Giovedì 08 Gennaio 2026

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Ma perché se io avvocato scrivo in digitale, tu magistrato mi rispondi con la stilografica?...

Processo penale telematico ancora imbrigliato dai paradossi, a cominciare dai giudici che rispondono a penna ai “file” dei difensori, dopo esserseli fatti stampare

07 Gennaio 2026, 18:25

08 Gennaio 2026, 09:12

Ma perché se io avvocato scrivo in digitale, tu magistrato mi rispondi con la stilografica?...

C’era una volta – anzi no, c’è ancora oggi – il processo penale telematico. Una meraviglia della modernità. O almeno così ci avevano detto.

La scena è semplice, quotidiana, quasi banale. Un avvocato deposita un’istanza de libertate: una richiesta urgente, spesso delicata, che riguarda la libertà personale di un imputato. Lo fa telematicamente, con cura: “font” leggibile, paragrafi ordinati, concetti chiave in grassetto. Insomma, un atto pensato per essere letto su uno schermo, come nel migliore dei mondi digitali. Da qui, però, inizia il viaggio nel tempo. L’istanza arriva in cancelleria in formato digitale. Un cancelliere la apre, la legge… e la stampa. Già qui qualcosa scricchiola, ma andiamo avanti. Il foglio cartaceo viene portato al magistrato, che lo legge e – colpo di scena – risponde a penna. Sì, a penna. Con grafia personale, creativa, talvolta ardita. Una scrittura che, a confronto, quella dei medici appare un esempio di calligrafia rinascimentale. Finita l’opera, il foglio torna al cancelliere, che lo scannerizza e lo invia telematicamente al difensore.

Risultato finale: l’avvocato parte da un file digitale; il sistema lo trasforma in carta; la carta diventa manoscritto; il manoscritto ritorna digitale. Il tutto per rispondere a un’istanza che, sin dall’inizio, avrebbe potuto vivere e morire serenamente in formato elettronico. A questo punto la domanda sorge spontanea, inevitabile, quasi filosofica: perché? Perché sprecare tempo, fogli, toner, scanner e pazienza quando tutto potrebbe avvenire in digitale, con un semplice provvedimento firmato elettronicamente? Mistero. Un mistero degno di altre e ben più celebri questioni irrisolte.

Ma il bello – si fa per dire – deve ancora venire. Nel processo civile, ormai, le parti hanno accesso diretto al fascicolo telematico. Nel penale, invece, no. O meglio: non si capisce perché no. Il difensore di un indagato, per ottenere copia degli atti, deve affrontare una sorta di percorso a ostacoli: istanze, attese, solleciti, file, sportelli. Nel frattempo, le cancellerie – già sovraccariche – impiegano tempo prezioso per evadere richieste che, in un sistema realmente telematico, non dovrebbero nemmeno esistere.

E poi ci sono i costi. Qui entriamo nel surreale: se la cancelleria invia gli atti via Pec, il costo forfettario è stabilito dalla legge in 8 euro. Ma attenzione, perché se gli stessi identici atti vengono riversati su una chiavetta, il costo forfettario aumenta vertiginosamente a 25 euro. Stessi documenti. Stesso contenuto. Stesso lavoro. Eppure il prezzo triplica.

A questo punto viene naturale chiederselo: chi ha pensato a questa differenza? Quale mente diabolica – o forse semplicemente disattenta – ha partorito un sistema in cui il digitale “pesa” meno se viaggia via email ma diventa improvvisamente più costoso se passa da una chiavetta? Qual è la logica economica, giuridica, organizzativa dietro questi numeri? Se c’è, è ben nascosta. Talmente nascosta che nemmeno il processo penale telematico è riuscito a digitalizzarla.

Ora immaginiamo, anche solo per un attimo, uno scenario rivoluzionario nella sua semplicità: tutte le parti processuali hanno accesso diretto al fascicolo penale telematico. Niente istanze per le copie. Niente file in cancelleria. Niente scanner, chiavette, diritti di copia calcolati come se fossimo ancora nel 1998. Quanto lavoro risparmiato per le cancellerie? Quanto tempo restituito agli avvocati? Quanto denaro pubblico e privato non sprecato? E soprattutto: quanto processo penale sarebbe finalmente… telematico?

Il paradosso, allora, è tutto qui: abbiamo il processo penale telematico, ma continuiamo a usarlo come se fosse cartaceo. Stampiamo il digitale, scriviamo a mano, scannerizziamo la carta e facciamo pagare l’accesso agli atti come se stessimo maneggiando pergamene medievali. Non sorprende, allora, che l’anno giudiziario si chiuda – e si riapra – con l’ennesima proroga. Non è una cautela tecnica, ma un’ammissione implicita: il sistema non funziona. E quando un modello ha bisogno di essere rinviato all’infinito, il problema non è il calendario, ma il modello stesso.