Testimonianza
MARIO BURLO' IMPRENDITORE LIBERATO DAL CARCERE VENEZUELANO
Non si definisce un ex detenuto, ma un sequestrato. Così Mario Burlò, imprenditore torinese liberato nei giorni scorsi dopo oltre 400 giorni di prigionia in Venezuela, ha raccontato la sua esperienza ai microfoni di Sky TG24. Una testimonianza lucida, segnata dal dolore ma anche da un inatteso senso di umanità nato dietro le sbarre.
«Nelle prigioni del Venezuela non ero un detenuto ma un sequestrato. Non ho subito violenze e ho stretto molte amicizie», ha spiegato Burlò, ricordando in particolare Alberto Trentini, conosciuto proprio durante la detenzione. Un legame nato in condizioni estreme, che oggi l’imprenditore sente come una responsabilità morale.
Il pensiero costante, durante la lunga prigionia, è andato ai figli. «Non sapevo se li avrei mai rivisti. Pensavo continuamente a loro: “Chissà come staranno male, penseranno che sono morto”», ha raccontato. Più che il logoramento fisico – «ho perso molti chili, ma facevo esercizi» – a pesare è stato l’impatto psicologico, il contatto quotidiano con la sofferenza altrui e l’incertezza assoluta sul futuro.
Una volta tornato in libertà, Burlò ha voluto ringraziare apertamente le istituzioni italiane. «Voglio ringraziare la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il ministro degli Esteri Antonio Tajani e il sottosegretario Stefania Craxi, che ho già chiamato», ha detto, spiegando di voler fare qualcosa per i ragazzi che sono ancora rinchiusi nelle carceri venezuelane.
«Io non me ne faccio una ragione. Combatterò fino all’ultimo respiro. Non posso pensare che questi ragazzi, con cui ho condiviso l’inferno, siano ancora nell’inferno», ha aggiunto. Durante la detenzione, racconta, ha cercato di sostenere anche gli altri prigionieri: «Ho fatto un po’ da papà anche a loro».