Commenti & Analisi 10 Jun 2020 15:00 CEST

Scrivi male e salti le virgole? La Cassazione se poco leggibile ti multa e addio al ricorso

La sesta sezione civile e quella penale sono il “cimitero” dei testi dell’avvocatura mal scritti e non autosufficienti

In effetti si colma una lacuna, visto che da noi a differenza della Francia e della Spagna non esiste un’autorità che abbia potere normativo in materia grammaticale e sintattica o lessicale.

Esiste la benemerita Accademia della Crusca, che però si limita a mere raccomandazioni, senza imposizione.

La Cassazione invece non solo censura i cattivi scrittori, ma li castiga dichiarando inammissibili e condannando lo sgrammaticato ricorrente al pagamento del balzello del raddoppio del contributo unificato.

E’ tutto vero e documentato nella sentenza n. 9996/ 2020 della VI sezione civile ( pubblicata il 28 Maggio) che comunque si innesta su un tracciato già aperto, anche se non con la chiarezza dell’ultima decisione.

Per i non addetti ai lavori la sesta sezione civile, come la settima penale, è il “cimitero “dei ricorsi sfortunati, spessissimo liquidati con poche lapidarie battute che significano il pollice verso della Suprema Corte.

In questo caso il collegio e il dotto estensore hanno sviluppato una motivazione articolata che è chiaramente un avviso ai sempre più timorosi naviganti nel vasto e agitato mare del giudizio di cassazione.

Il ricorso non solo deve essere come ormai la Corte afferma da anni “autosufficiente “e quindi capace di reggersi solo sulle proprie gambe, senza bisogno di far scomodare il Collegio a leggere altri precedenti atti, ma anche chiaro, sintetico e capace di impressionare il lettore a prima vista, come l’inizio di un capolavoro letterario o l’avvio di una cronaca sportiva.

La nostra suprema corte richiama anche riferimenti esteri e cita una sentenza americana ( di una Corte d’ Appello) che censura l’avvocato per la scarsa punteggiatura , come facevano ai miei tempi le maestre di seconda elementare. Del resto l’Europa, tanto per cambiare, ce lo chiede.

La sentenza romana richiama infatti la «Guida per gli avvocati» approvata dalla Corte di Giustizia della Comunità Europea che fa della limpidezza di stile un dovere : «Una semplice lettura deve consentire alla Corte di cogliere i punti essenziali di fatto e di diritto».

Un tempo le guide Rosse tedesche, Blu francesi o le nostrane guide verdi riuscivano a condensare in poche righe la descrizione di monumenti millenari e capolavori dell’arte e infatti erano spesso redatte da grandi scrittori. Ma una buona guida doveva essere anche completa e contenere la descrizione quasi integrale delle stanze del museo.

Oggi l’avvocato cassazionista è chiamato allo stesso compito , unire nel ricorso completezza e chiarezza, accuratezza dei particolari ed eleganza. Tutto bellissimo in teoria. Sennonché spesso gli atti che bisogna richiamare , quelli degli avversari e delle sentenze di merito possono essere non del tutto cristallini e tacitiani e talora le questioni sono complicate da oscillazioni giurisprudenziali e oscurità normative.

E poi non bisogna aver letto Umberto Eco per saperlo, il testo scritto non è mai completamente scritto dal suo autore : è un’opera aperta, dove è il lettore con il suo interesse, la sua curiosità e la sua critica a giocare un ruolo decisivo.

Anche la più avvincente cronaca calcistica risulterà arida e insensata a una persona che considera il calcio un passatempo volgare e molti testi hanno bisogno di più letture per esser apprezzati. La Cassazione invece è orientata verso il “Dolce Stil Novo” : tra giudice e ricorso deve esserci un amore a prima vista come tra Dante e Beatrice.

Per vincere non basta più convincere, bisogna dilettare e far innamorare.

 

Commenti & Analisi 15 Apr 2020 17:00 CEST

«Marianna non doveva morire» : grazie alla Cassazione. Ora i danni morali ai figli

Nel 2015 è stata abolita l’esclusione dei danni morali dal risarcimento dovuto da un magistrato colpevole

La sentenza della Corte di Cassazione- Sezione III Civile n. 7760 depositata l’ 8 aprile scorso ha riconosciuto la responsabilità dei magistrati che non hanno ascoltato le 12 denunce di Marianna Manduca prima di essere uccisa dal marito. Abbiamo sostenuto in ogni stato e grado di giudizio che la vita di Marianna poteva e doveva essere salvata.

