Isuicidi sono gente come noi. E non è vero che hanno l’esclusiva della depressione.

Mi ricordo uno che a San Vittore aveva scritto una lettera a un amico suo che viveva a Monza.

Non si ricordava il cap e l’ha chiesto al secondino, ma quello non aveva l’obbligo di dirglielo.

E infatti non gliel’ha detto.

Passano due o tre giorni e viene la moglie a colloquio, ma manco lei si ricorda il cap. Dopo qualche altro giorno ritorna e glielo dice. Quel detenuto milanese mi fa: «Si può impazzire in una cella con una lettera che ci hai attaccato pure il francobollo e non la puoi spedire». Mi ricordo uno che studiava per laurearsi. Poi è tornato in galera nei giorni di Natale, ma era il carcere di Trani e l’anno era il 1980.

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FERMIAMO LA STRAGE PERCHÉ ADERIRE

Isuicidi sono gente come noi. E non è vero che hanno l’esclusiva della depressione. Mi ricordo uno che a San Vittore aveva scritto una lettera a un amico suo che viveva a Monza. Non si ricordava il cap e l’ha chiesto al secondino, ma quello non aveva l’obbligo di dirglielo. E infatti non gliel’ha detto. Passano due o tre giorni e viene la moglie a colloquio, ma manco lei si ricorda il cap. Dopo qualche altro giorno ritorna e glielo dice. Quel detenuto milanese mi fa: «Si può impazzire in una cella con una lettera che ci hai attaccato pure il francobollo e non la puoi spedire».

Mi ricordo uno che studiava per laurearsi. Poi è tornato in galera nei giorni di Natale, ma era il carcere di Trani e l’anno era il 1980. Si cena presto in galera e questo lo ammanettano a uno che viene sbattuto giù per le scale. Pure lui caracolla di sotto. Fino al santantonio di botte. Ma gli avevano imparato a proteggersi la testa e i testicoli e si è salvato. Adesso è diventato buddista. Ha scritto un libro.

Mi ricordo uno che mi dice «io non sono razzista… anzi, sono razzista. Quando sono entrato per la prima volta in carcere ho chiesto al comandante di stare con un siciliano come me. C’era un palermitano, io sono di Catania. Mi ha messo con lui. Non li sopporto gli stranieri. Coi veneti ci posso pure provare a stare. Ma i bulgari o peggio ancora gli arabi non li sopporto».

Mentre faccio l’intervista scoppia una rissa nei passeggi dell’ora d’aria.

Albanesi contro marocchini. Si tagliano. Arriva l’ambulanza. Gli infermieri si mettono i guanti di plastica per raccattare i feriti. Si difendono da Aids e epatite. Le guardie non intervengono subito. Bisogna prepararsi. Servono guanti e scudi. Quando arrivano… quello che doveva succedere è successo. Uno mi racconta che gli psicologi sono pochi e riescono a stare con i detenuti per un tempo medio di 25 minuti al mese. E poi è come il pollo di Petrolini. Qualcuno ne mangia due e qualcun altro resta a pancia vuota. Lo stesso succede con lo psicologo. Qualcuno lo incontra per un paio d’ore. Qualcuno se lo scorda per mesi e mesi. Qui dovrebbero esserci gli psicologi tutti e tutti i giorni. Invece ci stanno gli psicofarmaci che tengono tutti buoni e rincoglioniti. Se li inghiottono quei pilloloni, ma se li sniffano pure, li sbriciolano e se li pippano.

I sessantamila detenuti sono buttati con un calcio nel sedere in un buco nero che è peggio di una fogna. Perché le fogne a volte sfociano nel mare, mentre il carcere è una cloaca che non sfocia da nessuna parte.