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Raid e detenuti

Iran, il Wall Street Journal: raid Usa-Israele colpiscono anche strutture con detenuti politici

L’inchiesta del quotidiano americano parla di almeno sette siti danneggiati, tra cui Evin e complessi legati ai Pasdaran. Cresce l’allarme per i prigionieri politici e per almeno sei cittadini americani detenuti in Iran

23 Marzo 2026, 11:16

Iran, il Wall Street Journal: raid Usa-Israele colpiscono anche strutture con detenuti politici

I raid aerei condotti da Stati Uniti e Israele contro l’Iran avrebbero colpito anche strutture utilizzate dal regime per la detenzione di oppositori e prigionieri politici. A sostenerlo è un’inchiesta del Wall Street Journal, secondo cui almeno sette siti riconducibili all’apparato carcerario e di sicurezza iraniano sarebbero stati danneggiati nel corso della campagna militare. Tra questi figura anche il carcere di Evin, alla periferia nord di Teheran, simbolo della repressione della Repubblica islamica.

Secondo il quotidiano americano, le immagini satellitari esaminate mostrerebbero danni non solo a Evin, ma anche a un complesso dei Pasdaran a Kermanshah dotato di due centri di detenzione e al carcere di Marivan, nell’Iran occidentale, colpito indirettamente da un attacco vicino a una stazione di polizia. Il quadro che emerge è quello di una crescente esposizione dei detenuti, stretti tra la repressione interna e gli effetti dei bombardamenti.

Evin torna al centro dell’allarme

Il carcere di Evin era già stato colpito nel giugno 2025 durante la guerra dei dodici giorni tra Iran e Israele. Allora, secondo Reuters, un raid israeliano provocò la morte di almeno 71 persone, tra personale amministrativo, detenuti, visitatori e residenti dell’area. Israele sostenne di avere colpito il sito perché al suo interno si svolgevano attività di intelligence e controspionaggio, aggiungendo di avere agito con precisione per ridurre al minimo i danni ai civili detenuti.

Ora, secondo il Wall Street Journal, i nuovi attacchi avrebbero riaperto quel fronte di rischio. Il quotidiano scrive che decine di detenuti del braccio 209 di Evin, gestito dai servizi segreti delle Guardie Rivoluzionarie, sarebbero stati trasferiti senza preavviso in strutture segrete. Le famiglie, riferisce il giornale, non saprebbero dove si trovino e temono che possano essere usati come scudi umani o comunque esposti a ulteriori rappresaglie.

L’allarme sui detenuti politici curdi

A rafforzare il quadro di preoccupazione sono anche le informazioni diffuse da Hengaw, organizzazione curdo-iraniana per i diritti umani con sede in Norvegia. Secondo il gruppo, alcuni detenuti rinchiusi in strutture di sicurezza a Sanandaj sarebbero rimasti feriti e sarebbero stati ricoverati in ospedale dopo che i raid hanno gravemente danneggiato un complesso del ministero dell’Intelligence e la base delle Guardie Rivoluzionarie di Shahramfar. Queste informazioni, però, non risultano confermate in modo indipendente dalle principali agenzie internazionali.

Il Wall Street Journal inserisce questi episodi in una cornice più ampia: quella di un sistema carcerario già fortemente segnato dalla repressione politica e ora esposto anche alle conseguenze della guerra. Il quotidiano sottolinea che i bombardamenti hanno seminato panico tra i detenuti e aggravato il loro stress psicologico, in un contesto in cui già si registrano scarsità di cibo, medicine e contatti con l’esterno.

Sei americani in pericolo

Uno degli aspetti più delicati riguarda la presenza di cittadini statunitensi detenuti in Iran. Il governo americano non ha confermato ufficialmente il numero, ma la James W. Foley Legacy Foundation sostiene che siano almeno sei e che oggi corrano un «pericolo senza precedenti» proprio a causa dei raid e del deterioramento delle condizioni di sicurezza. Reuters e AP hanno riportato questo allarme nelle ultime settimane.

Tra i casi citati ci sono Kamran Hekmati, 61 anni, irano-americano detenuto a Evin e recentemente designato dagli Stati Uniti come wrongfully detained, e Reza Valizadeh, giornalista di 49 anni arrestato durante una visita ai genitori anziani in Iran. Sempre a Evin si trova anche Craig Foreman, detenuto insieme alla moglie Lindsay Foreman, condannati dalle autorità iraniane con accuse di spionaggio che Londra ha definito del tutto ingiustificate.

Paura per nuovi trasferimenti e rappresaglie

Il vero timore, secondo le organizzazioni che seguono i casi dei detenuti stranieri e politici, è che l’inasprimento della guerra renda ancora più opache le condizioni di custodia. Il Wall Street Journal scrive che il caos generato dai bombardamenti, insieme all’evacuazione dell’ambasciata svizzera che funge da intermediario per gli Stati Uniti in Iran, ha lasciato molte famiglie senza informazioni affidabili sui propri parenti.

In parallelo, Reuters segnala che il potere giudiziario iraniano ha annunciato l’esecuzione di pene e un irrigidimento generale verso persone accusate di disordini o collaborazione con il nemico, dentro un contesto di forte repressione interna che si è ulteriormente aggravato con la guerra.