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C'è un dato che dovrebbe farci riflettere, uno di quelli che raccontano più di mille discorsi sulla condizione del nostro Paese. Negli ultimi dieci anni, dal 2014 al 2024, il numero dei detenuti nelle carceri italiane è aumentato del 15,4%. Nello stesso periodo, le persone in povertà sono cresciute del 14,1%. Due curve che corrono parallele, quasi identiche, come se fossero legate da un filo invisibile.
A metterlo nero su bianco è Stefano Anastasìa, garante regionale della privazione della libertà del Lazio, che ha elaborato questi numeri partendo dal rapporto di Oxfam presentato al World Economic Forum di Davos. Il quadro che emerge è quello di un'Italia dove le carceri sono diventate, di fatto, il contenitore finale del disagio sociale. Un luogo dove finiscono coloro che il sistema di welfare non è riuscito a intercettare prima. I numeri parlano chiaro: nel 2024 oltre 5,7 milioni di italiani, più di 2,2 milioni di famiglie, non avevano le risorse mensili sufficienti per acquistare beni e servizi essenziali. Non parliamo di lussi, ma di quanto serve per vivere in condizioni dignitose. E mentre la povertà cresceva, crescevano anche i detenuti. Una coincidenza? Secondo l'analisi del garante Anastasìa, no.
Il parallelismo tra i due fenomeni è impressionante. Se si guardano i grafici, le due linee si muovono praticamente insieme. Certo, ci sono alcuni picchi: nel 2017, quando l'inflazione è tornata a mordere, la povertà è schizzata verso l'alto. E poi nel 2021, quando sono finite le misure di sostegno al reddito che il governo aveva messo in campo durante la pandemia. Ma a parte queste eccezioni, le traiettorie sono sovrapponibili.
Dal punto di vista statistico, il grado di correlazione tra i due trend è significativo: 0,63 su una scala che va da -1 a +1. Un valore che, secondo l'analisi, sarebbe probabilmente ancora più alto se non ci fossero state le misure straordinarie di decongestionamento delle carceri adottate durante l'emergenza Covid, tra il 2020 e il 2021. In quel periodo, per evitare contagi, si cercò di ridurre la popolazione carceraria. Ma appena finita l'emergenza, i numeri sono tornati a salire. Quello che emerge da questa elaborazione è un meccanismo perverso: le carceri italiane svolgono sempre più spesso una funzione impropria, una sorta di supplenza rispetto alle carenze del sistema di welfare e di inclusione sociale. Invece di essere l'ultimo anello di un sistema che previene e sostiene, diventano il primo luogo dove finiscono le persone che attraversano difficoltà economiche e sociali.
Il problema è che questa dinamica si è aggravata negli ultimi anni. Il rapporto di Oxfam punta il dito sugli effetti negativi delle politiche che hanno ridotto drasticamente le misure universalistiche di sostegno al reddito. Quando togli le reti di protezione, quando riduci gli aiuti a chi è in difficoltà, queste persone non spariscono nel nulla. Spesso scivolano verso i margini, verso situazioni di disagio sempre più profondo che, in molti casi, sfociano in condotte devianti. E così il carcere diventa l'ultimo contenitore, quello dove finisce chi non ha più niente e nessuno. Non è un caso che gli istituti penitenziari del Lazio siano tra i più sovraffollati d'Italia. A Civitavecchia, per esempio, il tasso di sovraffollamento è del 175%. A Rebibbia del 156%, aggravato dai recenti trasferimenti dal carcere di Regina Coeli. Nel complesso, nei 14 istituti laziali ci sono 6.702 detenuti, con un tasso di affollamento del 146%.
