Commenti 7 Jul 2020 17:04 CEST

Quante inutili manovre-fake su Mattarella ma gli alleati di governo pensino a evitare il loro semestre in bianco

Non c’è cosa più lontana dal pensiero del presidente della sua rielezione

In genere non sono casuali le corrispondenze di Marzio Breda dal Quirinale per il Corriere della Sera, o i suoi servizi dal fronte, quando il Colle da camera di compensazione e soluzione dei conflitti rischia di essere trasformato dagli attori politici in senso lato, volenti o nolenti, in campo di battaglia, o anticamera di manovre più o meno oblique. Che mirano a congelare o cambiare, secondo le circostanze, i rapporti di forza formatisi nell’ultima crisi di governo arrivata sulla scrivania del capo dello Stato e da lui risolta nell’esercizio dei poteri conferitigli dal secondo comma dall’articolo 92 della Costituzione in termini che più laconici e chiari non potrebbero essere: «Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri». E ciò anche quando il governo è ridotto dalla sfiducia delle Camere a gestire, su insindacabile giudizio del capo dello Stato, le eventuali elezioni anticipate.

Mi è già capitato, qui sul Dubbio, di immaginare il disagio di Sergio Mattarella di fronte a quelle che Breda, riferendo delle reazioni degli “intimi del Quirinale”, ha definito «chiacchiere fatue e gratuite» sulla corsa alla successione cominciata con più anticipo del solito rispetto alla scadenza del mandato presidenziale. Che «si materializzerà – ha ricordato il quirinalista del Corriere – il 3 febbraio 2022», cioè fra un anno e mezzo. Il fastidio di Mattarella, che potrà sorprendere solo chi non lo conosce o non lo apprezza abbastanza, nasce innanzitutto dalla propensione mostrata da qualche settore politico e opinionista a considerarlo tentato, come è accaduto ad alcuni predecessori dietro un disinteresse solo formale, da una rielezione. Cui egli è contrario per «un fatto di coscienza», ha scritto Breda attribuendogli la condivisione del “precetto” una volta espresso dal costituzionalista Livio Paladin che «la rielezione di un capo dello Stati non è vietata ma non è opportuna», vista la durata non certo breve del mandato, che è di ben sette anni.

Un messaggio, del genere, a dire la verità Sergio Mattarella l’aveva già affidato qualche tempo fa al vecchio, o venerando, Eugenio Scalfari, con cui ha un antico e consolidato rapporto. Ma, visto che si è continuato a dire e a scrivere il contrario, mettendo cioè nel conto una sua rielezione, magari condizionata chissà a che cosa, il presidente ha voluto ribadire la sua “olimpica indifferenza” anche tramite il buon Breda, ormai di casa, diciamo così, al Quirinale – beato lui- più dell’inquilino di turno e dei suoi consiglieri e collaboratori. Vediamo adesso se il giochetto di scommettere sulla tentazione della conferma continuerà. Personalmente ritengo che, oltre al “fatto di coscienza” e al “precetto” di Livio Paladin abbia influito sulla indisponibilità di Mattarella la delusione provata dal suo immediato predecessore Giorgio Napolitano. Che nel 2013 cedette, alla sua età già molto più avanzata di Mattarella, all’appello emergenziale di partiti e amministratori locali sfilati al Quirinale dopo il fallimento di vari tentativi di trovargli un successore. Napolitano accettò ponendo pubblicamente la sola condizione, spiegata bene in uno sferzante discorso al Parlamento, e disinvoltamente disattesa dalle forze politiche, di una concreta e rapida riforma della Costituzione.

Piuttosto che farsi complice del ritardo e persino del fallimento, come avvenne con la bocciatura referendaria della riforma varata dal governo di Matteo Renzi, il primo presidente confermato nella storia della Repubblica preferì ridurre a soli due anni il suo secondo mandato. E diede una lezione di vita, diciamo così, ai soliti seminatori di zizzania che gli avevano attribuito su giornali allora di opposizione trame oscure per rimanere al suo posto.

