Martedì 17 Marzo 2026

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Il Capo dello Stato

Mattarella: «I suicidi in carcere sono una sconfitta dello Stato»

Il presidente Mattarella, alla cerimonia per il 209° anniversario della Polizia penitenziaria, non usa mezzi termini sulle carenze

17 Marzo 2026, 11:27

Mattarella: «I suicidi in carcere sono una sconfitta dello Stato»

Mattarella, presidente della Repubblica

I suicidi in carcere sono «una sconfitta dello Stato». Lo ha detto Sergio Mattarella ieri pomeriggio al Quirinale, ricevendo una rappresentanza della Polizia Penitenziaria per il 209° anniversario dalla fondazione del Corpo, guidata dal capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, Stefano Carmine De Michele. Prima del saluto ufficiale c'era già stato un incontro riservato tra i due. Mattarella lo ha ricordato subito, aprendo il suo intervento davanti alla sala: «Poc’anzi abbiamo avuto un colloquio e abbiamo affrontato diversi problemi e trattato le prospettive per l'attività di questo importante reparto e dell'attività del corpo penitenziario».

Da quel colloquio è uscito quello che ha detto dopo. Nessuna formula celebrativa, nessun elenco di traguardi. Ha cominciato dai problemi, uno per uno: il sovraffollamento, le condizioni fisiche degli edifici, la carenza di organici. «Sono compiti che siete chiamati a svolgere, di grande responsabilità, sovente in condizioni di estrema difficoltà, talvolta difficoltà insostenibili, per le condizioni di sovraffollamento, per le condizioni strutturali degli edifici penitenziari sotto il profilo non soltanto sanitario, strutturale». Il sovraffollamento è il dato che torna in ogni rapporto, in ogni ispezione, in ogni interrogazione parlamentare. Ma Mattarella ha aggiunto qualcosa che va oltre il numero dei posti letto: le strutture stesse non sono adeguate al compito. Edifici costruiti in un'altra epoca, non pensati per quello che devono contenere oggi, con tutto quello che comporta sul piano della sicurezza e della possibilità concreta di fare qualcosa di utile con il tempo della detenzione.

A questo si aggiunge la carenza di personale. «Si aggiunge una carenza di personale che non è da oggi, ma continua a pesare fortemente anche sul lavoro degli agenti del corpo penitenziario, chiamati a moltiplicare gli sforzi per l'attività da svolgere». La formula «non è da oggi» vale come un giudizio: il problema è cronico, sedimentato nel tempo, e nessuna soluzione emergenziale basterà a smontarlo.

C'è poi una terza criticità che nel dibattito pubblico trova poco spazio: «La carenza di professionalità, come quelle sanitarie e quelle di formatori, che sono essenziali nel mondo carcerario». Medici, psicologi, educatori. Figure senza le quali il carcere resta contenimento puro, e il contenimento da solo non prepara nessuno a uscire e non impedisce a nessuno di tornare. Sono assenze che non finiscono sui titoli dei giornali, ma che gli agenti penitenziari conoscono bene perché ci lavorano dentro ogni giorno, e sanno cosa significa gestire situazioni di disagio acuto senza avere accanto qualcuno formato per farlo.

La sintesi Mattarella l’ha affidata a una frase diretta: «Vi è una condizione complessiva che richiede a tutti voi del corpo un impegno particolare, un sovrappiù di impegno professionale. Io vi ringrazio per la dedizione con cui svolgete i compiti che vi sono affidati”.

La sconfitta che si chiama suicidio

«Naturalmente vi sono tanti problemi che tutti conosciamo. Il primo dei quali è la piaga dei suicidi dei detenuti che non si attenua. Ciascuno di questi casi è una sconfitta dello Stato, a cui sono affidate le vite dei detenuti». Chiamarla sconfitta dello Stato sposta la questione fuori dal perimetro della tragedia individuale. Chi è detenuto è sotto la custodia dello Stato, e quella custodia include un dovere di cura che quando viene meno non può essere archiviato come fatalità. Lo Stato prende in carico quelle vite nel momento in cui emette una sentenza. Non può poi dichiarare di non sapere o di non poter fare.

