Focus
In un solo anno, l’Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per decine di violazioni che riguardano direttamente il carcere e la giustizia. Processi iniqui, detenzioni arbitrarie, trattamenti inumani, sentenze rimaste lettera morta: il recente Rapporto annuale 2025 della Corte di Strasburgo mette tutto nero su bianco. Su 65 sentenze emesse nei confronti del nostro Paese, in 62 i giudici hanno accertato almeno una violazione della Convenzione europea. Un dato che non racconta un’eccezione, ma una condizione strutturale che si ripete: quella di un sistema che, tra le mura delle carceri e nelle aule di tribunale, continua a non riuscire a garantire i diritti fondamentali delle persone.
Il quadro che emerge dall’analisi articolo per articolo è impietoso. Le violazioni più numerose riguardano l'articolo 6, quello che garantisce il diritto a un equo processo. In 9 casi l’Italia ha violato il principio del giusto processo nella sua accezione più ampia. In altri 3 casi i procedimenti si sono trascinati oltre ogni limite ragionevole. Ma il dato più allarmante è un altro: ben 38 condanne per mancata esecuzione delle sentenze. Quasi sei violazioni su dieci riguardano lo stesso problema: lo Stato italiano non dà seguito alle decisioni dei propri giudici. Non si tratta di burocrazia o lentezza. Si tratta di un inadempimento sistemico che la Corte di Strasburgo registra, anno dopo anno, senza che Roma riesca a porvi rimedio.
Sul fronte della libertà personale, l’articolo 5 ha prodotto 3 condanne. Si tratta di violazioni legate alla detenzione arbitraria o alla mancanza di garanzie procedurali per chi viene privato della libertà. L’articolo 5 tutela il diritto di ogni persona a non essere detenuta se non nei casi e nei modi previsti dalla legge, e riconosce a chi è in carcere il diritto di contestare la legittimità della propria detenzione davanti a un giudice. Tre condanne in un anno, per uno Stato che ha già alle spalle una giurisprudenza consolidata su questi temi, sono il segno che qualcosa nel sistema continua a non funzionare.
Sul versante dei trattamenti inumani e degradanti, vietati dall’articolo 3, la Corte ha rilevato 2 violazioni, con altre 2 di carattere condizionale. Una di queste sentenze riguarda uno dei casi più significativi dell'anno: quello di Giuseppe Morabito contro l'Italia, deciso nell'aprile del 2025.
Morabito, vicenda raccontata più volte su Il Dubbio, è un uomo che al momento del ricorso aveva novant’anni. È stato per decenni il capo dell’omonimo clan della ‘ndrangheta calabrese, arrestato nel 2004 dopo una lunga latitanza e da allora detenuto in regime di 41-bis, il carcere duro previsto dalla legge italiana per i condannati di mafia che si ritiene mantengano ancora collegamenti con le organizzazioni criminali di appartenenza. Nel corso degli anni Morabito ha sviluppato una serie di patologie gravi. A preoccupare di più, almeno a partire dal 2015, è stato il progressivo deterioramento cognitivo, diagnosticato in modo definitivo come malattia di Alzheimer nel 2022, quando fu ricoverato d’urgenza in stato di grave confusione.
Il punto centrale della condanna non riguarda la compatibilità generale della sua detenzione con lo stato di salute, su cui la Corte non ha trovato violazioni. Il problema è un altro: i giudici di Strasburgo hanno accertato che le autorità italiane hanno continuato a prorogare il regime del 41-bis senza fare i conti seriamente con il deterioramento neurologico di Morabito. La legge prevede che il carcere duro venga rinnovato ogni due anni se il detenuto è ritenuto ancora pericoloso e in grado di mantenere contatti con l'organizzazione criminale. Ma come può mantenere quei contatti una persona che, dal 2020, è stata addirittura assolta per vizio di mente in un procedimento penale e che, secondo i periti, non era più in grado di comprendere i propri atti?
Nella sentenza la Corte è esplicita: è difficile immaginare come Morabito possa tenere rapporti significativi con un’organizzazione criminale in queste condizioni. Eppure il regime è stato rinnovato. L’Italia non ha condotto una valutazione sostanziale e dettagliata della situazione clinica del detenuto in relazione alla sua pericolosità concreta. Questo, per Strasburgo, costituisce una violazione dell'articolo 3. Non è la prima volta che l’Italia viene condannata su questo terreno: il caso ricorda da vicino quello di Bernardo Provenzano, il capo della mafia che morì nel 2016 mentre il 41-bis veniva ancora rinnovato nonostante una condizione neurologica terminale. Nonostante ciò, Morabito è tuttora recluso al 41 bis.
Sul fronte dell'articolo 6, tra le sentenze del 2025 spicca anche il caso Anna Maria Ciccone contro l’Italia, deciso il 5 giugno. Ciccone è una radiologa accusata nel 2008 di complicità in omicidio colposo per non aver diagnosticato una frattura al femore in un paziente. In primo grado era stata assolta. La Corte d’assise d'appello ha però ribaltato quella sentenza senza convocare né ascoltare gli esperti nominati dalla pubblica accusa, figure che avrebbero avuto un ruolo centrale nella rivalutazione delle prove. Per i giudici di Strasburgo questa scelta ha violato il diritto a un equo processo: non si può riformare un’assoluzione senza permettere un confronto con i testimoni e gli esperti rilevanti.
Sempre in febbraio, un’altra condanna per violazione dell'articolo 6 riguarda il caso P.P. contro l’Italia: una donna di Pisa vittima di stalking da parte dell’ex partner che ha visto le autorità italiane non reagire con la prontezza e la diligenza richieste. Un caso che si inserisce in un filone ricorrente nelle condanne all’Italia: la mancata tutela concreta delle vittime di violenza domestica, tema su cui Strasburgo ha già più volte richiamato il nostro Paese.
C’è poi il tema della psichiatria in carcere, che resta una ferita aperta. Il caso Sy contro l’Italia, divenuto definitivo anni fa ma ancora davanti al Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa per la verifica dell'esecuzione, fotografa una situazione tutt’altro che risolta: persone con gravi disturbi psichiatrici che restano in carcere ordinario nonostante i tribunali abbiano ordinato il loro trasferimento nelle Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza, le cosiddette Rems. Le strutture non hanno posti, le liste d'attesa si allungano, e nel frattempo queste persone restano in celle non attrezzate per curarle. Le violazioni degli articoli 3 e 5 in questo contesto non sono mai davvero cessate.
Il Rapporto annuale 2025 della Corte di Strasburgo non contiene solo numeri. Contiene storie. Storie di persone che hanno percorso migliaia di chilometri processuali prima di arrivare in Francia a chiedere giustizia, dopo averla cercata invano in Italia. L’Italia non è tra i Paesi con la situazione più grave in termini assoluti — Turchia, Russia, Ucraina e Romania registrano numeri enormemente più alti — ma il divario tra i principi proclamati e la realtà applicata resta una questione che il Paese non riesce a chiudere.
Le 38 condanne per non esecuzione delle sentenze sono forse il dato più eloquente. Non si tratta di violazioni commesse da singoli funzionari fuori controllo. Si tratta di decisioni giudiziarie definitive — italiane — rimaste senza effetto. In un Paese dove lo Stato spesso non esegue le sentenze dei propri giudici, il ricorso alla Corte di Strasburgo diventa per molte persone l’unica via concreta per vedere rispettati i propri diritti. E quando anche quella strada porta a una condanna, il cerchio si chiude: l’Italia sa di sbagliare, viene condannata per questo, e poi ricomincia da capo.