Dovremmo essere grati in eterno al macedone Aleksandar Trajkovski che con il suo destro fatale ci ha eliminati dai Mondiali in Qatar. Metabolizzata la tragedia nazionale, l’eliminazione della stralunata squadra di Mancini è una piccola manna per gli appassionati di calcio. E in questo caso non c’entrano i diritti umani, i boicottaggi, l’indignazione corale e a costo zero del «io tanto non li guarderò!». Il fatto è che seguire la competizione da semplici osservatori è un’esperienza molto più appagante: puro calcio da godersi senza psicodrammi o retropensieri. Niente stress, niente ansia da prestazione, niente tabelle o calcoli. Ma soprattutto nessun ammorbante contorno politico a seppellire lo sport. Possiamo infatti immaginare le professioni di fede del governo più nazionalista della storia repubblicana e lo stucchevole patriottismo che avrebbe accompagnato ogni partita degli azzurri, le polemiche su chi canta l’inno, su chi non lo canta o su chi semplicemente lo sussurra. E in modo perfettamente speculare la trita e fastidiosa nenia dei detrattori “di sinistra”, che avrebbero tifato contro l’Italia per non favorire il consenso del governo di Giorgia Meloni. Con tutto il campionario di polemiche annesse. Ecco, questo tristissimo teatrino nazionalpopolare ce lo siamo risparmiati. Così ognuno è libero di tifare la nazionale che desidera, magari cambiando cavallo in corsa perché trafitto da un colpo di fulmine per un campione affermato, per giocatore inatteso o per una squadra rivelazione. Anche perché questi Mondiali qatarioti del 2022 sono senza alcun dubbio i più belli e i più spettacolari degli ultimi decenni. Quindi grazie ancora ad Aleksandar Trajkovski e grazie al commissario tecnico Roberto Mancini per aver regalato al popolo più fazioso del mondo la spensierata leggerezza della neutralità. Abbiamo imparato la lezione. Per il 2026, però, non fateci altri scherzi.