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Sui pedali della libertà

“L’articolo 27 della nostra Costituzione ci dice che la pena è una realtà aperta al futuro. Ci spiega che non solo le pene non devono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità, ma che devono tendere alla rieducazione del condannato. Così, dunque, la nostra Costituzione scommette sul cambiamento, sull’idea che la personalità del condannato non è incisa per sempre al reato che ha commesso ma è aperta al cambiamento”.
Sono le bellissime parole del giudice costituzionale Francesco Viganò, parole che ha pronunciato nel lungo viaggio che la Corte Costituzionale ha intrapreso negli istituti di pena italiani. Un viaggio che, prima di ogni cosa, ha voluto testimoniare come la Costituzione sia un valore universale: “La cittadinanza costituzionale non conosce muri né distinzioni”, hanno ribadito i giudici costituzionali. “Mai più un carcere cimitero dei vivi, giurarono i padri costituenti, che durante il ventennio fascista avevano conosciuto la mortificazione del carcere-cimitero”.

E quella contro l’idea del carcere-cimitero è una delle battaglie culturali sulle quali è stato fondato il Dubbio. Anche noi, come ha ricordato il giudice Viganò, scommettiamo sul futuro e sul superamento del carcere come mero strumento repressivo. Anche perché la mera repressione, oltre a tradire la nostra Costituzione, non fa un buon servizio alla sicurezza collettiva. I dati parlano chiaro: chi sconta la propria pena fuori dal carcere, chi può beneficiare di pene alternative e percorre progetti di reinserimento ha molte meno possibilità di reiterare i reati.
Ma la costruzione di progetti alternativi è più faticosa e ha bisogno di una politica forte, autorevole, paziente. Abbiamo assolutamente bisogno di una politica che smetta di assecondare per meri fini propagandistici le pulsioni più rabbiose e feroci che arrivano dalla società e che sia in grado di mettersi alla guida di un progetto di grande riforma che abbia come orizzonte una radicale trasformazione del carcere.

E così anche il Dubbio percorrerà l’Italia da Nord a Sud. Un viaggio che Roberto Sensi affronterà in bicicletta: circa 2.000 chilometri intervallati da visite negli istituti penitenziari italiani e chiacchierate con chi vive il carcere: istituzioni, associazioni e, naturalmente, i detenuti. Il viaggio sarà anche l’occasione per riannodare metaforicamente i fili spezzati di un Paese che in questi mesi si è dovuto chiudere in sé stesso: una sorta di grande detenzione collettiva che ha cambiato il nostro modo di vivere e di pensare e che nel momento stesso in cui ci ha isolati dagli altri, ci ha fatto capire quanto gli altri siano fondamentali. E così le nostre carceri che appaiono come monadi isolate, in realtà sono intrecciate più di quanto si crede alla “vita di fuori” e alla coscienza di ognuno di noi.

Roberto Sensi sarà il testimone diretto di un Paese che prova a rimettersi in piedi e il suo sguardo muoverà dall’ultimo avamposto della battaglia contro la disgregazione sociale. Lo sguardo da dentro, la visione dal carcere, sarà un’occasione per ribadire che i diritti scolpiti sulla nostra Costituzione devono per forza di cosa includere anche chi vive in carcere.

Il viaggio di Roberto sarà seguito in tempo reale dalla redazione del Dubbio che, attraverso il sito web, accoglierà e diffonderà i suoi racconti quotidiani. Video, scrittura, audio. La redazione del Dubbio utilizzerà tutti gli strumenti a sua disposizione per raccontare questo pellegrinaggio dei diritti. Un vero e proprio diario di viaggio alla fine del quale nessuno potrà più dire: “Marciscano pure in galera”…

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