Giovedì 08 Gennaio 2026

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La lettera

Anno nuovo, vita vecchia: senza scorte e senza diritti

Così a Rebibbia si limitano visite mediche, terapie e permessi per gravi motivi familiari. Le storie di Antonio, Roberto, Ciro e gli altri

07 Gennaio 2026, 09:53

Anno nuovo, vita vecchia: senza scorte e senza diritti

Gianni Alemanno

Riceviamo da Gianni Alemanno e pubblichiamo nel rispetto delle norme dell’Ordinamento.

L’anno nuovo è arrivato, molti rappresentanti istituzionali sono venuti a trovarci, ma la vita qua dentro è quella vecchia di persone detenute senza diritti. E la causa di questo non è chissà quale disegno repressivo e securitario. No, è la banalità di una burocrazia che non regge il peso di carceri sovraffollati e senza personale, ma non vuole neppure ammetterlo.

Questa banalità burocratica si chiama “mancanza di scorte”. Per mancanza di scorte non viene tutelato il diritto fondamentale alla salute garantito dall’art. 32 della Costituzione: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”.

Accade ad Antonio, di 88 anni, che aspetta diverse visite esterne che sono state più volte soppresse, da anni, non da mesi. Accade a Roberto, 78 anni, che non può curarsi gli occhi nonostante stia perdendo la vista. Accade a Ciro, 33 anni, che ha mani e piedi ridotti in condizioni preoccupanti, ma che non riesce a sapere se ha una “normale” sindrome di Raynaud o una molto più preoccupante dermosclerosi, che può avere gravi e permanenti effetti invalidanti.

Accade a un numero rilevante di persone detenute di non essere curate in carcere per mancanza di strutture adeguate e di non potersi curare negli ospedali esterni perché, quasi sempre all’ultimo minuto, saltano visite e terapie per “mancanza di scorte” disponibili. Ma la burocrazia, invece di essere la prima a denunciare questo problema, nega l’evidenza. Prima di Natale è venuta a visitare il nostro reparto l’onorevole Pina Picierno che, dopo una serie di testimonianze di persone detenute, ha dovuto ascoltare una vicedirettrice – che l’accompagnava nonostante non fosse del nostro reparto – affermare, anche alzando la voce, che le scorte per gli eventi d’urgenza erano sempre disponibili. Peccato che ci sono state diverse persone detenute che non sono state trasferite nei presidi ospedalieri di riferimento per effettuare dialisi, chemioterapia o altre cure salva vita.

Oltre ai problemi sanitari, ci sono anche i drammi della vita. Alessandro, persona detenuta qui nel nostro reparto, aveva chiesto un permesso di necessità il 15 dicembre per andare a trovare la mamma Graziella ricoverata in fin di vita presso l’ospedale di Formia. Il Giudice di Sorveglianza concede e rende esecutiva l’autorizzazione il 23 dicembre, ma, nonostante le rassicurazioni date, abbiamo assistito increduli alla non ottemperanza dell’ordinanza, per “mancanza di scorte”, anche dopo la morte della mamma in ospedale, avvenuta il 2 gennaio.

Solo oggi, 4 gennaio, venti giorni dopo la prima richiesta, la scorta è arrivata per portare Alessandro ai funerali della madre. Anche il Magistrato di Sorveglianza, nell’ordinanza in cui concede questo nuovo permesso per “gravi motivi familiari”, chiede alla Direzione di sapere per quali ragioni non è stata data attuazione alla precedente autorizzazione del 23 dicembre.

Abbiamo assistito per giorni ai pianti e alla disperazione di Alessandro. Voi pensate che vi sia stato un colloquio per scusarsi, un psicologo o educatore che tentasse di giustificare questa mancanza, cercando alleviare il dolore? No, c’è stato solo qualche agente della Penitenziaria che, impietosito, gli ha fatto di sua iniziativa le condoglianze.

Tutte le personalità istituzionali che sono venute qui al reparto sono rimaste incredule nel vedere come viene “stoccato il materiale umano” in celle fatiscenti, mentre per il sovraffollamento altre persone sono detenute non in celle ma in salette senza l’abitabilità e senza armadietti, perché queste salette prima erano gli ambienti dedicati alla socialità.

Così, quando queste personalità sono accompagnate da una dirigente che si affanna a minimizzare le criticità, c’è da domandarsi se si voglia veramente affrontare i problemi, che non sono solo nostri ma anche degli agenti della Penitenziaria, costretti a turni massacranti in un ambiente degradato. E dobbiamo ricordare che queste personalità non sono venute in carcere in visita turistica, ma per esercitare un ben preciso compito di ispezione previsto dall’Ordinamento.

Oltre al Magistrato di Sorveglianza e alle personalità istituzionali, anche il Garante dei Diritti dei Detenuti della Regione Lazio, professor Anastasia, nel suo rapporto annuale ha sottolineato la preoccupante soppressione delle scorte per il trasferimento delle persone detenute negli ospedali, o presso le chiese e i cimiteri per l’ultimo saluto ai propri cari.

Ci sarà un modo per uscire da questa situazione? Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria non potrebbe chiedere aiuto alle altre Forze dell’Ordine per potenziare, almeno provvisoriamente, il servizio scorte per le persone detenute? Se una volante della Polizia o una gazzella dei Carabinieri può portare qui una persona appena arrestata, perché non potrebbe, in situazioni di emergenza, accompagnarla anche in un ospedale o in una Chiesa? Noi pensiamo che un pubblico ufficiale, soprattutto se è un dirigente, dovrebbe sempre denunciare, o comunque non nascondere, le condizioni insostenibili che è costretto ad affrontare e a gestire. Deve farlo perché il suo primo compito non è quello di coprire le insufficienze della politica o della scala gerarchica, il suo primo compito è quello di tutelare i diritti dei cittadini, anche se sono detenuti. Stiamo dicendo una cosa sbagliata?