasferito d’urgenza all’ospedale di Ravenna, dove viene ricoverato in attesa di intervento chirurgico. Rimane in ospedale oltre la data entro cui avrebbe dovuto rientrare al domicilio, fissata al 9 marzo 2026. Questo mancato rientro viene contestato come una violazione delle prescrizioni. Il fatto che Marco fosse ricoverato, con documentazione medica che lo attestava, non basta a escludere la contestazione.

Il 12 marzo 2026 viene operato con l’intervento di denervazione renale bilaterale. A poche ore dall’operazione, la polizia penitenziaria lo prende in consegna e lo porta al carcere di Ravenna. Il giorno successivo, 13 marzo, il magistrato di sorveglianza di Reggio Emilia sospende in via provvisoria la misura della detenzione domiciliare, contestando le presunte violazioni. Al carcere di Ravenna la situazione precipita subito. Marco sviluppa febbre e una crisi ipertensiva acuta. Viene chiamato il 118 e viene nuovamente ricoverato in ospedale. Il medico dell’istituto penitenziario mette tutto nero su bianco: il paziente è incompatibile con il regime carcerario, ha bisogno di assistenza sanitaria continua e specialistica, non può essere trasferito in sicurezza, e non è gestibile neppure in strutture penitenziarie dotate di assistenza sanitaria avanzata. Il medico segnala anche la necessità di una rivalutazione giudiziaria urgente della situazione.

Nonostante tutto questo, viene poi disposto il trasferimento al centro clinico del carcere di Piacenza. Anche lì il medico conferma l’incompatibilità con il regime detentivo. Marco viene quindi portato all’ospedale di Piacenza, sempre in stato di detenzione. Le istanze urgenti di differimento della pena presentate dall’avvocato difensore vengono dichiarate inammissibili e rigettate. L’udienza davanti al tribunale di sorveglianza di Bologna è fissata per giovedì prossimo 9 Aprile. Nel frattempo, se Marco dovesse essere dimesso dall’ospedale prima di quella data, dovrebbe tornare in carcere.

Prima il detenuto, poi il paziente

L’interrogazione della deputata Ascari chiede ai ministri competenti se siano a conoscenza di quanto accaduto, se intendano disporre verifiche ispettive sull’istituto penitenziario e sugli uffici di sorveglianza coinvolti, e se non ritengano necessario adottare iniziative normative o amministrative per chiarire e uniformare i criteri in materia di differimento della pena e detenzione domiciliare per gravi motivi di salute. I riferimenti costituzionali sono l’articolo 32 sul diritto alla salute, l’articolo 27 terzo comma sul senso umano della pena, e le norme della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che vietano trattamenti inumani e degradanti.

Per Yairaiha Ets, la storia di Marco mette in luce un problema che va oltre il caso singolo. Troppo spesso, dice l’associazione, in situazioni come questa si guarda prima alla durata della pena e al fine pena lontano, e solo dopo alle condizioni reali di salute della persona. Il detenuto viene visto prima come tale, e solo in seconda battuta come paziente, anche quando il quadro clinico è grave e ampiamente documentato. Il risultato è che chi avrebbe bisogno di cure continue e sicure non viene messo nelle condizioni di riceverle.

Nel caso di Marco la sequenza degli eventi è tutta documentata. Una persona ricoverata in ospedale viene considerata in violazione delle prescrizioni perché non torna a casa, nonostante si trovi lì per esigenze mediche certificate. Viene poi condotta in carcere a poche ore da un intervento chirurgico. I medici, uno dopo l’altro, firmano certificazioni di incompatibilità con il regime detentivo e segnalano che non è gestibile in sicurezza. Le istanze urgenti della difesa vengono rigettate. I trasferimenti continuano. E le condizioni di salute peggiorano.

Ora si attende giovedì, quando il tribunale di sorveglianza di Bologna si pronuncerà sulla situazione. Nel frattempo la deputata Ascari ha messo il caso nelle mani dei ministri, chiedendo risposte concrete e in tempi rapidi. Come scrive nell’interrogazione, il rischio per la vita di Marco Bondavalli è concreto e attuale. E ogni giorno che passa senza una risposta è un giorno in più trascorso in una condizione che più di un medico ha già dichiarato incompatibile con la detenzione.