Analisi 10 Mar 2020 20:00 CET

Sforare il deficit non basterà, con la Ue rivedere gli indici di crescita economica

Se negli scorsi decenni la misurazione del prodotto nazionale avesse tenuto conto anche di fattori immateriali forse ora saremmo ben più attrezzati n…

Caro Direttore “Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni… Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago…” ( Bob Kennedy – Università del Kansas – 18 marzo del 1968).

Dopo decenni di crescita contraddittoria, squilibrata e instabile, condizionata da un’idea avida e materialista dell’economia, un’epidemia globale ci costringe a verificare che, misurando la ricchezza di un Paese solo in base fattori immediatamente tangibili, si finisce col fare scelte che ci lasciano sguarniti davanti ad un’emergenza sanitaria. Aver tagliato negli anni le spese della sanità, in ragione di un equilibrio da mantenere tra PIL e spesa pubblica oggi si rivela infatti una scelta improvvida.

Se negli scorsi decenni la misurazione del prodotto nazionale avesse tenuto conto anche di fattori immateriali, cioè dello sviluppo culturale, della tutela ambientale, della salute, del benessere delle persone e della società, contabilizzati, al contrario, come gravosi fattori di assorbimento del PIL, forse ora saremmo ben più attrezzati nella difesa della vita delle persone davanti alla minaccia del virus. E il paradosso è che il timore di inadeguatezza delle strutture sanitarie costringe a provvedimenti che distruggono proprio la ricchezza materiale. Borse, imprese manifatturiere e commerciali, società di trasporti, attività turistiche e ricreative sono travolte da un terremoto i cui effetti, per entità e rapidità, sono paragonabili a quelli di una guerra: i primi a soffrirne saranno i lavoratori ma stavolta non da soli. E risultano potenzialmente a rischio di essere travolte anche le relazioni sociali, i modelli di coesione e convivenza della gente. L’isolamento, la sospensione della mobilità, la chiusura dei luoghi di aggregazione, il distanziamento delle persone, determineranno, se protratti a lungo, effetti anche sul piano sociologico.

Nel frattempo le delocalizzazioni delle manifatture, scelte solo per abbattere il costo del lavoro, con il rallentamento dei traffici internazionali, lasciano sguarnite intere catene di produzione, dimostrando tutti i rischi di una globalizzazione dello sfruttamento, anziché dei diritti. Di avvisi, ne avevamo avuti molti altri, ma tutti minimizzati, perché riguardavano alcuni ma non tutti. Per esempio la crisi finanziaria che ha impoverito molti ma arricchito altri. Oppure la crisi ambientale, rinviata a problema delle generazioni future.

O le tante situazioni di crisi aziendali, per le quali ognuno pensa che sia sufficiente non trovarsi proprio lì…

Il coronavirus, invece, è universale. Nessuno può sentirsi al riparo anche se assistiamo a una deplorevole competizione tra Stati, o perfino tra regioni, ognuno nella speranza di “reggere” meglio degli altri, salvo poi accorgersi che stavolta siamo tutti sullo stesso gommone. E anche gli assalti ai supermercati altro non sono che gli ultimi disperati tentativi di ricercare soluzioni individuali in una società che, invece, potrà rinascere e risanarsi solo se saprà rivalutare le soluzioni che guardano al benessere collettivo.

La lezione della pandemia è questa e, mentre gli scienziati si affannano a trovare un antidoto al virus, il dovere della classe dirigente oggi è quello di assumerla come guida per rivedere i criteri di misurazione del PIL. Limitarsi a sforare il deficit per sostenere le spese necessarie a fronteggiare l’emergenza sarebbe sbagliato: occorre aprire una trattativa internazionale per la revisione degli indici di crescita economica e, su queste nuove basi, costruire la futura contabilità dei Paesi. Ora siamo certi che rivedere i fattori che compongono il prodotto delle nostre comunità consentirà di mantenere più forti e stabili anche gli elementi di crescita materiale a cui l’economia resta pur sempre legata.

