Carcere Marassi
La morte di Amir Dhuioui nel carcere di Genova Marassi arriva ora a un passaggio giudiziario decisivo. Due agenti della polizia penitenziaria in servizio nell’istituto rischiano infatti il processo per il suicidio del detenuto di 21 anni, avvenuto il 4 dicembre 2024. La pubblico ministero Gabriella Dotto ha chiesto il rinvio a giudizio e l’udienza preliminare davanti alla gip Carla Pastorini è stata fissata per il 7 maggio.
Il caso riguarda quanto avvenuto all’interno di una sezione particolarmente delicata del penitenziario genovese, il reparto quarto, nella sezione “Sostegno Integrato”, destinata a detenuti con gravi problematiche psichiatriche. Proprio in quel contesto Amir Dhuioui era sottoposto a un regime di Grande Sorveglianza Custodiale, con controlli previsti ogni quindici minuti in ragione dei ripetuti episodi autolesionistici e dello stato di agitazione manifestato nei giorni precedenti.
Secondo la ricostruzione dell’accusa, i due agenti erano addetti alla vigilanza del primo piano del reparto e avrebbero omesso i controlli previsti nel lasso di tempo che ha preceduto il ritrovamento del corpo. L’ultimo controllo risalirebbe alle 16.11, mentre il giovane venne trovato morto alle 17.01, circa cinquanta minuti più tardi.
È proprio questo intervallo temporale a costituire il punto centrale dell’inchiesta. In quei cinquanta minuti, secondo la contestazione, non sarebbero stati effettuati controlli né in presenza né da remoto, nonostante le prescrizioni di sorveglianza imposte dal regime a cui il detenuto era sottoposto. Un dato che assume ancora più rilievo alla luce delle condizioni del sistema di videosorveglianza.
Dalla ricostruzione emerge infatti che una delle due telecamere puntate sulla cella non funzionasse. L’estremo gesto sarebbe stato compiuto nel bagno della cella, area nella quale la videosorveglianza risultava invece attiva. Le immagini avrebbero registrato un primo tentativo di impiccarsi alle 16.11 e un secondo alle 16.13, poi risultato fatale.
Gli ultimi movimenti del giovane, secondo quanto riportato, risulterebbero alle 16.18. Da quel momento fino al ritrovamento del corpo sarebbe trascorso un arco di tempo lungo, nel quale, stando all’impianto accusatorio, non vi sarebbe stato alcun intervento di controllo, nonostante il livello di rischio già noto e formalmente monitorato.
Dopo la morte di Amir Dhuioui, la famiglia aveva presentato un esposto, segnalando la mancata osservanza delle misure di vigilanza previste per un detenuto considerato ad alto rischio. La denuncia dei familiari ha contribuito ad accendere i riflettori su una vicenda che si colloca dentro il più ampio tema dei suicidi in carcere e delle condizioni di tutela per i detenuti più fragili sul piano psichico.
La posizione dell’accusa si fonda proprio sull’ipotesi che le cautele previste non siano state rispettate in modo adeguato, in un contesto in cui la sorveglianza rafforzata avrebbe dovuto rappresentare il principale strumento di prevenzione.
Sarà ora l’udienza preliminare del 7 maggio a segnare il primo vero snodo processuale della vicenda.