L'approfondimento
C’è un silenzio che pesa più degli altri nelle carceri italiane ed è quello che avvolge le urne elettorali. Ogni volta che si avvicina un appuntamento con il voto, si ripete la stessa scena: un labirinto di moduli, timbri e comunicazioni smarrite che finisce per soffocare il diritto più elementare di chi sta dietro le sbarre. Questo fine settimana il Paese è chiamato a esprimersi sul referendum costituzionale per la riforma della giustizia e per chi vive in una cella, magari in attesa di un giudizio che non arriva mai, questa consultazione non è un esercizio teorico. È qualcosa che tocca la carne e il futuro di migliaia di persone. Eppure, le probabilità che un detenuto riesca effettivamente a mettere quella croce sulla scheda rimangono basse, intrappolate in una burocrazia che sembra disegnata apposta per scoraggiare.
I numeri delle ultime consultazioni raccontano una storia di esclusione sistematica. Nel referendum del 2022, quello che doveva cambiare le regole sulle misure cautelari e sulla carriera dei magistrati, l’affluenza generale è stata un disastro, ma nelle carceri è andata anche peggio. Su migliaia di potenziali elettori, solo una manciata è riuscita a votare. Non è solo disinteresse. Per votare dal carcere bisogna muoversi con un anticipo che spesso mal si concilia con i ritmi e le carenze di un sistema al collasso. Bisogna chiedere il permesso al direttore, sperare che l’ufficio matricola invii la domanda al comune di residenza in tempo e che quel comune risponda prima che i seggi chiudano. Basta che un solo ingranaggio si inceppi perché il cittadino detenuto torni a essere solo un numero di matricola senza voce.
Il vero ostacolo non sono le sbarre, ma quella che gli addetti ai lavori chiamano la triangolazione burocratica. Il detenuto deve passare attraverso tre amministrazioni diverse: il carcere, il comune dove è nato o risiede e il comune dove si trova la prigione. In un mondo ideale, un click basterebbe a confermare che una persona ha diritto di voto. Nella realtà italiana, è ancora tutto basato su carta e attestazioni che devono viaggiare da un ufficio all’altro. E poi c’è il problema della tessera elettorale. Quanti arrivano in carcere con il documento in tasca? Quasi nessuno. Recuperarla da casa o chiederne un duplicato mentre si è chiusi in una sezione di alta sicurezza diventa un’impresa epica. Molti garanti territoriali segnalano che nelle sezioni non entra nemmeno l’informazione.
Non si parla della riforma, non si spiegano i quesiti, non si dice ai detenuti che, a meno di condanne pesantissime che tolgono i diritti civili, loro possono e devono votare. Soprattutto quelli in custodia cautelare, che sono circa uno su tre. Persone che la legge considera innocenti fino a prova contraria, ma che di fatto vivono una sospensione della cittadinanza. Per loro, votare sulla separazione delle carriere o sul funzionamento del Csm significherebbe poter dire la propria sulla macchina che li sta processando. Invece, spesso rimangono a guardare i talk show in televisione, senza che nessuno entri a portargli un modulo per la domanda. In Francia hanno iniziato a usare il voto per posta e l’affluenza è triplicata. Da noi si resta legati a un sistema che sembra voler tenere la politica fuori dalle mura, forse per paura che i reclusi si accorgano di contare ancora qualcosa.
Questo appuntamento di domenica e lunedì è diverso dagli altri. Non c’è il quorum, quindi ogni voto peserà come un macigno sul risultato finale. La riforma proposta dal governo mira a cambiare le fondamenta del sistema giudiziario: due consigli superiori della magistratura, carriere divise tra chi accusa e chi giudica, persino il sorteggio per evitare i giochi delle correnti. Sono temi che per un cittadino medio possono sembrare tecnici o distanti, ma per chi vive il carcere sono pane quotidiano. La separazione delle carriere è la garanzia che chi decide della tua libertà non sia un collega di scrivania di chi ha chiesto il tuo arresto. Eppure, proprio chi avrebbe più motivi per votare è quello a cui viene reso più difficile farlo. Il sovraffollamento ha superato ogni limite di guardia e il clima negli istituti è incendiario. Con oltre sessantamila persone stipate in posti che ne potrebbero contenere quarantaseimila, la priorità delle direzioni è gestire l’emergenza quotidiana, non certo organizzare i seggi speciali.
La polizia penitenziaria è stremata, gli organici sono ridotti all’osso e spesso manca fisicamente il personale per accompagnare i detenuti dai bracci fino al locale dove si vota. È un paradosso doloroso: lo Stato chiede ai cittadini di esprimersi su come rendere la giustizia più giusta, ma contemporaneamente si dimostra incapace di garantire l’esercizio di quel voto proprio a chi dalla giustizia è stato preso e rinchiuso. Se vogliamo davvero che il carcere non sia un buco nero dei diritti, dobbiamo iniziare dalle urne. Altrimenti, continueremo a commentare dati di affluenza ridicoli, fingendo di non sapere che dietro quell’astensionismo non c’è pigrizia, ma un diritto negato con il timbro della burocrazia. C’è chi dice che far votare i detenuti non interessi a nessuno perché non portano consenso elettorale, ma qui la posta in gioco è la qualità della nostra democrazia. Un sistema che teme il voto dei suoi cittadini più fragili è un sistema che ha smesso di credere nella sua stessa forza rieducativa. Sabato e domenica si deciderà il futuro dei tribunali, ma nelle sezioni di San Vittore o di Poggioreale il rischio è che si decida ancora una volta di non decidere nulla, lasciando che la voce di chi sta dentro si perda tra le scartoffie di un ufficio che ha dimenticato di rispondere.