L'approfondimento
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Nessuna risposta dal ministero della Giustizia e, intanto, al carcere di Opera la situazione continuerebbe a peggiorare. L’associazione Yairaiha torna a farsi sentire perché, dopo l'interrogazione parlamentare di Roberto Giachetti che abbiamo riportato su Il Dubbio e le denunce sulla gestione dell’istituto milanese, afferma che non è cambiato nulla. Anzi, le ultime segnalazioni parlano di un clima ancora più pesante, fatto di comunicazioni confuse e diritti calpestati ogni giorno.
Il cuore della nuova protesta riguarda i contatti con le famiglie, che per un detenuto sono l’unico modo per non perdere il legame con il mondo esterno. Secondo l’associazione, all’interno delle sezioni è comparso un avviso che annunciava il taglio delle telefonate mensili. All’inizio la data di partenza doveva essere il 12 gennaio 2026, ma poi qualcuno ha cambiato quella data a mano, anticipandola al primo del mese. Il risultato? Molte persone, che avevano già usato i loro minuti pensando di averne altri a disposizione, si sono ritrovate isolate per tutto il resto di gennaio. Un cortocircuito che ha creato una pressione psicologica fortissima tra le celle.
Ma a far male sono soprattutto le storie che riguardano i bambini. Lo scorso 17 gennaio si doveva tenere l'iniziativa “La Befana con papà”, un momento di festa organizzato da un’associazione esterna per permettere ai figli piccoli di abbracciare i genitori detenuti. Su 12 richieste, però, ne sono state accettate solo 7. In molti casi, i padri non hanno nemmeno potuto avvisare le famiglie del rifiuto perché avevano finito le telefonate o perché la notizia è arrivata solo all'ultimo momento. Così, diversi bambini sono rimasti ad aspettare un incontro che non è mai avvenuto.
Tutto questo si inserisce in un quadro che avevamo già raccontato: dopo l’evasione di un detenuto avvenuta il 7 dicembre scorso, la vita a Opera è diventata un incubo. Come riportava l’interrogazione del deputato Giachetti, si parla di perquisizioni quotidiane con gli agenti che salgono sui letti con le scarpe sporche, di sezioni all’avanguardia chiuse senza spiegazioni e di familiari tenuti chiusi a chiave per ore in sala d'attesa, quasi fossero degli ostaggi.
L’associazione Yairaiha si chiede ora come tutto questo possa aiutare il percorso di rieducazione previsto dalla Costituzione. Tagliare i ponti con i figli e le mogli in modo così caotico non serve a garantire la sicurezza, ma produce solo sofferenza e tensione. Per questo chiedono un intervento urgente: il detenuto non è un numero e il rispetto della dignità umana non dovrebbe mai essere un optional, nemmeno dietro le sbarre di un carcere di massima sicurezza.
L’interrogazione del deputato di Italia Viva chiedeva al ministro della Giustizia di verificare i fatti, anche attraverso un’ispezione ministeriale. Voleva sapere se fosse vero che erano state date disposizioni che hanno ridotto drasticamente i contatti con gli affetti, se fosse vero che il progetto della sezione B - attivo da 15 anni con un regime “aperto” - era stato dismesso, se fosse vero che erano stati eliminati i colloqui con terze persone. A oggi non è arrivata alcuna risposta ufficiale. E intanto i fatti segnalati continuano ad accumularsi.
L’associazione chiede che venga posta fine a pratiche che nulla hanno a che vedere con la funzione rieducativa della pena e che venga ristabilito un trattamento rispettoso della dignità umana, della trasparenza e dei diritti fondamentali. “Questo ennesimo grido di dolore che arriva dal carcere di Opera”, scrivono, “riguarda non solo chi è ristretto, ma anche le famiglie e i minori coinvolti”. Bambini che arrivano davanti al cancello e vengono rimandati indietro. Padri che non possono nemmeno telefonare per spiegare cosa è successo. Famiglie che aspettano una risposta che non arriva. La normalità, a Opera, sembra ancora molto lontana.