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Referendum, l’Ocf lancia la sfida: verità contro la disinformazione

Convegno Ocf a Roma: giuristi e accademici denunciano fake news e difendono la riforma come garanzia per cittadini e processo equo

21 Febbraio 2026, 10:49

Referendum l’Ocf lancia la sfida: verità contro la disinformazione

Giuseppe Belcastro

Un confronto serrato, dai toni netti ma con un filo conduttore comune: restituire centralità al cittadino attraverso un processo più giusto. È questo il senso del convegno promosso giovedì scorso a Roma dall’Organismo congressuale forense dal titolo: “La riforma rafforza l’indipendenza della magistratura – Diciamo la verità agli italiani sul referendum”. Un appuntamento che ha riunito esponenti dell’avvocatura, accademici ed ex magistrati per sostenere le ragioni del Sì e per denunciare, con forza, il clima di disinformazione che sta accompagnando il dibattito pubblico.

Ad aprire i lavori è stato l’avvocato Giuseppe Belcastro, presidente della Camera penale di Roma, che ha ribadito come la riforma rappresenti un passaggio fondamentale per rafforzare l’indipendenza della magistratura e per ricostruire un rapporto di fiducia con i cittadini. Belcastro ha insistito sulla necessità di contrastare le narrazioni fuorvianti diffuse dai comitati del No, parlando di una campagna segnata da messaggi allarmistici e spesso non aderenti al testo della riforma. “Diciamo la verità agli italiani” non è soltanto uno slogan, ma un impegno preciso: spiegare nel merito cosa cambia e perché il nuovo assetto può rendere il sistema più trasparente e meno condizionato dalle logiche interne. Sulla stessa linea l’intervento dell’avvocato Fedele Moretti, coordinatore Ocf, che ha definito la riforma «una storica battaglia dell’avvocatura».

Da anni, ha ricordato, il mondo forense chiede una revisione del sistema di governo autonomo della magistratura per superare il peso delle correnti e garantire una reale terzietà. Moretti ha però evidenziato come il confronto pubblico abbia perso la sua natura tecnica, trasformandosi in uno scontro ideologico alimentato da fake news. È difficile, ha osservato, dibattere quando dall’altra parte non c’è solo una diversa opinione, ma una narrazione costruita con “malizia”, che deforma i contenuti per generare paura. Eppure, proprio per questo, diventa ancora più urgente riportare la discussione sul terreno dei fatti. Per l’avvocato Cesare Placanica, componente del Comitato Sì Riforma e responsabile dell’Osservatorio “Giusto Processo” dell’Unione delle Camere penali, quella della magistratura sulla riforma è una «battaglia di retroguardia». Luigi Salvato, già procuratore generale della Cassazione e componente del Comitato Sì Riforma, ha invece ripercorso alcune tappe significative del dibattito interno alla magistratura. In più occasioni pubbliche, ha ricordato, egli stesso ha denunciato il peso delle correnti e la necessità di riportare il Csm alla sua funzione di garanzia. Già nel 1988, con la fondazione del Movimento per la giustizia, si stigmatizzava il rischio di una degenerazione correntizia all’interno dell’Anm.

Nel 2014 il Comitato “Altra proposta” tornava a denunciare lo stesso problema. E nel 2020 anche Giovanni Maria Flick si espresse a favore del sorteggio come strumento per ridurre il potere delle correnti e restituire al Csm un profilo più istituzionale. Salvato ha inoltre respinto con decisione una delle accuse più ricorrenti, quella secondo cui la riforma renderebbe i giudici “dipendenti dalla politica”: una tesi che ha definito priva di fondamento e frutto di una comunicazione fuorviante. L'ex pg ha poi ricordato che Palmiro Togliatti, durante i lavori dell'Assemblea Costituente, immaginava un Consiglio superiore della magistratura composto esclusivamente da membri non togati, proprio perché la giustizia, sosteneva, è espressione del popolo.

Per l’avvocato Vincenzo Comi , consigliere dell’Ordine degli avvocati di Roma, la questione è anche di garanzie concrete. «Sono maggiormente garantito se il disciplinare è sganciato dal Csm», ha affermato, sostenendo l’importanza dell’istituzione di un’Alta Corte che separi le funzioni di controllo disciplinare dall’organo di autogoverno. Una scelta che, nelle intenzioni dei promotori, rafforzerebbe l’imparzialità e la credibilità del sistema. Di taglio più provocatorio l’intervento del professor Giulio Prosperetti , vicepresidente emerito della Corte costituzionale, che ha lanciato una riflessione sul profilo culturale dei magistrati: «Perché non prevedere anche un esame di cultura generale per chi sceglie di intraprendere questa carriera?». La provocazione, lungi dall’essere una critica personale, intendeva sottolineare la necessità di affiancare alla preparazione tecnica il buon senso e una solida formazione umanistica, elementi indispensabili per esercitare una funzione così delicata.

Nel corso dell’incontro è stato infine evocato il pericolo dell’astensione. In un clima segnato da disinformazione e da un confronto spesso polarizzato, il rischio è che i cittadini rinuncino a partecipare. Ma, hanno ribadito i relatori, la posta in gioco riguarda tutti: un processo più giusto significa maggiore tutela dei diritti, maggiore equilibrio tra accusa e difesa, maggiore fiducia nelle istituzioni. Ed è proprio questa la sfida lanciata dall’Ocf: riportare il dibattito sul terreno della verità e ricordare che la giustizia non appartiene a una categoria, ma è un bene comune, presidio essenziale di democrazia.