Lunedì 12 Gennaio 2026

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Tutto questo Travaglio non lo sa...

Il direttore del Fatto teme che con la separazione delle carriere il pm diventerà un superpoliziotto, la cui virtù è a rischio perché non è più “condivisa” con i giudici. Ma non sarà che è lui a non fidarsi della magistratura?...

12 Novembre 2025, 10:16

15 Dicembre 2025, 02:36

Tutto questo Travaglio non lo sa...

Per chi avesse ancora dei dubbi su cosa pensa Marco Travaglio della magistratura, l’editoriale di oggi, dal titolo “La donna ragno”, è illuminante. Il direttore del Fatto sostiene, in sintesi, che la separazione delle carriere moltiplicherebbe gli errori giudiziari e trasformerebbe il pm in un “avvocato dell’accusa”, attratto da una “cultura poliziesca del risultato”.

Perché? Non è chiaro. Ma è chiaro che, secondo Travaglio, il pubblico ministero diventerebbe improvvisamente di parte solo perché la sua carriera non è più legata a quella dei giudici. Il che significa che, oggi, l’indipendenza e l’imparzialità del magistrato derivano non da un principio etico o professionale, ma dalla condivisione di un concorso e di un’aula di formazione.

Se fosse vero, sarebbe la stessa magistratura – con le sue cheerleader – ad ammettere che la sua imparzialità è una finzione pedagogica. Travaglio sembra dire: oggi i pm sono imparziali perché cresciuti insieme ai giudici; domani saranno “cattivi” perché si frequenteranno solo tra loro. Ma se la virtù dipende dal banco di scuola, allora non stiamo parlando di un potere dello Stato, bensì di un club privato.

In realtà, la separazione delle carriere non tocca la formazione né la cultura giuridica dei magistrati, che continueranno a essere selezionati con gli stessi criteri, formati nelle stesse scuole e soggetti alle stesse leggi. L’unica differenza sarà la chiarezza dei ruoli. Una distinzione elementare, che molti dicono esista già. E allora perché, al netto di tutti i dubbi legittimi sulla riforma, temerne l’istituzionalizzazione?

Senza dimenticare che il codice di procedura penale rimane immutato, con il permanere quindi dell’obbligo di ricerca della prova a discarico da parte del pubblico ministero. La rafforzata terzietà del giudice avrà per effetto l’aumentata professionalità e attenzione del pubblico ministero, con indubbio beneficio per l’indagato o l’imputato: altro che superpoliziotto. In altre parole, il pubblico ministero non potrà più confidare nell’indulgenza del giudice e, come effetto indiretto di ciò, ne avrà vantaggio il cittadino in ragione della aumentata prudenza nell’esercizio dell’azione penale. Ma tutto questo Travaglio non lo sa. Come non sa, evidentemente, che Paolo Borsellino, che tira in ballo a sproposito, non si è mai espresso nel merito della separazione, come dimostrato da Damiano Aliprandi sul Dubbio. Casomai Travaglio dovrebbe spiegare dove ha pescato frasi che attribuisce al magistrato e delle quali non vi è traccia.

In uno Stato di diritto dovrebbe essere ovvia, non temuta. Perché la confusione dei ruoli genera una percezione pericolosa: quella di un potere giudiziario in cui chi indaga e chi giudica appartengono, in fondo, alla stessa famiglia. Non è una colpa morale, ma un difetto di sistema. Travaglio difende questo modello in nome della “imparzialità condivisa”, ma dimentica che la vera imparzialità nasce dalla distanza, non dalla familiarità. Nessun imputato si sente garantito da un giudice che condivide la carriera e il codice culturale dell’accusatore. Non è questione di fiducia personale, ma di equilibrio istituzionale.

Un pm serio continuerà a cercare la verità anche con le carriere separate, così come un buon avvocato continuerà a difendere nel rispetto della legge. Attribuire la rettitudine professionale a un vincolo di struttura, e non a un principio di responsabilità individuale, significa avere poca fiducia nella magistratura stessa. Infine, l’idea che la riforma “moltiplicherebbe gli errori” confonde causa ed effetto. Gli errori giudiziari non nascono dal pluralismo dei ruoli, ma dalla mancanza di controlli e dalla scarsa responsabilità personale. Nessuno chiede di punire i giudici: si chiede solo di rendere trasparente un sistema che, troppo spesso, si autoprotegge.