La storia
Riceviamo da Gianni Alemanno e pubblichiamo nel rispetto delle norme dell’Ordinamento
Rebibbia, 25 gennaio 2026 388° giorno di carcere
Oggi vi vogliamo raccontare la storia di Giorgio P., compagno di cella di Gianni, perché è veramente emblematica di come funziona non solo il sistema penale ma anche l’assistenza sociale in Italia. Giorgio ha 62 anni, arrestato il 23 dicembre scorso, è stato scaricato nello “stanzone della vergogna” del G8, cioè la saletta per la socialità trasformata (per il sovraffollamento) in cella comune, dove vivono una decina di persone detenute, con un solo bagno e senza armadietti e mobilio.
Michele, l’irrequieto “fanciullo” liberato la settimana scorsa, l’aveva individuato e segnalato a Gianni che cercava una persona per riempire un posto rimasto libero nella sua cella (mai lasciare posti vuoti: non si sa mai chi può arrivare…). Ma Giorgio aveva fatto resistenza: “sto bene qui” ripeteva, l’abbiamo dovuto convincere a forza per trasferirsi nella “normale” cella di 6 posti dove sta Gianni. Poi abbiamo capito perché: Giorgio in libertà viveva nei dormitori della Caritas e si era abituato a dormire in mezzo alla gente più disperata. Un po’ alla volta ci ha raccontato la sua storia, che è come un pugno allo stomaco per chi ha un minimo di coscienza sociale. Giorgio ha cominciato a lavorare a 17 anni come operaio nel Luneur di Roma, poi si è arruolato volontario nella Marina militare italiana. Imbarcato nella nave Grecale ha compiuto missioni militari importanti in Estremo Oriente e nel Mediterraneo.
Tornato a casa prende il diploma di “perito elettronico capotecnico industriale” all’istituto “Francesco Severi” di Tor Marancia, quindi lavora 7 anni come operaio e impiegato tecnico alla Sip (vi ricordate l’azienda pubblica telefonica prima della Telecom?), 6 anni e mezzo in una fonderia di Martin Sicuro in Abruzzo come operaio metalmeccanico specializzato. Poi entra nel calvario del precariato: 8 mesi a Teramo, 6 mesi nella società interinale che fornisce manodopera al Gruppo Fiat – ma lui è molto fiero di aver lavorato sulle fibre speciali dei pannelli interni delle Ferrari –, poi arriva all’Iveco di Suzzara, in provincia di Mantova, dove lavora per 4 mesi e mezzo come operaio specializzato di 5 livello. Ma nel 2004 l’azienda viene messa in cassa integrazione speciale e lui, lavoratore interinale, viene puramente e semplicemente licenziato (anche se gli permisero di dormire per altri 3 mesi nella casa comune offerta agli operai senza dimora). Torna a Roma, dove fa per qualche altro mese il portiere con mansioni da operaio in un condominio. Ma a questo punto sulle mani di Giorgio cominciano a manifestarsi i sintomi di una malattia degenerativa di origine genetica, gli cadono anche 8 denti e lui, che non riesce più a stringere gli attrezzi tra le mani, non è più un operaio “spendibile” sul mercato del lavoro.
Come “soggetto fragile” entra nel circuito sociale del Comune di Roma. Nel 2007 frequenta un corso al Servizio Giardini, lavorando per 8 mesi a Villa Borghese e al Pincio. Poi entra nella Cooperativa 29 giugno (sì, quella di Salvatore Buzzi) dove lavora come giardiniere, dormendo in tenda dentro o davanti alla Stazione Ostiense (secondo lui meglio che dormire nei dormitori sociali dove la puzza e la sporcizia sono insopportabili). Distrutta la Cooperativa 29 Giugno dall’inchiesta di “Mafia capitale”, torna a Mantova dove risiede la madre e il fratello e qui, nel 2015, avviene il fatto surreale che lo porterà in galera: mentre passeggiava nella zona del campo sportivo, vede alcuni parchimetri fuori uso e, più per curiosità che per vedere cadere qualche moneta, comincia a smanettare sui bottoni.