Da quel punto Mattarella ha sviluppato il ragionamento sul reinserimento, tenendo insieme due argomenti che nel dibattito politico tendono a stare su sponde opposte. Da un lato l’obbligo di civiltà, dall'altro l'interesse concreto della collettività: «È non soltanto un obbligo costituzionale, ma è una scelta di civiltà, ed è anche un investimento per la sicurezza della cittadinanza. Perché l’opera di recupero, quando svolta, conduce a una recidiva estremamente bassa, e quindi è responsabilità che la Repubblica deve coltivare concretamente il più possibile».

Chi esce dopo un percorso serio di reinserimento torna a commettere reati molto meno. Non è un’opinione, è quello che dicono i dati. E se si parte da lì, investire nel recupero non è una posizione ideologica: è semplicemente razionale. Per arrivarci servono quelle attività che il capo dello Stato ha citato con un leggero distacco lessicale: «Anche per questo sono molto importanti le attività che vengono definite con un termine non felicissimo, "trattamentali", ma che sono essenziali in questa finalità di recupero e reinserimento». Lavoro, formazione, istruzione, supporto psicologico. Il contrario delle giornate vuote che in molti istituti scandiscono la detenzione dall'alba al tramonto.

La chiusura è stata netta: «Questa è una finalità prevista dalla Costituzione che la Repubblica ha l'obbligo di coltivare». L’articolo 27 è scritto da quasi ottant’anni. Stabilisce che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è una raccomandazione, è un obbligo. La distanza tra quello che prescrive e quello che succede in molte carceri italiane misura un ritardo che si accumula da decenni, indipendentemente dal colore dei governi che si sono succeduti. Mattarella lo ha detto davanti a una sala di agenti penitenziari che quel mandato lo vivono ogni giorno, spesso con mezzi che non bastano e senza che qualcuno gliene riconosca pubblicamente il peso.

Caduti del Corpo, caduti della Repubblica

A un certo punto della cerimonia Mattarella ha ricevuto una pubblicazione con i nomi dei caduti del Corpo, accompagnati dalle testimonianze dei familiari. Non un volume celebrativo nel senso ordinario del termine: storie, voci, memoria raccolta e messa su carta. Ha guardato quelle pagine e ha detto: “Li rende più vivi e più coinvolgenti, certamente. Sono nomi di eroi del Corpo, di caduti del Corpo, ma di caduti della Repubblica. E io desidero ricordarli tutti, ancora una volta, e ringraziare i familiari per essere presenti qui questa sera”.

I familiari erano in sala. Li aveva già nominati esplicitamente nel corso dell'intervento, esprimendo “la riconoscenza della Repubblica”. Dire “caduti della Repubblica” e non solo “caduti del Corpo” è una distinzione precisa: quelle vite non appartengono alla memoria interna di una categoria professionale, appartengono alla storia collettiva del paese. È la stessa logica con cui si ricordano i caduti di altre forze dello Stato: il sacrificio non era al servizio di un'istituzione sola, era al servizio di tutti. Eppure la Polizia Penitenziaria è tra le forze dello Stato che meno spazio trovano nel racconto pubblico, spesso ridotta a comparsa nei momenti di cronaca nera e dimenticata nel resto del tempo. Quella pubblicazione, con i nomi e le voci dei familiari, lavora esattamente contro questa tendenza: restituisce volti e storie a persone che altrimenti resterebbero numeri in un elenco.

Mattarella ha ricevuto il volume, lo ha guardato, e ha usato una parola sola per dire cosa fa quella raccolta di testimonianze: li rende più vivi. Non è retorica. È la descrizione di quello che succede quando una memoria smette di essere archivio e diventa racconto.

Nel saluto finale aveva tenuto insieme chi stava uscendo dal servizio, “dopo anni di impegno intenso e sovente faticoso”, e “gli allievi che si preparano a un compito così delicato”. Due generazioni nella stessa stanza, con percorsi opposti davanti a sé, accomunate dalla stessa realtà che il capo dello Stato non aveva abbellito in nessun passaggio della serata. A chi inizia non è stato promesso un lavoro semplice. A chi finisce è stato riconosciuto, senza enfasi, che non lo è stato. In mezzo, tutto quello che Mattarella aveva detto prima: il sovraffollamento, la carenza di personale, i suicidi che non si fermano, l’obbligo costituzionale che fatica a diventare pratica quotidiana. Un quadro che il capo dello Stato ha scelto di non addolcire, neanche in una cerimonia di anniversario, neanche davanti a una sala piena di divise.