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Carcere di Opera, familiari chiusi per tre ore: «Come ostaggi!»

Dopo l'evasione, l'istituto milanese sarebbe cambiato in peggio. La denuncia e l’interrogazione Giachetti: familiari trattenuti per ore

31 Dicembre 2025, 11:30

01 Gennaio 2026, 09:07

Carcere di Opera, familiari chiusi per tre ore: «Come ostaggi!»

Tre ore chiusi a chiave nella sala d'attesa, senza poter uscire né avvisare nessuno. Mentre ai detenuti sarebbe stato detto che i familiari se n'erano andati. Affettività dimezzata, presunta aggressione nei confronti di un familiare in attesa di colloquio e perquisizioni con le scarpe sopra le lenzuola dei detenuti. Il clima all'interno del carcere milanese di Opera si sarebbe fatto pesante, quasi irrespirabile. Sarebbe accaduto il 19 dicembre scorso nel carcere di Opera: dopo che un detenuto era evaso il 7 dicembre, la situazione sarebbe precipitata.

Roberto Giachetti, deputato di Italia Viva, ha presentato un'interrogazione al ministro della Giustizia dopo aver ricevuto una segnalazione dall'Associazione Yairaiha, che raccoglie le testimonianze dei familiari delle persone detenute. Le segnalazioni parlano di un clima che sarebbe cambiato radicalmente dopo l'evasione. Perquisizioni ogni giorno, con agenti che, secondo quanto riferito, salirebbero sui letti dei detenuti con le scarpe. Sezioni che verrebbero chiuse senza spiegazioni. E soprattutto quella giornata di metà dicembre che i familiari descrivono come "da incubo".

Per i familiari dei detenuti, quella che doveva essere l'ora di colloquio per mantenere vivo il legame affettivo si sarebbe trasformata in una sorta di sequestro. Lo scrivono i parenti nella segnalazione inviata a Yairaiha: sarebbero stati tenuti chiusi a chiave per tre ore nella stanza d'attesa, senza poter comunicare con nessuno e senza la possibilità di uscire, nemmeno per chi doveva andare a prendere i figli a scuola.

Ma ci sarebbe di più. In quelle tre ore di tensione, si sarebbe consumato un vero e proprio "gioco psicologico" ai danni di chi sta dentro e di chi sta fuori. Ai familiari sarebbe stato detto che i detenuti non volevano scendere per l'incontro, mentre ai detenuti, in sezione, sarebbe stato raccontato che le famiglie se ne erano già andate. Una presunta bugia che avrebbe alimentato rabbia e frustrazione. In quel clima di esasperazione, un agente di polizia penitenziaria avrebbe persino spinto un parente durante l'attesa nella saletta. I colloqui sarebbero iniziati solo dopo tre ore di stallo, lasciando le persone in uno stato di profonda prostrazione. Ma non sarebbe finita lì. Secondo quanto riferito nell'interrogazione, la direttrice avrebbe minacciato di sospendere i colloqui come misura preventiva. Una mossa che avrebbe aumentato la preoccupazione tra detenuti e famiglie, perché i colloqui rappresentano spesso l'unico sostegno emotivo per chi sta dentro.

Le telefonate rischierebbero di essere dimezzate. Dal 12 gennaio 2026, secondo quanto annunciato, le chiamate mensili potrebbero passare da 8 a 4. Rita Bernardini, che ha visitato il carcere il 22 dicembre insieme ad altri esponenti di Nessuno tocchi Caino, avrebbe potuto vedere una circolare interna che parlerebbe di una riduzione ancora più pesante per chi ha figli piccoli. Ai detenuti con figli minori di 10 anni verrebbero concesse solo due telefonate in più al mese. Significherebbe passare da una chiamata al giorno - possibile grazie a una norma del decreto legge del 2020 che il direttore può applicare per chi ha figli minori o figli maggiorenni con disabilità grave - a un totale di sei telefonate al mese. Una diminuzione drastica.

