Nel 2008, quando decise di riporre per sempre la toga nell’armadio, l’avvocato Giuliano Spazzali disse di sentirsi «spremuto come un limone» e, quando non esce più il succo, della scorza non si sa cosa farsene. Un’uscita di scena a neanche settant’anni di età, con discrezione, maturata con rispetto per sé stessi e per la professione svolta con dedizione per quasi mezzo secolo. Con un avvertimento sulle degenerazioni della giustizia nelle aule dei Tribunali e certe notizie sparate dai media.
I processi politici degli anni Settanta sono stati per Giuliano Spazzali, impegnato in prima persona nel “Collettivo di difesa” degli imputati dell’ultrasinistra, una palestra fondamentale che lo ha preparato agli scontri epici, trasmessi in lunghe dirette fuori e dentro il Palazzo di giustizia di Milano. L’altro “duellante” principale fu Antonio Di Pietro. A fare da scena il troncone più importante di “Mani pulite”, quello legato all’affare Enimont.
Spazzali difendeva Sergio Cusani, mentre Antonio Di Pietro perorava le tesi dell’accusa e di un pool di magistrati osannato da gran parte dell’opinione pubblica e in grado di scardinare la cosiddetta Prima Repubblica. Tra i due, Spazzali e Di Pietro, il giudice Giuseppe Tarantola, scomparso nel dicembre 2023, giurista dai modi garbati, che, in piena epoca di furore manettaro, con il suo motto “ascoltare e valutare”, diede dimostrazione di equilibrio, mitigando gli impulsi forcaioli di tanti. Il processo Enimont partorì la spettacolarizzazione della giustizia, dove la presunzione di innocenza venne sacrificata in nome del giustizialismo. Esisteva soltanto il desiderio di vedere dietro le sbarre i rappresentanti di una classe politica e una schiera di personaggi vicini alla politica colpevoli di aver fatto dell’Italia la patria del malaffare, altro che “Bel Paese”.
In quel contesto Giuliano Spazzali non si fece mai intimorire e onorò fino in fondo il mandato difensivo. Nel marzo del 2008 Luca Fazzo del Giornale lo intervistò in occasione del suo “pensionamento” per dedicarsi una volta per tutte alla pittura e agli affetti, trascurati completamente soprattutto negli anni dei processi di “Mani pulite”. «Quanto le costa, emotivamente, togliersi la toga?», chiese Fazzo a Spazzali. «Assolutamente niente», rispose l’avvocato. «L’unica strada percorribile nella vita – aggiunse - è il dubbio, e io sono profondamente dubbioso che nulla di quel che ho fatto valga la pena di essere ricordato».
Uno degli scontri più duri tra Spazzali e Di Pietro, trasmesso dalle televisioni, si verificò quando l’avvocato di origini triestine chiese ed ottenne la sottrazione del suo assistito, Sergio Cusani, dall’esame del pubblico ministero. «Le mezze verità non sono ammissibili», sbraitò Di Pietro, che definì la strategia difensiva addirittura «un ricatto alla giustizia». Tesi non considerata tale dal giudice Tarantola. La replica orgogliosa di Spazzali non si fece attendere: «Non posso ammettere il tono del pm. Lei (rivolgendosi a Di Pietro, nda) – deve sapere che ha davanti a sé un contraddittore, qualcuno che non ha mai fatto ricatti a nessuno. Non difendo e non ho mai difeso nessun ricattatore». Una lezione di stile nei confronti dell’allora pm più famoso d’Italia.
La Camera penale di Milano ha definito Giuliano Spazzali, oltre che un uomo colto, un «avvocato rigoroso, sempre dedito alla difesa intransigente dei diritti», che ha incarnato «un modello di difensore impegnato nell’affermazione delle garanzie rispetto a forzature delle regole processuali e derive autoritarie». «Giuliano – hanno evidenziato i penalisti milanesi - è stato uno dei fondatori della nostra Camera penale, che ha presieduto durante la difficile stagione delle indagini di “Mani pulite”, mettendo a disposizione della comunità dei penalisti la sua esperienza, determinazione e ironia».
Gaetano Pecorella ricorda con commozione il collega e amico Giuliano Spazzali. Insieme hanno condiviso l’impegno in numerosi processi. «Abbiamo lavorato assieme – dice al Dubbio l’avvocato Pecorella - negli anni della nostra gioventù in quasi tutti, anzi, direi in tutti i processi politici e in tutti i tribunali d’Italia. Quelli della contestazione studentesca sono stati anni difficili con grandi manifestazioni pubbliche, con i feriti, anche con i morti. A seconda delle situazioni, eravamo visti come i difensori oppure come quelli che appoggiavano i violenti. Non eravamo sicuramente coloro che appoggiavano i violenti. A Giuliano Spazzali premeva che venissero rispettate le regole del processo e che certi valori, per cui si battevano i giovani, perdendo anche la vita, fossero riconosciuti».
Passione e orgoglio di indossare la toga. Erano anche questi dei tratti distintivi di Spazzali. «Oggi – commenta Gaetano Pecorella - lo si ricorda per il processo Enimont, seguito molto dalla stampa e dall’opinione pubblica. Ma ci sono stati tanti altri processi nei quali ci ha messo l’anima e tutta la volontà di far vincere le cose in cui credeva. Ha rappresentato un modello di avvocato che oggi sta scomparendo. Oggi vanno i grandi studi, dove gli avvocati sono poco più di impiegati. All’epoca l’avvocato spesso era un eroe che portava avanti le cose in cui credeva. Era anche un artigiano, se lo si può definire così, con il suo studio da solo o al massimo con qualche collaboratore più giovane. Ogni processo era una “guerra”, nel senso buono del termine. Da un lato c’era il pubblico ministero agguerrito, dall’altra parte c’eravamo noi, giovani avvocati, sicuramente non meno agguerriti. Era uno scontro quasi sempre leale, con il rispetto reciproco delle due parti. Noi rispettavamo i pm e i pubblici ministeri rispettavano noi. È stata probabilmente l’epoca di “Mani pulite” che ha cambiato molto le cose».