Arriva un sorvegliante privato che, vedendo che uno dei parchimetri era manomesso, chiama la Polizia locale. Gli agenti perquisiscono Giorgio e nel suo zaino trovano il “corpo del reato”: qualche moneta spiccia. Giorgio si difende dicendo che quelle monete (qualche euro in tutto) erano sue, ma la polizia locale lo denuncia per i reati ex artt. 624 e 625 (furto su cose destinate a pubblico servizio). Giorgio viene rilasciato e riprende la sua vita da homeless, dal 2019 al 2023 ottiene il reddito di cittadinanza. Nel 2021 viene operato alle mani al Fatebenefratelli all’Isola Tiberina e ottiene il 10% di invalidità che, secondo la legge 104, non prevede pensioni sociali. Ottiene l’assegno d’inclusione e finisce nella tendostruttura installata a San Pietro in occasione del Giubileo.
Il 23 dicembre 2025 viene convocato dalla Polfer della Stazione Ostiense “per un chiarimento” che in realtà è la notifica di un “foglio di arresto”. Perché? Perché i processi per il “furto” del 2015 erano andati avanti fino alla condanna in via definitiva a 6 mesi di reclusione, potrebbe accedere alle misure alternative ma nessun centro Caritas si prende la responsabilità di offrirgli il necessario domicilio. E così Giorgio si è ritrovato a Rebibbia per un ipotetico “furto” di qualche monetina, avvenuto dieci anni prima. Così va la giustizia italiana. Una brava persona, con un passato da militare e da operaio di tutto rispetto, invalido alle mani, precario di lungo corso e poi homeless affidato ai servizi sociali, si trova in cella perché la sua “pratica” è passata tra le mani di poliziotti sbrigativi, magistrati passacarte e avvocati d’ufficio distratti, fino ad arrivare a Rebibbia.
Sei mesi per qualche monetina, inflitti a una persona anziana e invalida, che ha lavorato tutta la vita e che avrebbe tutto il diritto di essere assistita socialmente! Adesso abbiamo portato Giorgio alle ragazze del Segretariato del Comune che operano nel carcere, per trovargli domicilio presso una struttura d’assistenza, in modo da rendere possibile la scarcerazione. Poi Giorgio dovrà di nuovo operarsi alle mani e trovare il modo di giungere alla pensione, versando altri 20 mesi di contributi come categoria protetta, o arrivando alla pensione di vecchiaia a 67 anni. Intanto ristagna nella cella, silenzioso e assente, assistito dai suoi compagni di cella, rimpiangendo il tempo in cui dormiva all’addiaccio, ma da uomo libero.
Gianni Alemanno e Fabio Falbo
P.S. Vi diamo ulteriori notizie sulle persone di cui vi abbiamo parlato nel precedente Diario. Ionel V. è uscito ieri, senza aver ottenuto nessun beneficio e dopo aver atteso per 14 giorni la liberazione anticipata, che non è un beneficio ma un diritto soggettivo condizionato alla buona condotta. Un diritto violato per 14 giorni.
Anche Marco S. è uscito due giorni fa a fine pena senza mai usufruire di nessun beneficio. Ha salutato e ringraziato tutti, nonostante lo Stato in questo come in altri casi abbia fallito. A cosa sono state servite le varie relazioni trattamentali positivamente sottoscritte da tutti gli educatori se poi una persona che si è comportata in modo eccellente esce a fine pena, come chiunque altro?
Vi informiamo infine che Alessandro C., che lavorava come scrivano insieme a Fabio, è stato ricoverato d’urgenza in ospedale da una settimana. Ogni santo giorno domandiamo al personale sanitario o agli agenti quali sono le sue condizioni di salute, ma tutto tace. Viviamo nell’attesa di sapere come sta una persona che più volte si è sentita male, che non riceveva le giuste cure e che più volte ha subito la soppressione delle scorte per accompagnarlo in ospedale. Noi continueremo a interessarci delle condizioni di salute di Alessandro, che, oltre ad essere una persona speciale, è sempre stata disponibile a dare una mano a chi aveva problemi. L’augurio che gli possiamo fare è quello di una rapida guarigione, oltre a una misura che afflittiva nel curarsi nel migliore dei modi possibili, visto anche che gran parte della pena è già stata scontata. Daje Ale!