Carcere
Vincenzo Sapia, il giovane morto a Mirto Crosia nel 2014
La condanna dell'Italia per la morte di Riccardo Magherini potrebbe non restare un caso isolato. La Corte europea dei diritti dell'uomo sta esaminando un altro ricorso molto simile: quello della famiglia di Vincenzo Sapia, morto a 29 anni il 24 maggio 2014 a Mirto Crosia, in provincia di Cosenza, dopo essere stato immobilizzato a terra dai carabinieri.
La storia di Vincenzo ricorda da vicino quella di Riccardo. Anche lui soffriva di disturbi schizo-affettivi ed era seguito dal Centro di Igiene mentale di Rossano Calabro. Anche la sua morte avvenne nello stesso 2014. E soprattutto, anche nel suo caso sono finite sotto accusa le tecniche di immobilizzazione usate dalle forze dell'ordine e la qualità delle indagini che ne seguirono.
Quel sabato di fine maggio Vincenzo esce di casa dicendo alla madre che cerca un cagnolino. Si dirige verso un palazzo poco distante, suona a un citofono ma nessuno risponde. Si innervosisce e comincia a dare calci al portone. Gli abitanti chiamano i carabinieri. Quando i militari arrivano, Sapia si agita. A un certo punto si spoglia, un gesto che testimoni e familiari descriveranno come un tentativo disperato di mostrarsi inerme, senza armi.
Nasce una colluttazione. Secondo le ricostruzioni processuali, Sapia avrebbe aggredito uno dei carabinieri. Gli agenti lo placcano a terra per ammanettarlo. Ma il ragazzo si dimena e oppone resistenza. A un certo punto smette di muoversi. Arrivano la madre e il 118. Isabella trova il figlio ancora vivo, respira debolmente. I soccorritori tentano la rianimazione ma è troppo tardi. Vincenzo muore lì, sull'asfalto.
La prima autopsia attribuisce il decesso a cause naturali: un arresto cardiaco in un soggetto già compromesso da problemi cardiaci e dall'uso di psicofarmaci. La procura di Castrovillari chiede l'archiviazione per i tre carabinieri indagati. La famiglia si oppone. Il caso viene riaperto, i carabinieri vengono rinviati a giudizio. Ma nel 2021, dopo nove anni di battaglie, un giudice accoglie la richiesta di archiviazione.
Per i familiari quella sentenza è inaccettabile. Si rivolgono all'avvocato Fabio Anselmo, lo stesso legale che ha portato il caso Magherini fino a Strasburgo. Nel 2021 presentano ricorso alla Corte europea. La Cedu accetta di esaminare il caso e invia al governo italiano nove quesiti. Domande pesanti, che ricalcano quelle sollevate nel caso Magherini: l'uso della forza era assolutamente necessario? Lo Stato ha protetto la vita di una persona vulnerabile? Le autorità avevano predisposto linee guida adeguate? Gli agenti erano stati formati? E soprattutto: l'indagine è stata condotta in modo imparziale e approfondito?
Sono le stesse questioni emerse nella sentenza su Magherini. Entrambi i casi riguardano persone in stato di agitazione, entrambi si verificarono nel 2014 quando le linee guida dei carabinieri sull'immobilizzazione erano ancora lacunose. La circolare che per la prima volta menzionava i rischi della posizione prona venne emessa il 30 gennaio 2014 ma entrò in vigore solo il 13 marzo: troppo tardi per Magherini, morto il 3 marzo.
La sorella di Vincenzo, Caterina Sapia, porta avanti da anni una battaglia per la verità. «Tutti in paese sapevano che era malato», dice il padre Luigi Sapia. «Che bisogno c'era di fargli del male?». È la stessa domanda che si pongono i familiari di Magherini e di tanti altri. La sentenza sul caso Sapia è attesa nei prossimi mesi. Se la Corte europea dovesse condannare l'Italia anche in questo caso, si rafforzerebbe ulteriormente il messaggio: il problema non sono i singoli agenti, ma un sistema che per troppo tempo ha lasciato le forze dell'ordine senza una preparazione adeguata su come gestire persone fragili, in crisi, vulnerabili. Persone che in quel momento avrebbero avuto bisogno di aiuto, non di finire immobilizzate a terra fino a morire.