Qualche giorno fa Nello Rossi, direttore della rivista di Magistratura Democratica “Questione giustizia”, ha pubblicato un articolo dal titolo "Md e il caso Tortora. Ma l’errore interroga tutti i magistrati"'.
La tragica vicenda di Enzo Tortora deve essere sempre presente ai cittadini e ai magistrati. Nello scriverne ho voluto rievocare la posizione critica assunta da Md sul processo e sull’operato di alcuni magistrati e le veementi reazioni che suscitò in seno alla corporazione. Per ribadire che il garantismo di Md, spesso investita da polemiche pretestuose, ha radici lontane. Ma mi interessava ancora di più riproporre il tema, spinosissimo, dell’errore nel giudizio penale.
Anche. Penso al tormentone sul preteso “cordone sanitario” di Md intorno a Renzi e “alle sue idee”. Solo il Dubbio, in una recente intervista, mi ha consentito di sgonfiare questo palloncino. Riportando “esattamente” la mia frase critica sulla visita di Renzi al despota saudita Bin Salman, indicato dall’intelligence americana come il mandante del barbaro omicidio del giornalista Khashoggi. Altri giornali non hanno ritenuto utile porre a Renzi le classiche domande: in che contesto, quando e perché?
Tutti gli errori commessi nel processo penale hanno un drammatico impatto su beni fondamentali come la libertà, l’onore, la reputazione. Ed il processo è articolato in tre gradi proprio per ridurre al minimo la possibilità dell’errore. Ma a volte l’errore si ripete sino alla sentenza definitiva perché la disattenzione, la superficialità, lo spirito burocratico che l’hanno generato coinvolgono tutta la catena dei pm e dei giudici ( e magari anche dei difensori). Questo è l’errore giudiziario in senso tecnico: un fallimento del sistema che deve allarmare “tutti” i magistrati, anche quelli che non l’hanno commesso, e che può essere ridotto al minimo solo mettendo in campo un estremo rigore professionale e la cultura del dubbio.
Benvenuta nel labirinto del nostro processo penale. In altri ordinamenti la decisione del primo giudice o della giuria popolare è immediatamente esecutiva, l’appello solo eventuale, il giudizio di una Corte suprema è una ipotesi eccezionale. È una giustizia più rapida della nostra e che subisce meno smentite. Da noi molti errori vengono accertati nei diversi gradi di giudizio e grazie ai procedimenti di controllo sulle misure cautelari; e questo è un bene. Ma il meccanismo si scarica sulla lunghezza dei processi e questa, a sua volta, può stimolare il ricorso a misure cautelari, che comunque dovrebbero essere sempre applicate con mano tremante.
Potenza dei ruoli! In veste di avvocato la sen. Bongiorno avrebbe avuto vita facile nel demolire quell’intercettazione. Nessun appartenente ad Md direbbe mai che essa è nata “con una cultura della corporazione” ma, se mai, l’esatto contrario. Dunque il maresciallo ha capito male e trascritto peggio. E lo stesso vale per il più sofisticato discorso sulla non indifferenza rispetto ai valori e sulla imparzialità nel giudicare. Se anche fosse vuoto di idee e “atarassico”, un magistrato avrebbe comunque esperienze di vita ( un divorzio, un furto subito, una lite condominiale e così via). E su tutte queste materie potrebbe essere chiamato a giudicare. Quello che si può e si deve pretendere è che il magistrato sappia tendersi verso l’imparzialità all’atto del decidere, facendo la tara del proprio vissuto e delle proprie idee in vista della rigorosa applicazione della legge. Questa consapevole tensione verso l’imparzialità è la più alta prestazione professionale del magistrato.
Non si tratta di stilare graduatorie. Ma sul terreno del garantismo ribadisco quello che ho detto e sono aperto ad ogni confronto.
Detesto la definizione giornalistica di toghe rosse; ma fa troppo caldo per protestare con la necessaria vivacità. Però, sul filo dell’ironia, le regalo una piccola chicca. Da Procuratore aggiunto a Roma ho chiesto, silenziosamente e con la dovuta rapidità, l’archiviazione di una denuncia – infondata - sporta contro l’on. Silvio Berlusconi per il reato di manipolazione del mercato nella vicenda Alitalia. Ho fatto solo il mio dovere; ma conosco pubblici ministeri che hanno tenuto in piedi per anni procedimenti nei confronti di uomini politici e che, quando hanno chiesto, magari tardivamente, l’archiviazione, sono stati colmati di elogi e presentati come campioni della “giustizia giusta”.
Personalizzare sarebbe ingiustificato e riduttivo. Parlo di fenomeni, di tendenze. Non è materia di battibecchi stizzosi. Ma su questi temi un dibattito pubblico approfondito, serio e sereno, ci starebbe tutto.
È disperante dover rispondere in tre righe a questa domanda. Comunque ci provo. L’immutabilità del giudice o della giuria popolare è un dogma assoluto in un processo immediato e concentrato in poche udienze. Per intenderci quello che si vede nei film americani. Ma quando questa immediatezza è pressocchè impossibile (per il numero dei processi, i carichi di lavoro, i rinvii a lungo termine della udienze etc) il principio dell’immutabilità del giudice può e deve essere ragionevolmente contemperato con altri principi ed esigenze. La sentenza delle Sezioni Unite, Bajrami, ha percorso questa strada, a mio avviso con equilibrio.
Francamente no. E sono in buona compagnia, se ha presente le pronunce sul punto di Tar e Consiglio di Stato.
I magistrati lavorano immersi nei più aspri conflitti e spesso sono dei parafulmini. Rendere pubblici - attraverso le motivazioni delle archiviazioni - i contenuti di esposti non solo infondati ma spesso solo insinuanti, malevoli, ostili significherebbe aprire in quest’ambito una rincorsa senza fine di polemiche, di ricorsi, controricorsi; e magari di denunce per diffamazione.