Anche i pacchi sarebbero sotto attacco. Lenzuola, coperte, generi alimentari come il pesce potrebbero non essere più accettati. Le mattonelle refrigeranti sarebbero state rimosse dalle borse frigo, rendendo difficile conservare gli alimenti. Nei mesi invernali, quando il freddo si fa sentire, non poter ricevere coperte da casa diventa un problema serio.

Perquisizioni con le scarpe sui letti

L'evasione del 7 dicembre sembra aver autorizzato metodi che, secondo le segnalazioni, avrebbero poco a che fare con la sicurezza e molto con l'umiliazione. Le testimonianze parlano di perquisizioni giornaliere nelle celle. Non sarebbe la procedura in sé a essere contestata, ma il modo: gli agenti salirebbero sui letti dei detenuti con le scarpe addosso, sporcando le lenzuola dove le persone dormono. Un gesto che avrebbe anche un valore simbolico enorme: comunicherebbe al detenuto che il suo spazio minimo di dignità non esiste più.

Ma ci sarebbe anche un altro aspetto che emerge dall'interrogazione. La sezione B del carcere di Opera sarebbe stata chiusa. Una sezione che da 15 anni funzionava con un regime "aperto", considerata all'avanguardia per i risultati ottenuti nella riduzione della recidiva. Un progetto che aveva dimostrato di funzionare e che ora verrebbe dismesso. Nessuno tocchi Caino avrebbe potuto constatare personalmente questa chiusura durante la visita del 22 dicembre.

Giachetti chiede al ministro della Giustizia di verificare i fatti, anche attraverso un'ispezione ministeriale e con l'ausilio delle registrazioni delle telecamere di vigilanza. Se confermati, questi episodi costituirebbero "un'ingiustificata umiliazione delle persone detenute e dei loro familiari", scrive nell'interrogazione.

Il deputato vuole sapere se è vero che sarebbero state date disposizioni che nei fatti costituirebbero una drastica riduzione dei contatti delle persone detenute con i loro affetti. Se è vero che sarebbero stati eliminati i colloqui con terze persone. Se è vero che il progetto della sezione B sarebbe stato dismesso definitivamente. E soprattutto chiede quali iniziative intenda adottare il ministero per agevolare i contatti, considerati dall'ordinamento penitenziario elementi fondamentali del trattamento ai fini del reinserimento sociale.

L'evasione del 7 dicembre avrebbe fatto scattare una reazione a catena. Perquisizioni più severe, controlli più rigidi, sezioni chiuse. Ma le misure adottate sembrerebbero andare oltre la sicurezza, toccando il diritto all'affettività che la legge riconosce alle persone detenute. I familiari raccontano di un clima di paura e tensione. I detenuti vivrebbero nella preoccupazione che i contatti con l'esterno vengano ridotti ancora.

La questione non è solo di ordine pubblico. È anche di dignità. Le presunte perquisizioni quotidiane con agenti che salirebbero sui letti con le scarpe, i familiari chiusi a chiave per ore, le minacce di togliere i colloqui come misura di pressione. Tutto questo disegnerebbe un quadro che andrebbe oltre la normale gestione della sicurezza dopo un'evasione.

L'associazione Yairaiha chiede un intervento urgente e un accertamento della situazione. Soprattutto per verificare la fondatezza delle segnalazioni relative all'eliminazione dei colloqui in terza persona e per garantire che queste misure non vengano adottate in modo arbitrario. Il rischio è che un episodio come l'evasione diventi il pretesto per un giro di vite che colpisce chi sta dentro e chi viene da fuori a trovarlo. Il messaggio che arriva dall'Associazione Yairaiha è chiaro: l'affettività non può essere usata come una leva di controllo o, peggio, come una misura punitiva collettiva dopo un'evasione. Il rispetto della dignità umana, anche dentro un carcere di massima sicurezza come quello di Opera, non è un optional, ma un obbligo costituzionale. L'interrogazione parlamentare ora aspetta una risposta dal ministero. I familiari continuano ad andare al carcere, sperando che la situazione torni alla normalità. Ma la normalità, a Opera, sembra ancora lontana.