L’ANTIMAFIA ALLA DERIVA

Nata per attrarre i migliori talenti investigativi da mettere al servizio della lotta alla mafia, si è trasformata in una sorta di centro studi sulla criminalità organizzata. È questa la parabola della Dna, svuotata in trent’anni di storia della funzione immaginata da Giovanni Falcone e diventata più una vetrina, che uno strumento investigativo. Da Super Procura a think tank antimafia Storia della triste parabola di Via Giulia

Nata per attrarre i migliori talenti investigativi da mettere al servizio della lotta alla mafia, la Dna si è trasformata in un centro studi sulla criminalità utile a far carriera

Nata per attrarre i migliori talenti investigativi da mettere al servizio della lotta alla mafia, si è trasformata in una sorta di centro studi sulla criminalità organizzata. È questa la parabola della Direzione nazionale antimafia, svuotata in trent’anni di storia della funzione immaginata da Giovanni Falcone e diventata più un luogo simbolico, una vetrina, che uno strumento investigativo.

La Dna deve essere un «organismo servente, un organismo che deve costituire un supporto e un sostegno per l’attività investigativa in contrasto alla criminalità organizzata che deve essere esclusivamente delle Procure distrettuali antimafia», è il progetto esposto da Falcone davanti al Csm il 24 febbraio 1992. Obiettivo: rendere effettivo il coordinamento delle indagini, garantire la funzionalità dell’impiego della Polizia giudiziaria e assicurare completezza e tempestività delle investigazioni. Come? Attraverso un flusso di informazioni «sistematico e basato sull’informatica», spiega Falcone, «si creerà d’intesa fra tutte le Procure distrettuali un sistema che sia tale da assicurare da un lato una sufficiente circolarità delle notizie e dall’altro di assicurare la tutela della riservatezza in determinati casi». La Dna sostanzialmente deve servire per sostenere il lavoro degli investigatori, offrendo supporto logistico, la collaborazione di magistrati ( aggiuntivi) nei processi, ausilio nella gestione dei pentiti. Il tutto all’interno di un sistema orizzontale, basato sul «consenso», garantito dall’interesse comune di contrastare la criminalità organizzata. Ed è proprio questo aspetto che negli anni è venuto meno. Perché col tempo «le Procure si sono trasformate in “Repubbliche autonome”, gelose delle proprie indagini», dice chi in Via Giulia ci ha lavorato per molti anni. «Le informazioni in Dna arrivavano, sì, ma talvolta dai giornali».

I motivi di questa deriva sono molteplici e affondano le loro radici nella progressiva trasformazione della “Super Procura” in un semplice luogo di transito per magistrati ambiziosi, desiderosi di trovare uno “scranno” in Via Giulia più per questioni di curriculum che di reale interesse professionale. Un posto da sostituto o da aggiunto in all’Antimafia, in altre parole, diventa un semplice viatico per poter accedere a un incarico direttivo. Chi passa dalla Dna pensa solo al “ritorno trionfale” in una Procura dopo qualche anno, all’interno di un meccanismo non del tutto estraneo alle logiche correntizie. Inutile, dunque, mettersi di traverso, chiedendo ad esempio ai colleghi delle Distrettuali antimafia maggiore collaborazione e coordinamento, rischiando di inimicarsi potenziali compagni d’ufficio di domani. Eppure per molto tempo la Direzione nazionale antimafia ha avuto un importante ruolo di impulso nelle indagini. Fino all’era di Pier Luigi Vigna, procuratore nazionale dal 1997 al 2005, Via Giulia ha continuato a svolgere quei compiti di «collegamento investigativo» immaginati da Falcone. È quando Vigna va in pensione, nel 2005, che qualcosa si rompe, entra in scena la politica e si intromette nella selezione del successore. Sono gli anni del berlusconismo di governo e delle leggi “contra personam”. Come quella scritta per impedire la candidatura di Giancarlo Caselli alla “Super Procura”. Un emendamento alla riforma della giustizia a firma del senatore di Alleanza nazionale Luigi Bobbio recita testualmente: «Incarichi direttivi vietati a coloro i quali manchino meno di 4 anni per andare in pensione». È la pietra tombale sul quasi certo arrivo di Caselli in Via Giulia. E da quel momento anche i procuratori nazionali si “politicizzeranno”. Succederà con Pietro Grasso, arrivato al posto di Caselli, che nel 2013 diventerà presidente del Senato, dopo essere stato eletto tra le file del Pd. E succederà anche con Franco Roberti, a sua volta eletto eurodeputato dem nel 2019, dopo la guida dell’Antimafia.

Con Grasso comunque, Via Giulia conosce una stagione di grande prestigio istituzionale. L’allora Procuratore nazionale porta la Dna a stringere importanti rapporti di collaborazione con i ministeri dell’Interno e della Giustizia per creare ad esempio i pool di vigilanza contro le infiltrazioni mafiose nella ricostruzione dell’Aquila distrutta dal terremoto o negli appalti per Expo 2015. Ed è sempre sotto impulso di Grasso che nel 2010 nasce l’Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata.

Ma col tempo il ruolo di Via Giulia è apparso sempre più fiacco, disorientato. La Dna si è trasformata in una sorta di think tank che ogni anno stila un rapporto sullo stato di salute del contrasto alle mafie ma non riesce ad andare troppo oltre il perimetro dell’analisi e a presenziare alle giornate commemorative.

Magari sarà proprio il nuovo procuratore Giovanni Melillo a ridare impulso a quel sogno di Falcone. Perché la Direzione nazionale antimafia non ha grandi poteri operativi, processuali, ha solo un enorme potere moral suasion sui magistrati. Per questo serve un procuratore autorevole che ottenga la fiducia degli uffici giudiziari sparsi sui territori. In bocca al lupo.