Martedì 31 Marzo 2026

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L’odissea di Domenico, “bomba a orologeria” in cella a Rebibbia

Il caso di un detenuto di 67 anni gravemente malato dimostra come il diritto alla salute in carcere resti soltanto sulla carta

31 Marzo 2026, 12:03

L’odissea di Domenico, “bomba a orologeria” in cella a Rebibbia

L’articolo 27 della Costituzione dice che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Lo dice da settantotto anni. In carcere, però, quel principio smette di funzionare. Come ad esempio il diritto alla salute. Non perché le leggi non lo tutelino, ma perché tra la norma scritta e la cella vissuta c'è un abisso fatto di esami rinviati, farmaci esauriti, ambulanze chiamate d'urgenza, risonanze mai eseguite, tribunali che non rispondono. Il caso di Domenico Pappacena è uno di quelli che quel principio lo mette sotto i piedi ogni giorno.

Il 7 marzo scorso Pappacena, 67 anni, detenuto nella Casa di Reclusione di Roma Rebibbia, è stato portato in ambulanza al Pronto Soccorso del Policlinico Umberto I per un episodio sincopale. La Tc cranica ha evidenziato una “focale iperdensità di 5mm in sede pericerebellare superiore destra, meritevole di ulteriore controllo”. La radiografia del torace ha identificato una “immagine nodulariforme di 11mm in sede apicale sinistra, meritevole di confronto con esami precedenti e di ulteriore approfondimento diagnostico”. La troponina era lievemente oltre la soglia di normalità. L'emoglobina era scesa a 11.1 g/dL. I medici dell’Umberto I hanno sconsigliato le dimissioni. Il paziente, accompagnato dalla scorta della Polizia Penitenziaria, ha firmato le dimissioni contro il parere medico ed è rientrato a Rebibbia.

Questa vicenda è stata resa nota su Repubblica da Luigi Manconi e Marica Fantauzzi, che avevano descritto le condizioni di salute di quest'uomo come “al limite della sopravvivenza”. Il Dubbio ha potuto visionare le cartelle cliniche che documentano, visita dopo visita, il percorso di un paziente ad altissimo rischio cardiovascolare tenuto in cella nonostante le condizioni rendano la detenzione una delle misure più lesive che si possano applicare al suo organismo.

Pappacena è originario di Sarno, in provincia di Salerno. Condannato in via definitiva per riciclaggio e bancarotta, è detenuto a Rebibbia da fine febbraio 2025, dopo un trasferimento dalla Casa Circondariale di Latina. La storia medica è quella di un organismo che ha già subito danni irreversibili e che ogni giorno richiede attenzione specialistica. Nel 2008 ha affrontato un bypass aortocoronarico quadruplo. Nel 2013 uno stenting coronarico. Nel 2023 un'ulteriore procedura di rivascolarizzazione percutanea. Convive con il diabete di tipo 2, con l’ipertensione arteriosa difficile da controllare, con una broncopneumopatia cronica ostruttiva e con la dislipidemia. La cardiologa che lo segue a Rebibbia, la dottoressa Marta Marziali dell’Asl Roma 2, lo ha classificato come paziente con SCORE2 elevato, l’indice che identifica i soggetti con la probabilità più alta di eventi cardiovascolari gravi nei successivi dieci anni. Il target di colesterolo Ldl da mantenere è sotto i 55 mg/dl, il valore più restrittivo previsto dalle linee guida.

A dicembre 2025 la visita ematologica al Policlinico Umberto I ha aggiunto un elemento nuovo e preoccupante: la presenza di una gammopatia monoclonale di incerto significato, la cosiddetta Mgus. Il referto del 19 dicembre dice chiaramente che “non è stata eseguita immunofissazione sierica per la tipizzazione della componente monoclonale” e che si rende necessario eseguire una TC total body con mezzo di contrasto per escludere lesioni osteolitiche, linfoadenomegalie o organomegalie. Il laboratorio del Pertini, già a marzo 2025, aveva riscontrato una banda monoclonale in zona gamma pari a 0.6 g/dl. L’ultimo esame disponibile, datato gennaio 2026, confermava la banda e segnalava catene lambda libere nel siero a 29 mg/L, con un rapporto kappa/lambda di 0.59, al di fuori del range di normalità. La TC total body non risulta eseguita.