Ma il fastidio di Mattarella per la brutta partita politica che qualcuno vorrebbe giocare alle sue spalle nasce anche dal rischio di “depotenziamento” – come lo ha chiamato Breda – del suo mandato derivante dal tentativo di fare della sua successione una specie di collante della maggioranza giallorossa, che stenta sempre più chiaramente a trovare la necessaria sintonia con l’urgenza e la gravità dei problemi del Paese. Il “depotenziamento”- ripeto – deriverebbe dalla presunzione di cattivi giocatori di anticipare nei fatti, o nella sensazione comune, il cosiddetto “semestre bianco”, che scatterà solo il 4 agosto dell’anno prossimo, quando mancando appunto sei mesi alla scadenza del proprio mandato il presidente della Repubblica non potrà sciogliere anticipatamente le Camere per esplicito dettato dell’articolo 88 della Costituzione. Che fu modificato nel 1991 per consentire ugualmente l’esercizio di questa prerogativa quando coincidono gli ultimi sei mesi dei mandati del capo dello Stato e del Parlamento. Non è certamente il nostro caso, scadendo le Camere attuali nel 2023.

Avvicinare nella comune rappresentanza del quadro politico quello che Breda chiama “il congedo” del presidente, come se fosse ormai alla scadenza del proprio mandato, potrebbe essere – ha scritto il quirinalista del Corriere – «una mossa pericolosa, studiata magari per esorcizzare qualsiasi ipotesi di voto in autunno e nel contempo puntellare la vacillante maggioranza giallorossa, vincolandola fin d’ora a un patto per imporre insieme il prossimo» presidente della Repubblica. Più chiaramente di così la situazione non poteva essere esposta, anche per la parte in cui la partita del Quirinale risulta così ristretta ai soli due maggiori partiti della coalizione di governo, con la sostanziale esclusione – ha scritto Breda- dei “leader di quei partiti- cespuglio, come Matteo Renzi, che nel 2015 fu il king maker dell’elezione di Mattarella”. Ma Renzi era allora segretario di un Pd in buona salute politica ed elettorale e, insieme, presidente del Consiglio. Adesso quella doppia del Quirinale e del governo, già impropria di suo, sarebbe tutt’altra partita nelle mani di un movimento grillino dalla indecifrabile natura e di un Pd che ne subisce sempre più malvolentieri il peso.

 

Commenti & Analisi 24 Jun 2020 15:00 CEST

Il velleitario toto Quirinale che non calcola nuovi inciuci, outsider e il peso sovranista

I nomi proposti da Scalfari fanno parte dell’establishment ma il nuovo capo dello Stato potrebbe uscire da un accordo anti elitario

Eugenio Scalfari dixit. Su la Repubblica” ha stilato la sua lista dei “presidenziabili” per il Quirinale. Ed è sorprendente che non abbia messo in forse nessuno dei nominati. Il dubbio non lo ha nemmeno sfiorato, ed è curioso in un cartesiano del suo calibro. Beato lui che vive di queste pallide certezze politiche alla sua veneranda età e con la sua esperienza che dovrebbe suggerirgli quanto meno la prudenza degli avveduti considerando che nessun presidente previsto, salvo De Nicola ( ma non fa testo) o ampiamente pronosticato, è mai uscito dall’urna. Per cui le degnissime candidature avanzate dal fondatore di “Repubblica” – Draghi, Visco, Conte, Gentiloni, Enrico Letta, Prodi e perfino Zingaretti – dovranno, insieme con altri candidati, passare al vaglio delle forze politiche, le quali si accorderanno non su un nome esimio, ma su un personaggio che nel momento della elezione rispecchia gli equilibri e li garantisce subito dopo in vista delle consultazioni politiche che si terranno nell’anno successivo.

Ed in questo passaggio può accadere di tutto. Sia che passi uno dei più gettonati, sia che venga fuori un outsider, come è frequentemente accaduto nel passato.

Nel firmamento scalfariano, per restare alle sue non peregrine ipotesi, non è contemplato nessuno che non venga dall’establishment quando, invece, molto umilmente ci par di capire che manovre anti- elitarie sono in corso per far sì che nel 2022 l’Italia abbia un presidente proveniente dalle retrovie della politica, non un blasonato, insomma, ma un esponente di compromesso che metta d’accordo una nuova maggioranza spaccando in parte quella al governo con il concorso di tutta l’opposizione. Ma sono proprio i nomi gettati nella mischia a dividere piuttosto che a unire i “grandi elettori”. Francamente nessuno di loro prenderebbe i voti del Pd, dei 5 Stelle e di Renzi per i motivi più vari, mentre è più facile che l’ipotesi Salvini abbia successo. Il capo della Lega, il quale recentemente ha proclamato che “a destra il leader sono ancora io”, evitando di dire di essere il leader della destra – sottigliezza da non sottovalutare – nella quale non si riconosce e nessuno lo riconoscerebbe come tale, sta pensando ad una combinazione tra le forze delle quali si dice rappresentante massimo e il Movimento grillino, immaginando che l’Italia Viva dei fuoriusciti piddini possano essere della partita.