* Segretario Confederale Cisl Responsabile politiche credito

 

Commenti 6 Mar 2020 21:00 CET

Cari Sassoli e Gentiloni, difendeteci: l’Ue dà dati sbagliati sul nostro welfare

E’ giusto che il Governo faccia chiarezza in sede europea a fronte di un giudizio superficiale e ingiustificato che attacca la sostenibilità del nost…

Questo è un appello rivolto in particolare al Commissario europeo per l’economia, Paolo Gentiloni e al Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, affinché, se ritengono attendibili i dati riportati, tutelino adeguatamente gli interessi dell’Italia e il welfare degli italiani in sede europea.

Si tratta di un passo necessario se si vuole finalmente disegnare uno Stato sociale in Europa, non solo degno della nostra migliore tradizione, ma capace di difendere nuovamente gli ultimi. Veniamo ai fatti. Il Country Report 2020 sul nostro Paese, approvato nei giorni scorsi dalla Commissione europea, boccia ancora una volta la nostra spesa pensionistica, giudicata troppo onerosa rispetto a quella degli altri Paesi del vecchio continente. Si tratta di una bugia che l’Italia dovrebbe smentire perchè, sulla base di questa argomentazione infondata, il rischio è che si voglia preparare il terreno per un nuovo giro di vite sulla previdenza o impedire il definitivo superamento della legge Fornero del quale, l’attuale Governo, sta discutendo con i sindacati.

Il parere della Commissione richiama una impostazione di vecchio stampo, liberista e rigorista, ormai superata dai fatti. Una minestra riscaldata che non vuole trarre insegnamento dagli errori commessi nel recente passato, a partire dalla scarsa considerazione sull’aumento delle diseguaglianze sociali e dalla crudeltà di alcune riforme pensionistiche, come quella voluta dall’Europa e attuata da Monti, che vengono addirittura portate come esempio dagli alti burocrati europei.

Prima bugia: l’incidenza della nostra spesa pensionistica non e’ del 15% perche’ questa percentuale incorpora le spese per l’assistenza e le tasse pagate dai pensionati sui loro assegni ( 50 miliardi di euro all’anno): lo ha anche ricordato di recente il Presidente dell’Inps Tridico. Se si fanno le opportune correzioni la spesa scende al 12%, in perfetto allineamento con gli altri Paesi europei.

Seconda bugia: non e’ vero che la legge Fornero mantiene, da sola, i conti in equilibrio. Secondo un’autorevole fonte, il Documento di Economia e Finanza elaborato dal Governo per il 2016, le riforme che vanno dal 2004 al 2011 ( Maroni, Damiano, Sacconi e Fornero), cumulativamente determinano una minore incidenza della spesa pensionistica in rapporto al PIL pari a “circa 60 punti percentuali fino al 2050”. Tradotto, circa 900 miliardi di euro di risparmio in 46 anni. Se poi si vuole entrare piu’ nel dettaglio, nello stesso documento del Ministero dell’Economia e delle Finanze e’ scritto che tale minore incidenza “è da ascrivere, per circa 1/ 3 alla riforma introdotta con la legge n. 214/ 2011 ( Fornero) e, per circa 2/ 3, ai precedenti interventi” ( Maroni, Damiano, Sacconi). Questi dati, a loro volta, sono stati ricavati dal Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica della Corte dei Conti del 2016.

E’ giusto che il Governo faccia chiarezza in sede europea a fronte di un giudizio superficiale e ingiustificato che attacca la sostenibilità del nostro sistema pensionistico. Continuare a far cassa sul Welfare è una impostazione che appartiene al passato e che, purtroppo, ha fatto morti e feriti. Spetta al PD, se vuole essere un partito autenticamente di sinistra con una chiara identità di riformismo radicale, farsi carico di questi problemi che hanno a che vedere con il benessere dei cittadini e, quindi, con un sano principio di uguaglianza sociale.

 

Commenti 3 Mar 2020 21:00 CET

Coesione sociale vo’ cercando

Ue, il virus e noi. Che dire di quei dirigenti politici che non hanno sotterrato l’ascia di guerra nemmeno di fronte ad una emergenza nazionale che …

È sufficiente ascoltare gli avventori di un qualsiasi bar della Capitale affollato nelle ore canoniche della colazione mattutina e della pausa pranzo, per scoprire che la preoccupazione per gli effetti del coronavirus è aumentata nelle ultime ore. Ovviamente ci si continua ad interrogare sui rischi per la propria salute, se il virus misterioso sia solo una influenza aggressiva o la peste del XXI secolo; se tutto finirà presto o meno, se le misure adottate siano state giuste o no… Naturalmente ognuno dice la sua, come è normale che sia in un rapido chiacchiericcio da bar.

