Giustizia ferma
Gli avvocati penalisti salernitani alzano la voce e incrociano le braccia. Da ieri e fino al 22 gennaio la Camera Penale di Salerno ha proclamato uno sciopero di astensione dalle udienze e da tutte le attività giudiziarie nel settore penale, denunciando una «grave e persistente situazione di criticità operativa» che coinvolge sia il Tribunale di Salerno sia il Tribunale di Sorveglianza.
A spiegare le ragioni della protesta è il presidente della Camera penale, Michele Sarno, che all’esterno del palazzo di giustizia parla di problemi strutturali mai risolti, nonostante la sottoscrizione di un protocollo lo scorso 12 dicembre. «Abbiamo constatato – afferma – che le anomalie che avevamo segnalato non sono state eliminate, ma continuano a ripresentarsi».
Uno dei nodi principali riguarda il numero di processi fissati quotidianamente davanti ai giudici monocratici. «Il protocollo prevedeva un massimo di 30 udienze al giorno – spiega Sarno – ma abbiamo registrato sforamenti evidenti, con calendari che arrivano anche a 43, 47 o 48 processi». Una violazione sistematica che, secondo l’avvocatura, rende ingestibile il lavoro e incide sulla qualità della giustizia.
«Se il giorno dopo la firma di un accordo si verifica già la sua violazione – sottolinea – ci sono tutte le ragioni per indire un’astensione».
Altro punto critico, definito «fondamentale», è quello degli orari di convocazione. «Troppo spesso veniamo chiamati alle 9 – denuncia Sarno – e i magistrati scendono in aula alle 9.45, alle 10, talvolta alle 10.30 o alle 11». Una prassi che determina rinvii, attese interminabili e un aggravio pesante non solo per l’avvocatura, ma anche per i cittadini coinvolti nei procedimenti.
«È una questione di rispetto reciproco tra magistratura e avvocatura – rimarca – ed è soprattutto un atto di rispetto verso l’utenza».
La situazione appare ancora più critica al Tribunale di Sorveglianza, dove il problema principale è il sottorganico dei magistrati. «In un periodo segnato da sovraffollamento carcerario – evidenzia Sarno – le risposte arrivano dopo mesi e mesi. È inaccettabile, soprattutto quando si tratta di detenuti che potrebbero tornare in libertà o accedere a misure alternative».
Secondo i penalisti, i ritardi incidono direttamente sui diritti fondamentali delle persone detenute e rendono inefficace la funzione rieducativa della pena.
Lo sciopero, chiariscono dalla Camera penale, non è una battaglia corporativa ma un’iniziativa a tutela del corretto funzionamento della giustizia. «Parliamo di efficienza, di diritti e di dignità del processo – conclude Sarno – perché una giustizia lenta e disorganizzata è una giustizia che non rispetta i cittadini».