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Alla Festa del Cinema di Roma ha ricevuto il Premio Critica Sociale – Sorriso diverso. Già prima di uscire nelle sale italiane, in anteprima su Mymovies, About Luis, (Es geht um Luis), opera seconda di Lucia Chiarla, colpisce.
La cineasta italiana, che ha trovato la dimensione artistica in Germania, affronta la tematica de Il ragazzo dai pantaloni rosa, ma trova una sua originalità di impostazione tra ambienti e narrazione. Il film italiano narrava i chiaroscuri di Andrea Spezzacatena, tra scuola a Roma ed estati dai nonni in Calabria. Il ragazzo subì bullismo in classe e nel mondo virtuale, non rivelando in famiglia il suo dramma. Luis invece è una creazione drammaturgica, ma ha molto del candore selvaggio di un vero ragazzino di dieci anni, pieno di incertezze e sogni.
Lui come altri incarna una generazione di giovanissimi costretti a una vita incostante e veloce da adulti spesso disattenti o anaffettivi. Nella visione dell’autrice, Luis esiste solo in voce, fuori campo o nel colorato zaino con gli unicorni, che, proprio come il pantalone rosa di Andrea, diviene l’innesto per insulti e provocazioni, secondo schemi di linciaggio comuni anche a molti adulti.
Il racconto della vita di Luis avviene per relationem, tra amici, rivali, insegnanti, famiglia. La scuola gli oppone una burocrazia sorda al suo grido d’aiuto, ed ecco l’odiosa vittimizzazione secondaria. Per i genitori Luis è impegno, speranza, preoccupazione, ma col tempo diviene sfondo quotidiano, non diversamente dalla radio che racconta l’incertezza economica tedesca, o dalle corse in taxi che divorano il sonno del padre. About Luis inverte i fuochi dell’indagine, e risale il filo della violenza sociale arrivando alla crisi del mercato del lavoro: un’app di noleggio con conducente può dissolvere, da sola, un’intera cooperativa di tassisti.
Il lavoro ci azzanna l’anima e il tempo. Così accade, tra autostrade e uffici in centro, anche al tassista Jens e all’architetta Costanze, erosi dalla dipendenza da lavoro e da uno strisciante conformismo. Insieme sbriciolano a colpi di malintesi e silenzi la loro storia d’amore arrivando sul ciglio del burn out, troppo avvinti ai loro egoismi per proteggere davvero Luis. L’abilità registica della Chiarla, che spesso usa la prospettiva del passeggero per inquadrare emozioni e umori della città, insieme a piani sequenza del taxi dall’alto, trasforma l’auto nel rifugio della coppia per parlarsi, amarsi, affrontarsi, o nell’isola dove sfuggire, inconsciamente, alla genitorialità.
Luis preme dall’esterno, nella voglia di crescere, libero da scelte obbligate. È lui l’unicorno, che la morale borghese vorrebbe fargli buttare via: un bambino speciale, diverso per sensibilità da molti altri, capace di scrivere versi iridescenti su fogli che ne testimoniano crescita e ferite. Luis passa dalla solitudine in casa a quella di scuola, in giornate piene di ore vuote. Vive il crollo della famiglia tradizionale, come i genitori la crisi di riferimenti della Germania del Dopoguerra.
Luis, innesto e sblocco delle dinamiche di silenzio tra i suoi, non ha alternative alla asfittica Stoccarda, spersonalizzata e decadente, vissuta spesso in strada, di notte dai genitori in crisi di identità e di cuore. Alla derisione verso chi non si allinea al gruppo, in una diversità di colori e ideali, Luis oppone l’unicorno come metafora del volo testardo, indicando una strada nuova. Un film notevole, da mostrare nelle scuole, per far percepire il male che parole e gesti sbagliati possono fare alla vita dei più giovani, avvelenando ogni loro bene rifugio emotivo.