Ma il percorso è stato lungo e difficile. Se n’è accorta anche la Suprema Corte che ha rimesso la causa ai giudici di Appello di Catanzaro e non ad altra Sezione della Corte di Appello di Messina “essendosi gli Uffici giudiziari di Messina già pronunciati con esiti grandemente difformi nelle fasi preliminari al merito e di merito”.

Il primo ostacolo processuale che abbiamo affrontato è stata l’inammissibilità della domanda risarcitoria per decadenza del termine, opposta dal Tribunale e dalla Corte di appello di Messina. La Cassazione, la stessa Sezione III Civile, ha accolto la nostra impugnazione affermando che il termine di decadenza non poteva che decorreva dal momento in cui gli orfani di Marianna avevano un rappresentante legale in grado di agire nel loro interesse.

Il processo dinanzi al Tribunale di Messina si è protratto a lungo, riversando nel fascicolo migliaia di pagine di atti e documenti prodotti soprattutto dall’Avvocatura dello Stato. Nel giugno del 2017 il Tribunale ha condannato la Presidenza del Consiglio a risarcire i danni patrimoniali nella misura di 259.000 euro per tutti e tre i ragazzi, ma non i danni morali.

La Corte di Messina, investita dell’appello dell’Avvocatura dello Stato e del nostro per i danni non patrimoniali negati, nel marzo dello scorso anno ha annullato la sentenza del Tribunale, andando perfino oltre la difesa erariale e sostenendo l’inevitabilità del femminicidio in considerazione della determinazione del marito omicida.

Una sentenza stupefacente, ma proprio per questo difficile da impugnare in Cassazione sia per la fluidità dell’argomentazione- che non consentiva la individuazione dei tratti erroneisia per il rischio di impingere nella contestazione in termini di fatto, com’è noto preclusa in Cassazione.

Tanto più appariva discutibile sui massmedia la sentenza della Corte di Appello di Messina, tanto più è stato arduo muoversi negli stretti passaggi dell’art. 360, comma 1, nn. 4 e 5 cpc.

La mattina dell’udienza nell’ aula della Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione con noi erano presenti Carmelo e Paola, i genitori che hanno accolto nella loro casa e accanto ai propri tre figli i bambini di Marianna con un gioioso impegno economico e morale che ha consentito agli orfani di non essere soli e di vivere insieme ad altri fratelli di cui oggi hanno il medesimo cognome.

Il Procuratore Generale ha discusso brevemente per dire che il nostro ricorso doveva essere rigettato e che la sentenza di appello secondo cui niente si sarebbe potuto fare per salvare Marianna doveva essere confermata.

Abbiamo discusso con la passione civile che questa vicenda ha suscitato in tanta gente perbene ma anche con la consapevolezza professionale dei gravissimi vizi della sentenza impugnata, raccontando le 12 denunce di Marianna, la sua fiducia nella giustizia, la condanna del suo assassinio per i fatti descritti in una delle sue denunce… In conclusione, abbiamo richiesto alla Suprema Corte di non abdicare al proprio ruolo, di “fare il giudice” della sentenza messinese, e di condannarla al suo destino di sentenza errata ed iniqua.

La Corte ci ha ascoltato con particolare attenzione, leggendo la sentenza depositata l’ 8 aprile 2020 ci accorgiamo che le nostre ragioni sono state riconosciute fondate.

Ci attende Catanzaro. Il giudice del rinvio dovrà decidere anche sul diritto degli orfani di Marianna al risarcimento dei danni morali, ingenti, subiti da tre bambini per la perdita della giovane madre, che i giudici messinesi hanno negato adducendo una sorta di irretroattività della norma che, finalmente, nel 2015, ha abolito l’ingiustificata e incostituzionale esclusione dei danni morali dal risarcimento dovuto da un magistrato colpevole.

Continueremo a difendere con orgoglio la memoria e il coraggio di Marianna, convinti di sostenere un diritto e una libertà comuni a ogni donna. Siamo certi, perciò, di essere sorretti dall’opinione pubblica e dai massmedia, che in questi anni hanno narrato la storia di Marianna e dei suoi figli, tenendo accesa l’attenzione su una storia di grande rilievo civile, oggi su una sentenza che si inserisce negli annali della migliore giurisprudenza italiana.

* avvocati