Le visite di monitoraggio che il garante Anastasìa conduce regolarmente in questi luoghi raccontano una realtà drammatica. Le stanze della socialità, quelle che dovrebbero servire per attività educative e di reinserimento, sono occupate da brande. Manca il personale, sia nell'area pedagogica che in quella sanitaria. Le condizioni sono al limite della dignità umana. Ma c'è un aspetto ancora più preoccupante in tutto questo: se le carceri diventano il contenitore del disagio sociale, significa che abbiamo fallito prima. Abbiamo fallito nel momento in cui avremmo dovuto intercettare queste persone, aiutarle, sostenerle. E invece le abbiamo lasciate scivolare fino al punto di non ritorno.
La questione non è solo italiana, ma qui da noi assume contorni particolarmente drammatici. Perché quando parliamo di povertà relativa, come fa l'Istat nei suoi rilevamenti, parliamo di persone che vivono un forte disagio economico rispetto alla maggioranza della popolazione. Non sono solo i senza tetto, non sono solo gli ultimi degli ultimi. Sono famiglie che faticano ad arrivare a fine mese, che devono scegliere se pagare le bollette o comprare da mangiare, che non possono permettersi cure mediche o mandare i figli a scuola con il materiale necessario.
Queste famiglie, questi individui, vivono in una condizione di stress costante, di precarietà permanente. E quando non ci sono ammortizzatori sociali adeguati, quando mancano le politiche di sostegno, il rischio che qualcuno di loro finisca per compiere scelte sbagliate aumenta in modo esponenziale. Non è una giustificazione, è una constatazione. La marginalità sociale alimenta la devianza, e la devianza porta al carcere. L'appello lanciato dal portavoce e dal coordinamento della Conferenza dei Garanti territoriali va proprio in questa direzione. Non servono nuove carceri, servono carceri nuove. Ma soprattutto servono politiche che prevengano la marginalità, che riducano il ricorso al sistema carcerario come risposta impropria a fragilità sociali. Servono provvedimenti deflativi, più misure alternative al carcere, una liberazione anticipata speciale che passi da 45 a 70 giorni ogni semestre. Ma serve anche, e forse soprattutto, un cambio di paradigma. Bisogna capire che investire in welfare, in inclusione sociale, in sostegno alle persone in difficoltà non è solo una questione di solidarietà. È anche una questione di convenienza per l'intera società.
Perché quando una persona finisce in carcere, il costo per la collettività è altissimo. Non solo economico, ma anche umano e sociale. E spesso si tratta di persone che, con un aiuto al momento giusto, non ci sarebbero mai finite. Il carcere, poi, raramente riesce davvero a recuperare chi vi entra. Senza programmi adeguati di reinserimento, senza opportunità al momento dell'uscita, il rischio di recidiva è altissimo. E così si alimenta un altro circolo vizioso: povertà, reato, carcere, uscita senza prospettive, nuovo reato, nuovo carcere. Al 31 dicembre 2025, i detenuti in Italia erano 63.499, oltre 1.600 in più rispetto alla stessa data del 2024. Numeri in crescita costante, mentre le risorse sono sempre più scarse. Un circolo vizioso che continua ad alimentarsi, mentre le storie di chi è dietro quei numeri restano invisibili.
Eppure basterebbe guardare alle biografie di molti detenuti per capire che quella correlazione statistica tra povertà e carcere racconta storie vere, fatte di opportunità negate, di aiuti mai arrivati, di scivolamenti progressivi verso i margini della società. Storie che potevano avere un finale diverso, se solo qualcuno fosse intervenuto prima. L'analisi del garante Anastasìa ci costringe a guardare in faccia una verità scomoda: la povertà e il carcere in Italia crescono insieme. E fino a quando non affronteremo seriamente il problema della marginalità sociale, continueremo a riempire le celle invece di svuotarle. Continueremo a usare le manette dove servirebbero politiche di sostegno, e le sbarre dove servirebbero opportunità. È una scelta che dice molto di che tipo di Paese vogliamo essere. Un Paese che investe sulla prevenzione o uno che si limita a punire quando ormai è troppo tardi. Un Paese che crede nel recupero delle persone o uno che preferisce nasconderle dietro le mura di istituti sempre più affollati e sempre meno dignitosi.