Numeri alla mano, questa singolare coalizione potrebbe esprimere il presidente della Repubblica. Avrebbe soltanto un piccolo problema: trovare un nome. Scartati quelli fatti da Scalfari che rappresentano l’opposto di quanto cercano Salvini e compagni, francamente non si vedono all’orizzonte personaggi alternativi di alto profilo: Salvini non può pensare a se stesso per via dell’età, oltre che per motivi di opportunità, Renzi è talmente divisivo che lui stesso si tirerebbe indietro, tra i Cinquestelle non c’è nessuno altamente rappresentativo, come fu l’ultima volta Rodotà, da lanciare nella contesa. Come se ne esce?

Le parole che nei giorni scorsi Salvini ha detto su Mattarella difendendolo dalla bagarre scatenatasi attorno alla sua successione, potrebbero anche far pensare ad un bis stile Napolitano, ma un’operazione del genere presupporrebbe una vastissima platea di votanti, oltre qualsiasi confine partitico. Al momento è possibile prevederla? Francamente no. E allora è probabile che almeno uno dei papabili scalfariani possa ambire al Colle perché metterebbe d’accordo una maggioranza talmente trasversale che anche se qualcuno se ne tirasse fuori i voti sarebbero più che sufficienti: Draghi.

Ma Salvini, FdI, Cinquestelle un anno dopo dovrebbe giustificare davanti al loro elettorato una scelta che contraddice il populismo e l’antieuropeismo che certamente continueranno a cavalcare, con il rischio, quindi, che venga loro rinfacciata una scelta che non collima con le premesse di cambiamento di quelle forze politiche. Come si metterebbero Salvini e compagni? Il gioco dell’oca del Quirinale è appena incominciato. Ed in ogni partito ci sono almeno due o tre fazioni che mostrano opinioni diverse. Ma ai partiti al momento non c’è alternativa. Ognuno deve rinunciare a qualcosa. A meno che non spunti fuori il nome di un boiardo di Stato, di un alto magistrato, di un eminente componente della Corte Costituzionale che scontenti tutti, ma proprio tutti, e venga presentato come il minore del mali. Chissà: potrebbe perfino essere un buon presidente.

 

Editoriale del Direttore 20 Jun 2020 07:33 CEST

Il Quirinale e i doveri di tutti

Per capire fino in fondo la portata del monito dell’altro ieri di Sergio Mattarella basterebbe rileggersi tre righe…

Per capire fino in fondo la portata del monito dell’altro ieri di Sergio Mattarella basterebbe rileggersi tre righe. Quelle del discorso di insediamento rivolto al Parlamento il 3 febbraio 2015. “All’arbitro scandiva il neo capo dello Stato – compete la puntuale applicazione delle regole. L’arbitro deve essere, e sarà, imparziale. I giocatori lo aiutino con la loro correttezza”. Il significato è chiaro. L’Italia non è una Repubblica presidenziale. I poteri del Presidente sono scritti nella Costituzione: argini invalicabili. Chi spinge per superarli si comporta in modo scorretto. E la scorrettezza costituzionale mette a rischio l’ordinato svolgimento del sistema democratico.

Ma forse, almeno in filigrana, si può intuire anche qualcos’altro. Giusto o sbagliato che fosse, i padri costituenti immaginarono un equilibrio costruito su istituzioni deboli – a partire dal governo e dal presidente del Consiglio – e partiti forti. All’inizio degli anni ‘ 90 questo schema è precipitato. I partiti hanno via via perso potere, prestigio e addirittura consistenza. Altre formazioni politiche si sono affacciate sul proscenio, sempre più allontanandosi dal solco costruito nel 1948. Contemporaneamente in quel periodo pezzi della magistratura hanno puntato a supplire le forze politiche in via di estinzione. In tale modo squilibrando il bilanciamento dei poteri che è l’anima stessa della democrazia. Il Paese è andato avanti così, sbilenco e incerto, con gli italiani che hanno assistito al progressivo svilimento della propria classe dirigente, collassata alla fine sotto il peso dei propri errori ed omissioni. Due anni fa, M5S e Lega hanno vinto nei rispettivi schieramenti, innaffiando di populismo le loro parole d’ordine e i loro intendimenti. Hanno fatto un governo assieme, che non ha funzionato. In corso d’opera, e con lo stesso premier, ne è nato un altro di opposto colore, che ha dovuto affrontare la più grave crisi sanitaria ed economica dal 1945 ad oggi. Nel frattempo, la magistratura ha messo in luce quella “modestia etica” denunciata da Mattarella, che ha provocato sbigottimento lacerando prestigio e autorevolezza di chi amministra la giustizia. In molti, in un modo o nell’altro, hanno alzato gli occhi verso il Colle, solleticando velleitariamente interventi del Quirinale per supplire alle deficienze, alle incapacità, alla bramosia di potere. Non funziona così. Il presidente della Repubblica è arbitro, non può parteggiare per questa o quella squadra. Tantomeno può esprimersi a favore di questo o quel leader. Ognuno si deve prendere le proprie responsabilità. Chi governa, chi si oppone, chi fa parte della giurisdizione, chi vuole ottenere consenso sfruttando i social. Troppo comodo pensare al proprio orticello confidando nel fatto che poi i guai li aggiusta il Presidente. Troppo comodo. È costituzionalmente scorretto. Scorrettissimo.