Da ieri il più preoccupato ‘ e mo’ che succede? ‘ non è però riferito al numero degli infetti e dei morti, alle imprese di alcuni settori strategici della nostra economia messe in ginocchio, all immagine nel mondo dell Italia, divenuta in una settimana sinonimo di lazzaretto. Ora l’interrogativo che maggiormente angustia i nostri vicini al bancone del bar, occasionali o tradizionali che siano, riguarda la sorte del campionato di calcio. Si discute di quando e con quali modalità si giocheranno le partite rinviate; di quale squadra ne trarrà vantaggio e quale sarà più danneggiata; degli interessi occulti e dei veri motivi che hanno portato alle decisioni prese… E basta scorrere i quotidiani o navigare sul web per scoprire che il fenomeno non si è manifestato solo nei bar romani, sta interessando tutta la Penisola, è notizia da prima pagina ovunque.

Forse è normale che sia così, visto che il calcio è lo sport nazionale per antonomasia, fa soffrire e gioire milioni di connazionali di ogni età e muove giganteschi interessi economici.

C è comunque di che riflettere perché quando le istituzioni perdono credibilità e cala la fiducia nella loro azione, i cittadini prima o poi le… archiviano, ne fanno volentieri a meno, cercano vie nuove per essere rappresentati o almeno sentirsi tali. E’ proprio ciò che, a causa del Coronavirus, può accadere ad istituzioni assai più importanti per l’Italia della Federazione gioco calcio : il Parlamento, il governo, le regioni, la protezione civile, il servizio sanitario nazionale…

È ancora presto per dire quale sarà la credibilità delle nostre istituzioni, e quindi se gli italiani avranno ancora fiducia nel loro operato, quando saremo usciti dal tunnel della preoccupazione e della paura collettive. Lo potremo capire solo quando il trauma, purtroppo non solo psicologico, dell’emergenza sarà assorbito e la situazione sarà tornata alla normalità. Solo allora sarà possibile, necessario e giusto giudicare l’azione delle istituzioni, attribuire meriti ed indicare eventuali colpe. Chi fin da adesso lancia a destra e a manca accuse di incapacità se non addirittura di tradimento dell’interesse nazionale , non fa altro che alimentare la paura ed indebolire la indispensabile coesione della società di fronte ad una dura prova collettiva. È deplorevole che lo facciano i leoni da tastiera che, vigliaccamente coperti dall’anonimato, sputano sentenze e lanciano accuse infamanti. È deplorevole ma è il rovescio della medaglia della rete.

Ma che dire di quei dirigenti politici che non hanno sotterrato l’ascia di guerra nemmeno di fronte ad una emergenza nazionale che non ha precedenti nel dopoguerra? Identica domanda bisogna porsi anche per coloro che sembrano preoccuparsi solo della propria immagine, quelli che decidono pensando ai sondaggi sul gradimento delle misure adottate e non alle conseguenze reali realmente prodotte.

Di certo gli esponenti politici di entrambe le specie non avranno motivo di lamentarsi se domani, quando sarà passata la bufera, saranno giudicati degli irresponsabili e come tali trattati dagli italiani.

Appunto, solo da domani sarà giusto giudicare i nostri rappresentanti ad ogni livello. Ora è il tempo di tenere i nervi saldi e di fare tutto ciò che serve per vincere una sfida infinitamente più importante del campionato di calcio.

P. S. È spiacevole dirlo, ma se quanto sopra ha un senso non si può estendere il concetto a tutte le istituzioni che regolano la vita degli italiani. Di fronte al Coronavirus le istituzioni europee sono state finora totalmente assenti, come se non esistessero. Certo la sanità è materia di competenza esclusiva degli Stati nazionali. E altrettanto certamente l Italia potrà spendere almeno 3,6 miliardi di euro in più rispetto ai rigidi vincoli comunitari di bilancio. Ma davvero nei giorni scorsi a Bruxelles nessuno poteva fare qualcosa per aiutare l’Italia, per non lasciarla sola? È difficile crederlo anche per i più convinti europeisti. Molte capitali hanno fatto sentire la loro voce, non sempre amichevole. Dai vertici delle UE non si è sentita nemmeno una parola. Purtroppo.

