Venerdì 13 Febbraio 2026

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Il dovere dei Coa di battersi per sostenere il sì al referendum

Di fronte alla campagna scomposta di molti attori istituzionali, la compostezza e le posizioni “aventiniane” non hanno più senso

12 Febbraio 2026, 18:53

Il dovere dei Coa di battersi per sostenere il sì al referendum

Le dinamiche del confronto sui temi proposti dal referendum sulla separazione delle carriere hanno registrato, con l’inaugurazione dell’anno giudiziario, un cambio di passo, coinvolgendo indebitamente le istituzioni nella polemica, conferendole un tono ingravescente, lontano dall’equilibrio richiesto a chi riveste incarichi istituzionali.

Fino ad oggi, molti Consigli degli Ordini degli Avvocati hanno ritenuto di rimanere estranei alla contesa referendaria, proprio in onore del ruolo istituzionale ad essi attribuito. In presenza di quello che, di tutta evidenza, appare come una rottura rispetto alla compostezza e alla misura dovuta da parte di chi esercita funzioni pubbliche, e quindi, come recentemente affermato, un sovvertimento delle regole d’ingaggio che avrebbero dovuto governare un confronto corretto, i Consigli degli Ordini non possono più conservare posizioni aventiniane, in nome di un equilibrio ormai ampiamente abbandonato da molte figure, istituzionali e non, che hanno rinunciato alla lettura tecnica delle norme per accedere ad assiomi e mistificazioni ideologiche.

I Consigli sono affidatari della tutela dell’affidamento della comunità verso gli Avvocati, non solo nell’esercizio della professione, ma più in generale nell’attuazione della funzione sociale alla quale tutti gli avvocati sono chiamati: quella funzione di intermediazione tra i cittadini e lo Stato nelle materie di loro competenza. In tale ambito l’intervento degli avvocati, e quindi dei Consigli, in ogni luogo, deve essere ossequioso, principalmente, al dovere di verità al quale ognuno di essi deve ispirarsi, scevro da posizioni identitarie di natura politica.

Le questioni poste dal quesito referendario richiamano profili di natura tecnica che non possono essere abbandonati ad interpretazioni orientate a logiche del tutto avulse dal merito delle questioni, prone a declinazioni di partito, molto più attente alle prospettive elettorali di breve periodo che non al bene comune e alle generazioni future. La separazione delle carriere è questione tecnica e sfugge a logiche di appartenenza: si ispira a principi di civiltà giuridica ed è da molto tempo una realtà nella quasi totalità delle democrazie liberali europee.

La convivenza forzata delle due magistrature in un solo corpo è un’anomalia tutta italiana, coltivata e sostenuta dalle continue e mai sopite pulsioni inquisitorie, pur in vigenza di un sistema processuale fondato sulla contrapposizione tra accusa e difesa che da trentacinque anni attende l’attuazione definitiva dei principi del modello accusatorio. Rinunciare ad intervenire, per offrire il necessario contributo tecnico, dovuto ai cittadini, in un momento così delicato e in un contesto che tende a sovvertire le evidenze di una riforma per affidarla a distorsioni interpretative mirate a creare un clima di timore verso il futuro e il cambiamento, significherebbe abdicare alla funzione principale che da ogni Avvocato il nostro ordinamento esige.