 

Commenti & Analisi 12 Jun 2020 15:00 CEST

Senza più il “vincolo esterno”, per l’Italia c’è una grande occasione da cogliere

Aiuta anche la “Costituzione materiale”. Ma a patto di accogliere l’invito di Mattarella all’unità, altrmenti ogni sforzo risulterà inutile

Questo non è tempo, ancora, di bilanci. Ma certamente di alcune riflessioni sull’impatto del Coronavirus sul nostro ordinamento costituzionale. E soprattutto sulla nostra costituzione materiale, che stava vivendo – secondo la classificazione fattane da Giuseppe Guarino – la sua quinta fase, dovuta all’attuazione dei Trattati dell’Unione Europea. E soprattutto all’introduzione dell’euro. Una fase lunghissima, iniziata nel 1992 e non ancora conclusa.

I suoi effetti sono stati epocali. Per ragioni esterne e interne sono scomparsi i partiti politici della Prima Repubblica. Mentre alle attuali formazioni partitiche, si è aggiunta, come organismo anch’esso portatore di una impropria funzione di indirizzo politico, un’associazione non riconosciuta, quale l’Associazione Nazionale Magistrati. Come le cronache di questi giorni sembrano dimostrare.

Ma soprattutto è divenuto determinante il vincolo esterno, che ha condizionato la politica di bilancio e quella fiscale dei governi italiani, perché quella monetaria spetta alla Bce. Queste sono cose sin troppo note. A esse si è aggiunta l’emergenza della pandemia, che ha avuto un duplice profondo impatto sulla nostra costituzione materiale.

Sul piano interno è avvenuto che una fonte secondaria del tutto atipica, perché non prevista dall’art. 17 della legge 400/ 1988, ha compresso oltre ogni limite i diritti di libertà della Costituzione. Ciò sulla base di autorizzazioni in bianco contenute in decreti legge, che essi stessi non avrebbero avuto la capacità di prevalere sulla Carta Costituzionale, se non nei limiti desumibili dall’art. 32. In ogni caso attraverso un bilanciamento e un adeguato scrutinio di proporzionalità.

Mentre l’erompere dell’emergenza non sembra aver consentito tutto questo e si è assistito a una “verticalizzazione“ di tale attività normativa, senza alcun coinvolgimento preventivo del Parlamento, che è stato di fatto il grande assente nel periodo dell’emergenza.

Quindi la Costituzione del 1948 ha mostrato, alla prova della più grave emergenza affrontata dalle comunità nazionale dopo la sua entrata in vigore, una flessibilità e una derogabilità da parte di fonti a essa subordinate che non era ipotizzabile in precedenza.

Sul piano del vincolo esterno, invece se ne è verificata un’attenuazione forse insperata. È rapidamente scomparso il “fiscal compact”, che ci avrebbe condannati alla deflazione perenne. Ma non solo.

La Commissione Europea, in presenza di una circostanza eccezionale che ha investito nello stesso modo tutti gli stati dell’Unione, ha rapidamente derogato ai noti valori di riferimento circa i disavanzi pubblici eccessivi, previsti dall’art. 126 Tfue dal 12° Protocollo dei Trattati.

Pertanto, prevedibilmente, non opereranno più per molto tempo gli inderogabili limiti del 3% tra disavanzo pubblico e Pil e del 60% tra debito pubblico e Pil. Il carattere “simmetrico” della crisi ha dunque consentito il superamento di quei “vincoli” che, già prima dell’introduzione dell’Euro, avevano pesantemente condizionato la politica di bilancio della Repubblica Italiana. Si è così aperta un’opportunità eccezionale.

Nonostante la gravità della situazione. Che in tre mesi ha prodotto un numero di decessi pari a oltre un quarto di quello delle vittime civili del secondo conflitto mondiale nel nostro Paese.

