Tragedia dietro le sbarre
Sette detenuti sono finiti in carcere con l’accusa di omicidio aggravato per la morte di Paolo Piccolo, il giovane napoletano pestato a sangue durante una rivolta nel penitenziario di Avellino. L’ordinanza, emessa dal Gip del Tribunale irpino su richiesta della Procura, è stata eseguita dalla Polizia di Stato e dalla Polizia Penitenziaria, chiudendo un’indagine che ha svelato una faida violenta tra gruppi criminali all’interno delle celle.
Tutto è iniziato la sera del 22 ottobre 2024, nella Casa circondariale “A. Graziano” di Bellizzi Irpino. Quella notte, una lite tra fazioni rivali è degenerata nel caos. Due agenti della Penitenziaria sono stati sequestrati e picchiati, mentre Paolo Piccolo, 26 anni, originario del quartiere Barra di Napoli, è stato aggredito con ferocia inaudita. Gli hanno reciso il lobo dell’orecchio, inflitto ferite profonde alla testa con bastoni e oggetti taglienti, rotto un braccio e colpito con almeno 26 coltellate, sfondandogli il cranio. Trasportato d’urgenza all’ospedale Moscati di Avellino, è entrato in coma, in prognosi riservata. Paolo era in prigione dal 2019 per reati legati alla detenzione e allo spaccio di droga. La famiglia, supportata dal garante dei detenuti della Campania, Samuele Ciambriello, ha lottato per mesi chiedendo un trasferimento in una struttura adatta alla riabilitazione, ma senza successo. Dopo quasi un anno di agonia, il 18 ottobre 2025, Paolo è morto al Moscati, senza mai riprendersi dallo stato vegetativo. Ora i parenti chiedono giustizia piena.
L’inchiesta, condotta dalla Squadra Mobile della Questura di Avellino e dal Nucleo investigativo regionale della Polizia Penitenziaria per la Campania, ha ricostruito la dinamica. La violenza è nata da uno scontro tra due bande che si contendevano il dominio sui traffici illeciti nel carcere. Nei giorni successivi alla rivolta, le perquisizioni hanno portato al trasferimento di alcuni detenuti pericolosi in altre strutture. Inizialmente, il 7 marzo 2025, il Gip ha disposto la custodia cautelare per undici indagati, accusati di violenza, minacce e sequestro nei confronti degli agenti, oltre al tentato omicidio aggravato per l’aggressione a Paolo. Tra loro, due erano originari della provincia di Salerno. Quattro hanno scelto il rito abbreviato. Per gli altri sette, dopo la morte della vittima, il Tribunale collegiale di Avellino, il 14 novembre 2025, ha restituito gli atti al pm, rilevando la differenza rispetto al tentato omicidio. Il pubblico ministero ha quindi riformulato l’accusa in omicidio aggravato, depositando una nuova richiesta di rinvio a giudizio e di misura cautelare. L’ordinanza è arrivata di recente, portando all’arresto di questi sette, che ora affronteranno il processo per un delitto che ha scosso il mondo carcerario irpino.
Una storia di rivalità dietro le sbarre, che solleva domande su come prevenire queste esplosioni di violenza nei penitenziari. Il carcere di Bellizzi Irpino non è nuovo a problemi del genere. Con oltre 630 detenuti stipati in spazi pensati per 500 persone, il sovraffollamento crea tensioni continue. Solo negli ultimi mesi ci sono state aggressioni agli agenti, come quella a un’ispettrice colpita alla schiena da un recluso trasferito proprio per comportamenti violenti, con 20 giorni di prognosi. E non è un caso isolato: risse, raid in infermeria e condizioni di lavoro estreme per infermieri e guardie rendono l’ambiente una polveriera. Samuele Ciambriello, il garante regionale, ha denunciato più volte questi nodi. Per Paolo ha lanciato appelli disperati già nell’agosto 2025, chiedendo un posto in una struttura sanitaria adatta alla riabilitazione, bloccato da ritardi burocratici che negano il diritto alla salute. «Paolo merita giustizia e speranza», ripeteva, ma le risposte non arrivavano, lasciando il ragazzo in un limbo all’ospedale Moscati.
