Ancora non sappiamo con quali metodi Mohsen Shekari sia stato giustiziato questa mattina, le autorità iraniane hanno sbandierato ai quattro venti l’esecuzione ma senza fornire dettagli, probabilmente è avvenuta con il truculento sistema dell’impiccagione il più diffuso nella repubblica sciita. Il ragazzo, che aveva appena 23 anni, era stato arrestato lo scorso 25 settembre nel corso di una manifestazione nella capitale Teheran contro il regime caricata con estrema durezza dalla polizia. Secondo le forze di sicurezza avrebbe ferito un agente a una spalla durante gli scontri il che gli è valsa l’accusa di moharebeh, letteralmente “in guerra contro Dio”, un reato che nel codice penale iraniano è punito con la pena di morte, ma in alcuni rarissimi casi anche con l’amputazione e l’esilio. Il verdetto a seguito di un velocissimo processo-farsa è stato emesso dal tribunale rivoluzionario di Teheran lo scorso 1 novembre mentre il 20 novembre la Corte suprema ha respinto il ricorso dell’imputato rendendo la pena esecutiva: «Shekari ha intenzionalmente ferito un poliziotto che stava svolgendo il suo dovere con lo scopo di sovvertire l’ordine sociale e morale dell’Iran» sintetizza la Mizan, agenzia di stampa legata alla magistratura. Sembra che si stia parlando di un pericoloso terrorista, ma Moshen era un ragazzo normale che lavorava come cameriere in un bar e amava i videogiochi e si interessava poco di politica. Aveva raggiunto il movimento guidato dalle donne che da oltre due mesi tiene testa agli ayatollah, perché indignato, come tantissimi altri suoi coetanei, dalla morte di Masha Amini, la ragazza di origine curda arrestata il 16 settembre dalla polizia religiosa perché indossava il velo in modo non conforme e poi deceduta tre giorni dopo in circostanze misteriose. E purtroppo non è il solo ad essere caduto nelle grinfie del regime durante la feroce repressione dei cortei, anche altri manifestanti potrebbero finire presto davanti al boia: sono infatti almeno trenta le persone arrestate nell’ambito delle manifestazioni e finora condannate alla pena capitale. In particolare due giovani potrebbero venire giustiziati nelle prossime ore: si chiamano Saman Seydi e Mohammad Boroghani e sono stati messi in cella di isolamento, il luogo dove normalmente i detenuti vengono tenuti prima delle esecuzioni. «Bisogna rispondere in modo forte, con misure concrete a livello internazionale, all’esecuzione di Mohsen Shekari, altrimenti dovremo affrontare esecuzioni quotidiane di manifestanti», tuona Mahmood Amiry-Moghaddam, direttore del gruppo di attivisti Iran Human Rights con sede a Oslo. Mentre la gran cassa dei governi occidentali, dalla Germania alla Francia, dal Regno Unito agli Usa condanna la barbara esecuzione del giovane manifestante. Finora sono stati circa cinquecento i dimostranti uccisi dalle forze di sicurezza della repubblica islamica e almeno 18.000 sono stati messi agli arresti. Di questi oltre duemila sono stati rinviati a giudizio con accuse pesantissime, dovranno affrontare processi politici privati di ogni forma di garanzia e del più elementare diritto alla difesa.