Non conosciamo le motivazioni che hanno spinto la Corte d’appello di Firenze a condannare l’ex ad di Ferrovie Mauro Moretti a 5 anni di carcere per la strage di Viareggio del 2009. Ma ci chiediamo, insieme al past president dell’Unione Camere penali italiane Beniamino Migliucci, se questa complicata vicenda giudiziaria non possa essere stata segnata anche dal combinato disposto di un populismo penale che si è fatto governo, di una gogna di piazza e dell’idea ormai radicata che si debba cercare un colpevole di un certo spessore.
Quando ero presidente dell’Ucpi era ancora in vigore la riforma Orlando sulla prescrizione, già emanata sotto la spinta di pulsioni emotive. Basti pensare che nel 2014 il numero dei procedimenti andati in prescrizione era dimezzato rispetto al 2005. Bonafede, seguendo la connotazione populista del suo partito, aveva approfittato ancora una volta di una vicenda che aveva provocato grande dolore per annunciare una scriteriata riforma che avrebbe reso il processo penale infinito. L’imputato invece ha diritto a un processo celebrato in tempi ragionevoli e con lui le persone offese e la società.
Quelle dichiarazioni non stupiscono, considerato che l’ex ministro rappresentava quella che il professor Violante definì «la società giudiziaria che non chiede il processo, chiede la punizione di chi considera colpevole perché imputato, non condannato, per qualsiasi tipo di reato oppure perché appartenente a quelle classi dirigenti ritenute responsabili del malaffare o titolari di privilegi ingiustificabili. Ciò che punisce risana, sembra ritenere la società giudiziaria» .
Ha perfettamente ragione il professore Amodio. Le vittime devono essere rispettate ma tutti dovrebbero ricordare che nel processo penale la parte debole è l’imputato, e che la Convenzione europea dei diritti dell’Uomo, così come la nostra Costituzione, prevedono che il processo debba essere equo, giusto nei suoi confronti.
In questo Mani Pulite è l’origine di tutti i mali: la magistratura requirente instaurò un collegamento diretto con l’opinione pubblica offrendo una rappresentazione manichea della società nella quale la politica o le classi dirigenti rappresentano il male assoluto. Nel tempo questa rappresentazione si è sedimentata nell’immaginario collettivo, e i social, i talk show e un certo tipo di informazione hanno contribuito a mantenere salda questa idea. La magistratura si trova spesso in difficoltà proprio perché può essere fortemente condizionata sia dalle campagne di stampa che dalle mobilitazioni dei processi in piazza. Quanto precede è tanto vero: basti ritenere che spesso i magistrati che assolvono o irrogano pene non ritenute congrue dal Tribunale del Popolo vengono esposti a feroci critiche e persino a minacce. L’idea di valorizzare le indagini con nomi e personaggi altisonanti, tra politici e alti dirigenti, è una abitudine parimenti radicata nel tempo. In proposito ricordo il caso di Enzo Tortora.