Il giorno dell'Epifania, mentre fuori le città si svuotano dei festeggiamenti e le famiglie si preparano a riporre gli addobbi, dentro le mura del carcere di Secondigliano il tempo sembra essersi fermato in una dimensione diversa. Nel reparto di articolazione psichiatrica, l'odore di polvere e disinfettante si mescola per un attimo a quello di un pranzo di festa, un rito che tenta di riportare un briciolo di umanità laddove la sofferenza è la regola.
Samuele Ciambriello, Garante campano delle persone private della libertà personale, ha varcato quella soglia non per una visita di cortesia, ma per testimoniare una tragedia che si consuma nel silenzio. Sedersi a tavola con i detenuti, partecipare a una tombolata tra le pareti di un’articolazione per la tutela della salute mentale (Atsm), significa guardare negli occhi quegli uomini che lo Stato ha deciso di nascondere perché non sa come curare. Le parole di Ciambriello, pesanti come i cancelli che si chiudono alle sue spalle, denunciano una realtà inequivocabile: i malati psichici in carcere sono diventati invisibili, fantasmi che abitano una terra di nessuno tra la giustizia e la sanità.
La visita di Secondigliano non è un episodio isolato, ma il tassello di un mosaico nazionale che il recente rapporto di Antigone “Senza Respiro” definisce con tratti allarmanti. Il sistema penitenziario italiano sta letteralmente soffocando, schiacciato da un sovraffollamento che ha superato ogni livello di guardia e da un'epidemia di disagio psichico che non trova risposte adeguate. Al 30 aprile 2025, i detenuti nelle carceri italiane erano 62.445, segnando una crescita costante che non sembra arrestarsi nonostante i timidi segnali di calo degli ingressi registrati nei primi mesi dell'anno. Ma il numero assoluto non basta a raccontare la sofferenza: il tasso di affollamento ufficiale del 121,8% è una bugia statistica, poiché se si sottraggono i 4.500 posti inagibili per ristrutturazioni o fatiscenza, la densità effettiva balza al 133%. In queste condizioni, la salute mentale smette di essere un diritto e diventa una variabile dipendente dello spazio vitale, spesso ridotto a pochi centimetri quadrati dove la mente, prima ancora del corpo, finisce per implodere.
Incontrare i detenuti del reparto psichiatrico di Secondigliano per una tombolata dell’Epifania potrebbe sembrare un gesto simbolico, eppure in quel contesto assume il valore di una resistenza civile. Ciambriello ha scelto di condividere il tempo con chi vive la “doppia reclusione”: quella delle sbarre e quella di una mente che soffre. Durante il pranzo, tra una cartella della tombola e l'altra, emerge la solitudine di persone che spesso non hanno più alcun contatto con l'esterno. La malattia mentale in carcere non è un imprevisto, ma una realtà strutturale che viene troppo spesso affrontata con l'isolamento o con la contenzione chimica, anziché con percorsi terapeutici seri.
La denuncia del Garante si concentra sulla carenza di personale specializzato: a Poggioreale e Secondigliano, il rapporto tra psichiatri e detenuti calpesta i parametri minimi fissati dai protocolli della Conferenza Stato-Regioni, che prevederebbero almeno uno psichiatra ogni 500 detenuti. Qui, invece, la realtà è quella di una trincea dove pochi medici devono gestire centinaia di crisi, spesso senza il supporto di tecnici della riabilitazione o infermieri specializzati.
Questa invisibilità si traduce in una mancanza di cure che aggrava le patologie esistenti. Ciambriello ricorda come la chiusura di presidi fondamentali, come la sezione femminile di Pozzuoli o le articolazioni di Sant'Angelo dei Lombardi e Benevento, sia stata una scelta scellerata che ha creato un vuoto pneumatico nella gestione della salute mentale regionale. Senza queste strutture, i detenuti psichiatrici vengono dispersi in reparti ordinari o ammassati in Atsm sottodimensionate, dove la custodia prevale inevitabilmente sulla cura. È il paradosso di un sistema che chiama “articolazioni sanitarie” dei luoghi che rimangono, prima di tutto, delle celle.
Per capire la portata dell'emergenza denunciata a Secondigliano, bisogna guardare ai numeri che arrivano dalle carceri di tutta Italia. Il 2024 è passato alla storia come l'anno nero dei suicidi, con almeno 91 casi accertati, superando il record negativo del 2022. Tra gennaio e maggio 2025, si contano già 33 decessi volontari, una progressione che non accenna a diminuire e che dimostra come il carcere sia diventato un luogo dove la speranza è l'unica risorsa che non viene fornita dallo Stato. Non è solo il numero totale a spaventare, ma la frequenza: i suicidi crescono non solo in valore assoluto, ma anche in rapporto alla popolazione detenuta, indicando un deterioramento qualitativo della vita interna agli istituti.
L'autolesionismo, altra spia del disagio profondo, è aumentato del 4,1% nell'ultimo anno, mentre i tentati suicidi sono cresciuti del 9,3%. Questi gesti sono spesso l'unico linguaggio rimasto a chi si sente dimenticato. La popolazione detenuta sta invecchiando, e questo pone sfide inedite in termini di assistenza sanitaria e percorsi di reinserimento. Al contempo, aumenta il numero di stranieri e di giovani adulti, soggetti spesso più fragili a causa della mancanza di reti familiari o della barriera linguistica, che li rende ancora più vulnerabili al disagio psichico.