Il confronto
“Donna tessitrice di pace”. Il Consiglio nazionale forense quest’anno parte da una suggestione per celebrare l’8 marzo e fissare l’impegno che ogni anno l’avvocatura istituzionale profonde nella promozione delle pari opportunità.
L’obiettivo chiave, per il 2026, è «ricucire lo strappo», tessere il dialogo per ricomporre il conflitto e rimettere al centro i diritti, attraverso quel patrimonio di valori di cui l’avvocatura è custode. «Per millenni la narrazione ha consegnato alla donna una responsabilità simbolica pesante: quella di essere l’origine del disordine, della frattura, colei che semina zizzania. Ed è ora di decostruire questo pregiudizio, restituendo alla donna il suo ruolo centrale di “tessitrice di pace”», ha spiegato Lucia Secchi Tarugi, coordinatrice della commissione Pari opportunità del Cnf e promotrice dell’iniziativa che si è tenuta ieri a Roma presso l’Istituto dell’Enciclopedia Treccani.
Un momento di riflessione senza “scadenza”, costruito per durare nel tempo, e che più che mai si rende necessario nell’attualità, in una fase così complessa per la comunità internazionale. Ecco perché tessere la pace «non è solo un’immagine retorica - ha aggiunto Secchi Tarugi -, ma una necessità storica e un impegno quotidiano. L’avvocatura conosce bene il peso del conflitto. Il nostro compito non è quello di esasperare lo scontro, ma di avere il coraggio di cercare soluzioni, difendendo i diritti con fermezza, lavorando per ricucire gli strappi del nostro tessuto sociale».
Tale incarico è ciò che definisce la funzione sociale dell’avvocatura, che si può e si deve declinare anche secondo una prospettiva di genere. Perché «l’approccio femminile alla professione - ha concluso la consigliera del Cnf -, porta con sé una vocazione alla sensibilità nel ricucire le relazioni e alla tutela dei diritti, che trasforma il paradigma: l’altro non è un nemico da annientare, ma una parte con cui dialogare per ristabilire un equilibrio. Il telaio della nostra società ha bisogno di fili robusti. Scegliere di essere tessitrici di pace significa custodire l’integrità delle istituzioni e delle persone che ci affidano le loro vite e i loro diritti». Questo è l’impegno che il Cnf e la sua Commissione pari opportunità portano avanti nei territori, attraverso l’attività dei comitati, i Cpo, di cui ieri vi era un’ampia rappresentanza in sala.
Una location prestigiosa, abitata da una folta platea a cui si è rivolto anche Vittorio Minervini, consigliere del Cnf e vicepresidente della Fondazione dell’avvocatura italiana (Fai), che conferma il proprio impegno nel promuovere i valori dell’avvocatura attraverso i molteplici progetti culturali lanciati nel corso dell’anno. Da ultimo il concorso di cortometraggi “No Amore” contro la violenza di genere, che lo scorso 25 novembre è giunto alla sua seconda edizione. Proprio il corto che ha vinto il primo premio - “La sua luce” di Ludovica Andò - è stato proiettato nel corso dell’evento insieme ad un altro filmato lanciato lo scorso anno a Perugia, in occasione dell’8 marzo, per raccontare il tema della detenzione delle donne. Le quali «sono condannate a una doppia pena - ha sottolineato Minervini -, isolate e costrette a vivere in istituti penitenziari pensati esclusivamente al maschile». «Come Fondazione - ha spiegato il vicepresidente Fai - abbiamo voluto costruire un percorso culturale che potesse legare il mondo dell’avvocatura ad altri mondi», come quello dei nuovi media e del carcere. «Oggi l’obiettivo è riappropriarsi della pace, che rischia di essere dissolta. E partire dalle “donne tessitrici”, per noi avvocati, è un modo per ricostruire una società migliore».
Di qui anche il fil rouge messo in evidenza da Francesca Palma, coordinatrice della commissione persone private della libertà personale del Cnf, che ha messo in relazione il tema della detenzione femminile con l’immagine che ha ispirato l’iniziativa, a partire dall’idea di uno “strappo” che va ricucito. Quello che si genera con il reato, che va “riparato” presentando attenzione alla fase dell’esecuzione penale. E quello che ci spinge verso un’esigenza di pace, da cui nasce anche l’8 marzo.
In questo quadro, l’avvocatura può essere ordito e trama. Non solo riconoscendo all’avvocatura femminile il suo ruolo sociale, quale agente e motore del cambiamento, come ha sottolineato Laura Massaro, componente dell’Organismo congressuale forense e responsabile per le pari opportunità. Ma anche puntando lo sguardo sull’avvocatura internazionale, come ha sottolineato nel suo intervento Leonardo Arnau, consigliere Cnf e presidente Oiad (Osservatorio internazionale avvocati in pericolo).
«In questo momento così turbolento e carico di incertezze, in cui riaffiora con virulenza inaspettata la “voglia di guerra”, è necessario, in particolare per noi avvocati, porre in primo piano il richiamo al rispetto del diritto e dei diritti, che devono avere un peso e una priorità inalienabile nei conflitti armati», ha spiegato Arnau. «Gli avvocati, a qualunque latitudine, difendono la libertà e i diritti delle persone, ne sono portatori e chi calpesta i diritti umani, in primo luogo, aggredisce l’avvocatura che ha il compito di tutelarli», ha aggiunto il consigliere Cnf. Che ha quindi ricordato le figure femminili che hanno contribuito alla stesura della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, nel 1948, e coloro che oggi sono in prima linea contro il regime iraniano, con il premio Nobel Narges Mohammadi e l’avvocata per i diritti umani Nasrin Soutudeh. Sono loro a incarnare un’immagine antica, un archetipo, come ha ben spiegato lo scrittore Sandro Benvenuto. Il quale ha condensato in poche parole il significato profondo del tessere, quale «gesto ordinatore: il gesto dell’unire due estremi».