Sabato 17 Gennaio 2026

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Intervista

«Altro che carcere, i minori hanno bisogno di fiducia»

La stretta repressiva in atto sta cancellando un modello che aveva messo al centro i ragazzi. Parla Francesca Mosiello, psicologa e mediatrice penale

17 Gennaio 2026, 08:59

09:06

«Altro che carcere, i minori hanno bisogno di fiducia»

Francesca Mosiello ha 23 anni quando per la prima volta varca la soglia dell’Istituto penale per minorenni di Casal Marmo. Era il 2003 e lei era una tirocinante in psicologia. È una delle prime cose che racconta, anche oggi, quando entra in Istituto. Tra i fatti che incuriosiscono di più i giovani detenuti che la ascoltano ce n’è uno, che oggi appare inverosimile: all’epoca, le ragazze e i ragazzi condividevano gli spazi detentivi comuni e la divisione tra i sessi nelle attività, ora considerata un paradigma della detenzione (anche) minorile, non era prevista. In quegli anni, in Italia, il sistema penale minorile custodiva ancora con cura i frutti di una stagione precedente, quella a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, che contribuì a costruire una cultura della giustizia minorile definita all’avanguardia per tutti gli anni successivi, almeno fino a oggi. Il lavoro che portò all’approvazione del Codice del processo penale minorile, promulgato nel 1988, fu l’esito di raccomandazioni internazionali e di contributi scientifici e costruito attraverso le riflessioni condivise di magistrati, assistenti sociali, psicologi, educatori che si incontravano ciclicamente per costruire, racconta Mosiello, un sistema basato sui principi della minima offensività e della deistituzionalizzazione. «Perché gli adolescenti dovevano transitare il meno possibile all’interno delle strutture detentive a vantaggio di un’area penale esterna, educativa e responsabilizzante». La giovane età dell’imputato non era negoziabile, ma imponeva l’attivazione di una rete comunitaria che considerava il carcere come residuale e non perno attorno a cui far ruotare tutto il sistema delle pene. Con grande efficacia sulla riduzione della recidiva.

Tra coloro che contribuirono a costruire l’impianto della giustizia minorile c’era Gaetano De Leo, fondatore della cattedra di Psicologia giuridica dell’Università La Sapienza di Roma. E tra i primi a sperimentare la mediazione penale minorile in Italia. Per Mosiello, oggi psicologa e mediatrice penale esperta di giustizia riparativa, l’incontro con De Leo e con quel movimento culturale fu essenziale. «Nella giustizia riparativa, il reato non è solo la violazione di una legge ma un danno inferto a qualcuno con conseguenze anche gravi, che mantengono aperto un conflitto tra il reo, la vittima e la società. La risposta tradizionale è centrata sul colpevole, che merita la punizione, secondo una logica binaria che separa buoni e cattivi. In realtà, per chi fa mediazione penale, si può lavorare sulle conseguenze di quel conflitto-reato mettendo al centro la relazione tra le persone coinvolte, che si guardano negli occhi piuttosto che essere divise nei rispettivi ruoli e sono esse stesse ad indicare i bisogni di cui occorre occuparsi. Attraverso l’incontro e il dialogo, tra rei, vittime e società civile, si passa dalla pena alla riparazione di quel legame sociale infranto».

Negli anni il suo lavoro si è concentrato tanto sugli adulti quanto sui minori autori di reato e oggi cura percorsi di questo tipo anche al di fuori del perimetro penale, tramite la mediazione dei conflitti nelle scuole. L’attivazione della mediazione penale prescinde dalla gravità del fatto considerato reato e anzi, storicamente, più il reato è grave più la mediazione è efficace come pratica riparativa. «Scegliere di affrontare il dolore che si è provocato negli altri, anche guardandoli negli occhi, implica una presa di responsabilità enorme, in grado di avere effetti ben più trasformativi di quelli improbabili con la sola detenzione».

Distruttivo è un conflitto che non viene trattato, di cui non si parla più, su cui viene imposto un silenzio e una rimozione. Un fatto determina effetti solo distruttivi quando la relazione è lacerata e la fiducia interrotta non viene recuperata. E per farlo, per ritrovare quella fiducia, è necessario un incontro riparativo: per la vittima del reato, affinché possa comunicare la rabbia, la paura e la sofferenza che quel danno ha provocato, nel confronto con il reo, per chiedere, ascoltare, conoscere i rispettivi vissuti e trovare un senso a quanto accaduto.