E il problema va oltre Avellino. In Italia, le carceri scoppiano di violenza. A Trapani, indagini recenti hanno svelato torture e abusi su detenuti fragili, con agenti sospesi per pestaggi e vessazioni. A Prato, stupri e torture tra reclusi, con video che girano persino su TikTok, mostrando un controllo perso. Nel minorile Beccaria di Milano, agenti accusati di pestaggi sistematici. Sono storie che si ripetono, legate a faide per droga, cellulari e potere, come quella che ha ucciso Paolo. Associazioni come Antigone puntano il dito sul sovraffollamento e sulla mancanza di programmi per la riabilitazione, che trasformano le prigioni in luoghi di sopravvivenza brutale. Paolo Piccolo era solo un ragazzo finito in un giro sbagliato. La sua famiglia ha combattuto per dargli una possibilità, ma il sistema non ha risposto. Ora, con questi arresti, forse arriva un po’ di luce. Ma quante altre storie come questa devono succedere prima che si cambi qualcosa? Le sbarre dovrebbero riabilitare, non distruggere.
La sanità nelle carceri è un altro buco nero che grida vendetta. In Campania, a Poggioreale e Secondigliano, i medici sono ridotti all’osso: un solo dottore per padiglioni interi, con specialisti come cardiologi o ortopedici che mancano all’appello. Ciambriello lo ripete da mesi: «Mancano psicologi nei weekend, proprio quando i nuovi arrivi sono più a rischio suicidio». Nel 2025, in Italia, 79 detenuti si sono tolti la vita e 238 sono morti in cella, tra malattie e disperazione. Autolesionismi a raffica, 16,7 ogni 100 reclusi, aggressioni in crescita. A fine anno, 63.868 persone ammassate in 46.124 posti, con un tasso del 138,5%. Luoghi come Lucca al 247%, San Vittore al 231%, dove la gente dorme su brande improvvisate e l’aria è irrespirabile.
Antigone, nel suo rapporto del 2025, dipinge un quadro nero: celle senza doccia nel 50% dei casi, acqua calda che va e viene, spazi per scuola o lavoro che latitano. Il governo promette nuovi posti, ma ne ha persi 700 in un anno. E le rivolte continuano: a Udine e Biella, proprio a inizio 2026, incendi e danni per protestare contro il caos. In Campania, Ciambriello denuncia anche la fuga di medici, trasferiti altrove, lasciando i malati psichici invisibili, senza cure. «La Costituzione è ingabbiata in quelle celle», dice, chiedendo misure alternative per chi non è pericoloso. Quasi il 38% dei detenuti potrebbe uscire con pene diverse, ma resta dentro, alimentando il ciclo di violenza.
Questi numeri non sono astratti: sono vite spezzate, come quella di Paolo o di Luca La Penna, morto a Secondigliano per cure negate. Serve un cambio vero, con più personale, sanità decente e programmi che guardino al futuro. Altrimenti le faide continueranno e le sbarre diventeranno tombe. La famiglia di Paolo lo sa bene: la loro lotta non finisce con gli arresti, è per un sistema che non uccida più. E mentre entriamo nel 2026, le ombre si allungano ancora. Già nei primi giorni dell’anno, tre morti: uno da accertare, uno per malattia e un suicidio a Cremona. Sono tragedie che non si fermano, con 80 suicidi nel 2025 e 238 morti totali, come racconta il dossier di Ristretti Orizzonti. Ma nessuna riforma o legge deflattiva è all’orizzonte. Il presidente Mattarella lo ha chiamato «una ferita alla dignità», Papa Leone chiede umanità. Paolo Piccolo è solo una faccia di questa strage silenziosa. Cambiare si può, con più cure, meno celle, percorsi veri. Altrimenti, quante altre famiglie dovranno piangere prima che le sbarre smettano di essere tombe?