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IMAGOECONOMICA
Avvocato Renato Borzone, già presidente della Camera Penale di Roma e vicepresidente di UCPI. Lei frequenta le aule di Tribunale da decenni. Come dalla sua esperienza trae le ragioni a favore della separazione delle carriere?
Guardi, le ragioni sono molteplici; a mio avviso la principale è la necessità di valorizzare la nobiltà del ruolo del giudice. Può sembrare scontato, ma il giudice deve essere, apparire e soprattutto sentirsi terzo tra le parti in causa, guadagnando il rispetto che merita. Per ottenere questo risultato deve sviluppare una cultura autonoma dall’accusa, che oggi ne contamina il background anche per la commistione delle carriere. Questo non significa ovviamente che oggi tutti i giudici siano “prigionieri” dell’accusa né che in futuro mancheranno delle patologie, ma deve condurre a una riflessione di marca liberaldemocratica: la funzione crea l’organo e i meccanismi ordinamentali contribuiscono ad evitare le “perversioni” funzionali di chi si sente di far parte di un unico corpo.
Grazie alla riforma cosa accadrà?
Un giudice libero svilupperà con il tempo un proprio background sottratto non solo ai condizionamenti corporativi della unicità delle carriere (promozioni; valutazioni; trasferimenti; vicende disciplinari decise anche dai” colleghi” pm e dalle loro correnti) ma perderà la propensione culturale a comportarsi come una sorta di alter ego dell’accusa, sviluppando l’orgoglio della funzione di arbitro imparziale. Fuor di metafora e in modo molto chiaro: non c’è soltanto il problema del GIP “appiattito” sulle richieste dei pm, di cui si parla molto, ma anche dei giudici del dibattimento. Basta pensare alle modalità di conduzione dei processi e dell’(odiato) esame e controesame. Chi sa come vanno i processi vede spesso il soccorso ai testi dell’accusa in difficoltà; la frequente succubanza verso la polizia giudiziaria; il fastidio verso la difesa con la frequente interdizione delle domande che insidiano la tesi d’accusa; l’uso dell’integrazione probatoria solo contro l’imputato. Mi permetto di suggerire la lettura di alcune pagine di Oreste Dominioni sull’equivoco giuridico, culturale e politico di accettare l’idea che i magistrati d'accusa e di decisione facciano parte di una medesima organizzazione ordinamentale, quasi che - al di là di una distinzione «formale» tra accusa e decisione- esercitino un'unica funzione o due sottofunzioni di una stessa funzione.
I contrari alla riforma parlano di attacco alla Costituzione. Che ne pensa?
Ne parlano, ma lo spiegano con degli slogan. È fin troppo scontato ricordare che l’articolo 111 richiede la terzietà del giudice. L’unico attacco che vedo è alla libertà della giurisdizione. Ripeto: la relazione al Re del ministro guardasigilli Rocco rivendicava al regime la unicità delle carriere. Forse è ora di superare questa cultura autoritaria.
Spesso si dice che nel Csm i pm hanno troppo potere e i giudici sono impauriti nell’assolvere perché i pm decideranno delle loro carriere. Da qui, anche, l’esigenza di avere due Csm distinti. Ma da dove si evince questo fenomeno?
Questo approccio mi sembra semplificatorio e non centra il problema. Non ho mai capito bene la polemica sullo strapotere delle procure: il problema è del giudice non dell’accusatore. Un’accusa (e una difesa) forte è necessaria e non riesce a creare distorsioni se il giudice, quando necessario, ha la forza di non essere succube delle parti.
Lei non teme un pm che si trasforma in un super poliziotto?
Slogan insulso. Tanto per cominciare, cerchiamo di smaltire la barzelletta della cultura della giurisdizione degli accusatori: gli accusatori (fortunatamente) accusano e nei rari casi in cui non lo fanno ciò avviene - giustamente- perché capiscono che non possono sostenere l’accusa, non certo perché colti dal nobile intento di investigare a favore dell’inquisito. Detto questo, per esser chiari, la preoccupazione del cittadino, più che per la sottoposizione del pm all’esecutivo dovrebbe essere quella della sottoposizione del pm alla polizia giudiziaria, che peraltro dipende di fatto - e culturalmente- dal Ministero dell’Interno o della difesa. O vogliamo ignorare che nella stragrande maggioranza dei processi i pm (che dovrebbero dirigere e controllare la polizia giudiziaria) ratificano le informative che apparecchia la polizia giudiziaria, spesso con il famoso “taglia e incolla” delle informative stesse? Mi sembra che questo lo abbia scritto giorni fa, e con toni assai più brutali, anche un rispettato ex pubblico ministero (rispettato sinché non lo ha scritto, ovviamente). (Cuno Tarfusser, ndr)
Diversi tra i suoi colleghi delle Camere Penali erano contrari al sorteggio. Ora tutti compatti a favore del ‘ lancio dei dadi’. Qual è la sua posizione in merito?
Forse non è la soluzione migliore, ma è certo migliore rispetto al consegnare le chiavi del sistema alle conventicole che si suddividono le cariche e le altre decisioni secondo il vecchio manuale Cencelli.
Sull’Alta Corte ci sono diversi profili di criticità a partire dall’impossibilità dei magistrati di ricorrere per Cassazione. Inoltre, nell’attuale consiliatura su 194 sentenze, 80 sono state di condanna. Era dunque necessario costituirla?
Che l’organo disciplinare sia estraneo ai Consigli Superiori mi sembra una buona idea. Non conosco le statistiche. Per esperienza anche professionale, però, vedo esposti che svaniscono nel nulla, e chi li propone non ha neanche il diritto di conoscerne sviluppi od esiti.
Qual è l’argomento che più la irrita da parte dei contrari alla riforma?
Mi dà fastidio che la riforma sia qualificata “di destra”. Ma non mi stupisce, visto che in tema di giustizia il background della destra e della cosiddetta sinistra è identico, cioè pessimo.
Anche lei come altri ritiene quasi eversivo il fatto che l’Anm abbia costituito un proprio comitato del No, tra l’altro presieduto da un avvocato come Enrico Grosso?
L’ANM è un sindacato di impiegati dello stato, dunque non è certo eversivo ma ovviamente legittimo contrastare la riforma. Il fatto che il Comitato sia presieduto da un avvocato non penalista è, altrettanto ovviamente, legittimo, anche se è penosa la ragione propagandistica sottesa a questa scelta. D’altra parte, succede che chi non ha mai messo piede in un’aula penale non conosca le dinamiche del processo, e non intenda conoscerle; la vita è così.
Cosa ne pensa della campagna mediatica che sta portando avanti l’Anm? Mi riferisco ad esempio alla scelta di Nicola Gratteri come frontman.
Ognuno ha i frontmen che si merita.
Quando sente Meloni, Nordio, Mantovano giustificare la riforma con motivazioni diverse da quelle del giusto processo ma ad esempio per “ricondurre’” la magistratura troppo invadente verso le decisioni della politica che pensa?
Che vuole che pensi? La “destra” - precisamente come la “sinistra”- non ha un retroterra liberaldemocratico e quindi sono normali le parole in libertà. Ma non è una buona ragione per respingere una riforma sacrosanta in odio a qualcuno. Persino contro le idee di chi la propone, questa è una riforma antiautoritaria. E se non si fa oggi ci terremo per sempre l’ordinamento mussoliniano, che i costituenti non ebbero modo di sostituire.