Pertanto, come è stato colto nei suoi interventi per la Festa della Repubblica dal più importante organo di garanzia del nostro ordinamento costituzionale e cioè dal Presidente della Repubblica, questo deve essere il momento dell’unità nazionale. E di uno sforzo comune per la ripartenza e per la ricostruzione. I prossimi mesi ci diranno se le forze politiche presenti in Parlamento sapranno raccogliere questo monito.

Ma se esso rimarrà inascoltato si aprirà la più grave crisi economica e politica della nostra storia repubblicana.

E la stessa unità della Repubblica ne uscirà lacerata e nei fatti rimessa in discussione, come alcuni episodi hanno già dimostrato.

 

Commenti 4 Jun 2020 15:15 CEST

Commissione bipartisan per l’economia

In questo modo il Parlamento tornerebbe centrale e si ricalcherebbe lo spirito unitari` o degli anni ’ 70 senza che nessuno si senta escluso

Bisogna riconoscere che il Capo dello Stato non ha mai perso occasione di svolgere, quasi calligraficamente, il suo compito di incarnare l’unità della Nazione, riuscendovi perfettamente, se è vero che nell’immaginario degli italiani continua a rappresentare l’unica figura istituzionale in cui cittadino riesce a riconoscersi. In questa chiave vanno letti, dunque, tutti i suoi recenti appelli alla coesione, alla solidarietà, a deporre, almeno fino a quando il Coronavirus tiene campo, le armi usate nei conflitti ideologici tra forze politiche contrapposte. Il due giugno Mattarella ha citato lo spirito costituente, evocando quasi una sorta di Pentecoste laica, uno spazio condiviso in questa stagione post- ideologica. La cosa nuova, però, è che per la prima volta due leader di partito, uno di maggioranza, l’altro di opposizione, hanno rilasciato interviste sullo stesso tenore. Infatti Zingaretti prima e Berlusconi poi, hanno condiviso e rilanciato le ragioni di una coesione nazionale di fronte all’emergenza sanitaria. Va bene che il dibattito politico italiano ci ha abituato a concetti effimeri e alla volatilità delle parole, più veloce delle più tremule essenze naturali. Tuttavia sbaglieremmo a considerare quelle posizioni solo gesti rituali all’interno di una liturgia buonista. E non è un caso che a pronunciarle siano stati due capi politici non di ultimissima generazione. Perché c’è stato un tempo in cui la politica, seppure in una stagione di massima divaricazione ideologica, è riuscita ad offrire il senso concreto dell’unità di fronte alle emergenze nazionali, riuscendo a garantire un coinvolgimento istituzionale delle opposizioni. Negli anni ‘ 70, infatti, nell’impossibilità di una collaborazione di governo tra Dc e Pci, si riuscì a mantenere un importante dialogo istituzionale tra i due maggiori partiti italiani per impedire che una parte rilevante del Paese rimanesse esclusa dalle scelte rilevanti. Il risultato si raggiunse riportando il Parlamento al centro delle dinamiche politiche nazionali. Ruolo che venne sottolineato anche con il conferimento al più importante partito dell’opposizione la carica di Presidente della Camera dei Deputati. In qualche modo veniva recuperato, se non nella dimensione dell’alleanza di governo ma attraverso il canone del procedimento parlamentare, lo spirito collaborativo dei costituenti ricordato da Mattarella. Che significa dare senso oggi alla collaborazione tra forze politiche rispettandone i ruoli di governo e di opposizione? Significa riportare il Parlamento al centro istituendo, ad esempio, uno spazio di lavoro condiviso sulla falsariga delle Commissioni di controllo e garanzia, come la vigilanza Rai o il Comitato parlamentare per la Sicurezza, che devolvono il ruolo di presidente ad un esponente dell’opposizione. Oggetto del lavoro della nuova Commissione potrebbe essere il programma per la ripresa, che attingerà a provviste importanti dall’Europa col Recovery Fund, e dalle risorse nazionali. Non si tratta di una torsione “consociativistica” per spezzare la simmetria naturale della dialettica tra maggioranza e opposizione. Si tratta di promuovere, nel contesto consentito in questo tempo, quello spirito di collaborazione leale per non sprecare un solo grammo delle risorse che risarciscono gli italiani dopo mesi drammatici. Non devono esserci mance elettorali, non deve trovare spazio la contestazione pregiudiziale che indulge alla piazza per capitalizzare un consenso antagonista. Il delitto oltretutto sarebbe lo spreco di una grande occasione per ripristinare una civiltà della politica.