Ezio Menzione*
Tutti assolti sia il Presidente che i componenti del Consiglio Direttivo della Bar Association (il corrispondente dei nostri Consigli dell’Ordine degli Avvocati) di Istanbul, imputati davanti al Tribunale della città per reati gravi quanto fumosi come “propaganda per associazione terroristica” e “avere diffuso informazioni false”. La sentenza è arrivata nella mattinata di ieri 9 gennaio dopo quattro giorni di udienze nella enorme aula del supercarcere di massima sicurezza di Silivri, a più di un’ora di distanza dalla città, sulle rive del Mar di Marmara. L’accusa aveva richiesto pene che andavano da 7 anni e mezzo per il Presidente a scalare fino ad 1 anno e mezzo per alcuni dei componenti imputati (in tutto 10) del consiglio direttivo: pene gravissime. Ma il Tribunale questa volta non è andato dietro alle richieste del PM ed anzi ha assolto a pieno titolo decidendo che non costituisce reato il comportamento degli imputati.
Il processo ha tratto origine da un comunicato emesso nel dicembre 2024 dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Istanbul (sulla scorta di un analogo comunicato dell’Ordine dei Giornalisti) a distanza di pochi giorni dall’uccisione da parte di un drone del governo turco (circostanza acclarata e pacifica) di due giornalisti che dal Rojava (il nord della Siria, in mano ad amministrazione curda) stavano rientrando in Turchia. Nel suo comunicato l’ordine degli Avvocati richiedeva “una inchiesta seria ed indipendente” su quanto accaduto. Niente di più: dunque un comunicato assai prudente. Del resto, il Presidente dell’Ordine, l’avvocato Ibrahim Kaboglu, è sì un democratico schierato con l’opposizione all’attuale governo, ma è uomo piuttosto anziano e di grande esperienza e somma prudenza, essendo stato anche Presidente della Corte Costituzionale e docente di diritto costituzionale, oltreché esperto avvocato. Il comunicato rientrava certo a peno titolo nell’esercizio del diritto di critica e di espressione del pensiero, essendo molto equilibrato nei termini e nei toni usati e avendo a monte mille altre inchieste tutt’altro che indipendenti e serie: si pensi, tanto per rimanere al tema degli avvocati, all’uccisione nel 2015 del Presidente dell’Ordine di Diyarbakir, l’avvocato Tahir Elci, che vide un’inchiesta deficitaria e ridicola, pilotata da Ankara, che, com’era ovvio, si è conclusa nel 2024 con l’assoluzione dei due agenti imputati di omicidio colposo.
Il processo ha avuto due fasi diverse: in tutta una prima fase gli imputati e le loro difese hanno lottato strenuamente perché esso non si svolgesse lontano dalla sua sede naturale, cioè il palazzo di giustizia nel centro di Istanbul, bensì in aperta campagna, lontano da dio e dagli uomini. Lo spostamento ad una sede riservata ai gravi fatti di terrorismo appariva alla difesa come un modo per allontanare gli sguardi dell’opinione pubblica e di tutti gli avvocati su un processo che coinvolgeva il diritto di ognuno alla difesa. Insomma un ennesimo grave attacco al diritto di difesa. Le obiezioni - anche di costituzionalità – sono state disattese dalla corte ed il processo è continuato in quel di Silivri. Poi si sarebbe dovuto passare al vaglio probatorio, ma tutte le richieste di prove della difesa sono state rigettate e si è andati alla discussione, che ha impegnato imputati e difensori, nonché rappresentanti dei più grandi ordini del paese, negli ultimi 4 giorni di udienza. L’intero processo, peraltro, contrariamente a quanto spesso avviene nei processi di questo tipo in Turchia, si è caratterizzato per un andamento appassionato ma calmo, con la corte che lasciava parlare anche laddove talora gli argomenti potevano sembrare ripetitivi. Il fatto poi che il processo abbia subìto un rinvio da dicembre a gennaio con un pretesto risibile (l’accusa chiese termine per non aver preparato la sua requisitoria) aveva fatto pensare a molti dei colleghi presenti che si volesse attendere un segnale dall’andamento delle trattative fra il governo ed il PKK dopo che questo, su parere del leader curdo Ocalan, ha dismesso le armi per imboccare la via della trattativa per una pace per un paese democratico e federato. Rigetto delle richieste di prove da un lato e rinvio della decisione dall’altro sembravano segnali abbastanza contraddittorii. A ciò si aggiungeva il fatto che in una udienza in sede civile del marzo scorso, su richiesta sempre della Procura di Istanbul, il Consiglio dell’Ordine era stato dichiarato sciolto a causa proprio del tenore di quel comunicato che avrebbe dovuto sorreggere l’accusa penale. Vero è che quella sentenza civile non è ancora esecutiva poiché attende i gradi superiori di giudizio, ma il rischio che pesasse come un macigno sul penale sembrava realistico. E invece no. I giudici penali hanno osato ciò in cui agli stessi colleghi di Istanbul e agli osservatori internazionali, ancorché speranzosi, sembrava difficile credere possibile.
E’ presto ora per dire che il clima sta mutando a Istanbul e in tutta la Turchia. In realtà, sempre per restare agli avvocati, molti ne sono stati arrestati ancora negli ultimi mesi e sempre con accuse assurde e pretestuose. E’ vero anche che, nonostante l’assoluzione finale, processi come quello appena concluso hanno comunque uno scopo intimidatorio nei confronti del diritto di difesa. Certo ha fatto aggio il fatto che l’Ordine di Istanbul conta 150.000 iscritti e il governo non può non tenerne conto, come del fatto che Kaboglu è nome e persona di alto prestigio, oppure che ad Istanbul “un giudice si trova ancora”. Non ultimo, questo processo – dato il tema che toccava – è stato seguito da un numero cospicuo di osservatori internazionali: più di 30 per una trentina di associazioni e ordini da tutta Europa e altrove; può darsi che la cosa abbia contribuito al buon esito. Forse la procura impugnerà, come è nei suoi poteri, ma la sconfitta che ha subìto è schiacciante.
* Osservatore Internazionale UCPI