Insieme a una stretta collaborazione con gli Uffici di servizio sociale per minorenni (Ussm) e il Centro di giustizia minorile del Lazio, riuscirono a creare il primo centro a Roma di giustizia riparativa e mediazione penale per minorenni che ha lavorato in maniera ininterrotta dal 2013 al 2022. Oggi, però, è tutto fermo in attesa dell’applicazione della riforma Cartabia. «Lavorammo molto e bene, in dieci anni vennero seguite circa 600 situazioni», ricorda Mosiello.

In questi ultimi due anni gli osservatori principali, tra cui Antigone, hanno denunciato il sovraffollamento degli Istituti penali minorili, anche e soprattutto a seguito della stretta imposta da norme di stampo repressivo come il Decreto Caivano.

«Decreti come questo vanno in una direzione completamente opposta a quella che si è percorsa per decenni: oggi si riduce lo spazio per la complessità e per l’educazione, a favore di una carcerazione trasversale, anche in giovanissima età e per reati trattati con efficacia nell’area penale esterna».

L’antico proverbio del saggio che indica la luna e lo stolto che guarda il dito secondo Mosiello andrebbe ribaltato, pensando ai minori che compiono reati. Gli adulti guardano la luna, ovvero l’aspetto fenomenologico del reato che abbaglia e crea allarme sociale. Mentre dovrebbero guardare il dito: ovvero il movimento che ha portato al reato, la soggettività del minore.

Quali sono le ragioni? Quali i bisogni inespressi e i diritti violati di quel ragazzo? Il reato commesso in giovane età è una forma di comunicazione che va ascoltata e tradotta in pensiero, al riparo sia da emergenze politiche e propagandistiche, sia dalle fragilità di adulti che vogliono soprattutto evitare di comprenderlo con tutta l’angoscia e il dolore che trasmette. «De Leo scriveva che la responsabilità non è un fattore interno alla persona, ma una qualità della relazione: è solo dentro un rapporto con adulti capaci di assumersi la responsabilità di esserci, che i ragazzi possono sviluppare la loro responsabilità». Nel 2017 Mosiello racconta di aver portato cinque ragazzi detenuti in carcere minorile in gita fuori, al lago, in fattoria, a teatro. «Li accompagnavamo solo io e il cappellano, una cosa impensabile oggi. La sicurezza? Era garantita dalla relazione che avevamo costruito con loro. Questo è il circolo della responsabilità. E della fiducia». Eppure, oggi le istituzioni non sembrano interessate a far circolare fiducia e quindi speranza. «Gli incendi, le proteste, gli atti di autolesionismo a cui assistiamo negli Ipm d’Italia in questi mesi cosa sono se non azioni comunicative di qualcosa che non sta più funzionando in un sistema nato per essere residuale e che sta perdendo le sue funzioni pedagogiche?». E a chi sostiene che i ragazzi autori di reato sono cambiati rispetto al passato, che i cosiddetti “maranza” o i minori stranieri non accompagnati non riescono a essere seguiti, Mosiello risponde che l’errore degli adulti è sempre quello di guardare la luna. L’abbaglio è credere che per alcune persone, per via di una supposta identità culturale o di classe, non ci sia via d’uscita dalla violenza.

«Incontro ragazzi in carcere entrati in Italia a 12 anni, da soli, partiti dalla Libia o dalla Tunisia, sopravvivendo a un viaggio infernale obbligati a diventare grandi prima del tempo. Arrivano in un paese straniero, abbandonando precocemente la loro infanzia, e la loro famiglia. C’è uno psicoanalista francese, Maurice Corcos, che ha affrontato il concetto della disaffiliazione per parlare della distruttività dei giovani nelle banlieues francesi che credo si presti bene al nostro discorso. Lui sostiene che non abbiamo trattato quei ragazzi come nostri figli e loro, di conseguenza, non trovano uno spazio esistenziale nel Paese ospitante. Disadattati perché non adottati». È la risposta sociale che riserviamo loro a produrre azioni violente. Ed è da quella risposta che dovremmo ripartire, con pensiero e competenza. «Questa è la funzione adulta, che non si spaventa ad incontrare il disordine che i giovani producono».

«Sai qual è l’episodio che scatenò il divieto di condividere gli spazi tra maschi e femmine in Ipm? Una banale rissa per una ragazza. Guai a lasciare che gli adolescenti si innamorino!»