La terapia quotidiana comprende undici farmaci diversi, somministrati in quattro orari della giornata. In ogni controllo cardiologico del 2025 la pressione è rimasta sopra i valori accettabili, arrivata in alcuni momenti a 160/100 mmHg nonostante la terapia. L'ecocardiogramma è stato richiesto a marzo 2025, poi a luglio, poi a settembre. All’ultima visita cardiologica disponibile, datata 27 febbraio 2026, l'esame non risulta ancora eseguito. Nell’agosto 2025 Pappacena è stato ricoverato d’urgenza al Sandro Pertini con saturazione di ossigeno all’87 per cento, pressione a 180/100, frequenza cardiaca a 108 battiti al minuto. La coronarografia ha mostrato un'aterosclerosi coronarica “con impegno critico dei rami principali”. Tra le raccomandazioni alla dimissione del 23 agosto: “assoluta astensione dal fumo; regolari controlli dei valori pressori mantenendo PA inferiore a 130/80 mmHg; regolari controlli dell'assetto glicemico”.


In carcere quelle condizioni sono difficili da garantire in modo sistematico. Le cartelle documentano anche le difficoltà nella gestione ordinaria delle cure. A luglio 2025 il farmaco Blopress 32mg è stato sostituito per tre giorni consecutivi con un analogo, il Tareg, “per indisponibilità di reparto”. La nota medica precisa che la sostituzione va confermata “fino a riassortimento farmaco”. La visita ematologica del 4 luglio non è stata effettuata per “mancata traduzione”. Una seconda visita ematologica, fissata per il 13 ottobre all'Umberto I, non si è tenuta “per carenza di personale del NTP”, il nucleo traduzione e piantonamento. L’ecocardiogramma è ancora in lista d’attesa dopo più di un anno dalla prima richiesta.

Il Tribunale di Sorveglianza di Roma non ha mai risposto all’istanza dell’avvocato per una misura alternativa alla detenzione o per un differimento della pena ai sensi dell’articolo 147 del codice penale. Lo ricorda la figlia Valentina, che da mesi si batte per ottenere risposte: “Non è un uomo da cui la società deve difendersi, ma una persona fragile che oggi avrebbe bisogno, prima di tutto, di essere curata. Ha una famiglia presente, pronta ad accoglierlo e ad assisterlo in ogni momento, e una concreta possibilità di reinserimento lavorativo. Esistono, quindi, tutte le condizioni per una misura alternativa alla detenzione o, quantomeno, per un differimento della pena”.

Al Policlinico Umberto I, la sera dell’8 marzo, il neurochirurgo aveva scritto in modo esplicito: “si consiglia eseguire RM encefalo con e senza mezzo di contrasto con sequenze angio entro 24/48h”. La risonanza non è stata eseguita. Tornato a Rebibbia il 9 marzo, il medico del carcere ha annotato la necessità di una Tac torace di controllo per il nodulo polmonare di undici millimetri che nessuno ha ancora inquadrato con precisione diagnostica, e che richiede accertamenti urgenti che la struttura penitenziaria non è ancora riuscita a organizzare.

Manconi e Fantauzzi su Repubblica scrivono che “a volte non basta l'autorità medica, né la ferma volontà della famiglia: a volte l'urgenza di sorvegliare e punire prevale”. Le cartelle cliniche che Il Dubbio ha potuto visionare danno corpo a quella frase con la freddezza dei referti. Non impressioni, non racconto familiare: verbali di Pronto Soccorso, richieste di esami disattese, farmaci sostituiti per mancanza di scorte, appuntamenti saltati per mancanza di personale. Un uomo con cinque procedure cardiache alle spalle, una gammopatia monoclonale da classificare, un nodulo al polmone da studiare e una risonanza cerebrale ancora da fare è in una cella a Rebibbia. Il Tribunale di Sorveglianza non ha ancora risposto. L’articolo 27 della Costituzione, invece, c’è ancora. Anche se nelle patrie galere risulta tuttora carta straccia.