Ci risiamo
Non bastava il decreto Caivano, che ha reso più semplice far finire i minori negli istituti di pena, né il futuro pacchetto sicurezza, che rischia di comprimere le garanzie dei più giovani e di stigmatizzarli. Ora c’è anche la proposta di abbassare da 14 a 13 l’età in cui i minori diventano penalmente imputabili. A presentarla alla Camera come prima firmataria è Marta Fascina, insieme ad altri 26 deputati di Forza Italia, tra i quali il capogruppo Paolo Barelli. Un intervento considerato «imprescindibile» per rispondere al «fenomeno radicato in modo trasversale in tutto il Paese», dell’utilizzo di giovani sotto i 14 anni, anche da parte della criminalità organizzata, per commettere reati «spesso gravissimi contro la persona e il patrimonio». Ragazzini sfruttati dalla criminalità, dunque, che ora verranno anche puniti. Si fa «riferimento in particolare alle realtà dei campi rom», collegando esplicitamente una realtà etnico-culturale a una tipologia di reati, senza però fornire dati statistici. Un possibile meccanismo di stigmatizzazione: il riferimento ai campi rom evoca infatti un immaginario già carico di pregiudizi e rafforza emotivamente la percezione di “emergenza”.
Secondo i firmatari, la proposta risponde alle «molte istanze provenienti dal mondo della giustizia penale». Una soluzione «allineata alle esperienze di altri ordinamenti di Paesi occidentali» dove le soglie di imputabilità sono più basse, come il Canada (12 anni), il Regno Unito e la maggior parte degli Stati dell’Australia nonché la Nuova Zelanda, «dove l’età ufficiale della responsabilità penale si attesta, addirittura, a dieci anni compiuti». Una delle parti più critiche della proposta riguarda l’esigenza di accertare la capacità di intendere e di volere per i soggetti di età compresa tra i 13 e i 18 anni sulla base di una «verifica, non soltanto criminologico-clinica ma anche di contesto, cioè basata su una molteplicità di fattori, quali la storia individuale dell’autore del reato, il contesto familiare, l’ambito sociale di provenienza e la nazionalità».
Dettagli che aprono le porte a valutazioni stereotipate e a trattamenti differenziati a parità di fatto e di età, rischiando di entrare in conflitto con il principio di uguaglianza. Tanto che anche all’interno della stessa Forza Italia la proposta suscita più di una perplessità.
A spiegarne la ratio è uno dei firmatari, Pietro Pittalis, che prova a contestualizzare la proposta: un ragazzo di 13 anni oggi non è paragonabile a un ragazzo della stessa età del 1988, quando si stabilì che l’età minima per stare a processo fosse 14 anni. I minori di oggi sarebbero infatti più maturi, più consapevoli, anche per via dell’evoluzione tecnologica e dell’accesso alle informazioni. «La proposta si inserisce in un quadro più ampio di interventi sulla sicurezza e sulla prevenzione – spiega al Dubbio Pittalis –. La collega Fascina ha voluto richiamare l’attenzione su un fenomeno ormai diffuso e preoccupante: quello delle baby gang e del coinvolgimento sempre più frequente di minori in attività criminali, spesso come strumenti nelle mani di organizzazioni criminali senza scrupoli».
Ma ciò non rischia di punire chi, invece, avrebbe bisogno di aiuto o protezione? «Sono pienamente d’accordo sul fatto che la prevenzione debba essere centrale – aggiunge –. Tuttavia, dobbiamo anche prendere atto che oggi esistono bande organizzate che sfruttano consapevolmente la non imputabilità dei minori. E dunque è necessario affrontare anche il tema della sicurezza. Questa proposta di legge, con tutti i suoi pro e i suoi contro, ha almeno il merito di riportare al centro dell’attenzione un fenomeno che troppo spesso viene sottovalutato». Il tutto, assicura, senza alcun intento discriminatorio.
Critico Luigi Manconi, politico e sociologo dei fenomeni politici. «Si tratta di un’antica tentazione reazionaria – commenta al Dubbio –.
Il contesto sociale, ovvero le condizioni materiali di vita e di sviluppo della personalità del minore, non vengono considerate come altrettante circostanze sulle quali intervenire attraverso politiche di educazione, integrazione e formazione, ma all’opposto si trasformano in aggravanti e forme di penalizzazione. Dunque, il minore che patisce uno svantaggio sociale, per questa stessa ragione subisce un’ulteriore forma di deprivazione, rappresentata dall’abbassamento dell’età di imputabilità e, dunque, dalla sottoposizione ai meccanismi del controllo sociale, della privazione della libertà, della riduzione delle sue condizioni di agibilità, e diventa un imputato, quindi soggetto a quello che è un vero e proprio processo di marginalità ulteriore».