Sabato 24 Gennaio 2026

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Il verdetto

Carcere di Sollicciano, riconosciuta la tortura in appello

Condannata un’ispettrice e otto agenti della polizia penitenziaria: pene fino a 5 anni e 4 mesi

23 Gennaio 2026, 11:44

Carcere di Sollicciano, riconosciuta la tortura in appello

Il carcere di Sollicciano

Una sentenza che segna un netto cambio di passo rispetto al primo grado e ridefinisce il perimetro giuridico dei fatti contestati. La Corte d’appello di Firenze ha condannato, con rito abbreviato, un’ispettrice della polizia penitenziaria e otto agenti per due episodi di presunte aggressioni ai danni di detenuti, avvenuti nel 2018 e nel 2020 all’interno del carcere fiorentino di Sollicciano.

I reati riconosciuti in appello sono tortura, falso e calunnia. In primo grado, l’imputazione di tortura era stata derubricata in lesioni personali e i capi relativi a falso e calunnia erano stati esclusi. La Corte d’Appello ha invece ritenuto di dover qualificare diversamente i fatti, riconoscendone la particolare gravità e infliggendo pene sensibilmente più elevate.

La condanna più severa – 5 anni e 4 mesi di reclusione – è stata inflitta all’ispettrice, individuata dall’accusa come «l’istigatrice» delle condotte violente. Gli otto agenti imputati sono stati condannati a pene comprese tra 4 anni e 4 mesi e 3 anni e 4 mesi.

Secondo la ricostruzione delle indagini, coordinate dal sostituto procuratore Christine Von Borries e svolte con il supporto del nucleo investigativo della polizia penitenziaria, due detenuti – uno di origine marocchina e uno italiano – sarebbero stati condotti nell’ufficio dell’ispettrice e sottoposti a violenze fisiche come forma di punizione per intemperanze ritenute di lieve entità.

Dalle risultanze processuali emerge che una delle vittime riportò la frattura di due costole, mentre l’altra subì la perforazione del timpano. Elementi ritenuti rilevanti dalla Corte nel valutare l’intensità delle condotte e le sofferenze inflitte.

Determinanti, ai fini della decisione, sono state le immagini delle telecamere di videosorveglianza interne all’istituto e le intercettazioni ambientali. In alcune conversazioni captate, gli imputati avrebbero descritto la violenza esercitata con commenti considerati particolarmente crudi sulle lesioni riportate dai detenuti.

Nel corso del giudizio d’appello, la Procura aveva chiesto il riconoscimento del reato di tortura, sottolineando «la crudeltà della condotta», «la reiterazione delle violenze» e «l’atteggiamento particolarmente riprovevole degli imputati». In particolare, l’accusa ha evidenziato che «otto agenti, su ordine dell’ispettrice, avrebbero compiuto atti di inaudita violenza per vari minuti su detenuti inermi».