 

Commenti & Analisi 27 Feb 2020 20:00 CET

Brexit non vale per la Corte Ue dei diritti. E per le madri surrogate arrivano novità

Nessuno ne parla ma, prima o poi, capiterà un caso che farà discutere. Il Regno Unito è fuori, ma non del tutto

Il 2019 per la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo è stato un anno importante. Nel maggio è cessata la Presidenza di Guido Raimondi, che per nove anni aveva retto la Corte con grande maestria facendole avere sempre più un ruolo importante nel sistema europeo delle Corti. La Corte, da quest’anno, avrà una funzione ancora più importante e particolare.

È infatti l’ultimo aggancio del Regno Unito all’Europa. Come si sa, il Regno Unito è uscito dall’Unione Europea, ma non ha disdettato ( e come avrebbe potuto farlo…) la Convenzione europea dei diritti umani.

Oggi, quindi, abbiamo una situazione particolare: da un lato il Regno Unito è fuori dall’Unione Europea ma, dall’altro, la Corte di Strasburgo estende la sua giurisdizione anche sul Regno Unito e le sue sentenze possono “giudicare” anche le sentenze della Corte Suprema britannica.

Nessuno ne parla ma, prima o poi, capiterà un caso che farà discutere. Il Regno Unito è fuori, ma non del tutto. Questo è un bene per chi crede che l’Europa abbia bisogno anche delle tradizioni e della cultura anglosassone, soprattutto in campo legale dove i principi di Common Law nella loro praticità possono aiutare i sistemi di Civil Law a diventare più efficienti e più attenti al principio dello “stare decisis” per avere una giurisprudenza uniforme.

Alla Presidenza italiana di Raimondi è subentrato Linos- Alexandre Sicilianos, giudice greco. L’Europa del Sud è molto sensibile al tema dei diritti umani, mentre l’Europa del nord è più attenta al business.

Oltre al cambio alla guida della Corte, il 2019, in tema di giurisprudenza, ha anche significato due importanti novità. È stato depositato il primo Avis Consultatif ( Demande n° P16- 2018- 001) in data 10 aprile 2019. Come si sa, questo nuovo strumento processuale è stato previsto dal protocollo 16, ed è costruito come il più noto rinvio pregiudiziale di fronte alla Corte dell’Unione Europea ( art. 267 TFUE).

In questo caso è stata la Corte di Cassazione francese che ha chiesto lumi in tema di riconoscimento nel diritto interno di un legame di filiazione fra un bambino nato da una gestazione surrogata praticata all’estero in California e la mère d’intention. La Corte ha così deciso: «Nella situazione in cui, come nell’ipotesi formulata nelle domande della Corte di cassazione, un bambino è nato all’estero per gestazione per altro ed è derivato dai gameti del padre d’intenzione e di una terza donatrice, e in cui il legame di parentela tra il minore e il père d’intention è stato riconosciuto in diritto interno.

Il diritto al rispetto della vita privata del minore, ai sensi dell’art. 8 della Convenzione, prevede che il diritto interno offra la possibilità di riconoscimento di un legame di parentela tra tale figlio e la mère d’intention indicata nel certificato di nascita legalmente stabilito all’estero come madre legale; e quest’articolo non richiede che tale riconoscimento avvenga attraverso la trascrizione sui registri dello stato civile del certificato di nascita legalmente residente all’estero. Essa può essere effettuata per altre vie, quali: l’adozione del minore da parte della mère d’intention, a condizione che le modalità previste dal diritto interno garantiscono l’effettività e la sua rapida attuazione, conformemente all’interesse superiore del bambino». Una seconda pronuncia è anch’essa una novità. Si tratta di un ricorso per infrazione, anche esso formulato come quello previsto dal Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea ( art. 260). La Convenzione lo prevede all’articolo 46, primo paragrafo.

Lo ha subito l’Azerbaijan, condannata con sentenza del 29 maggio 2019, su richiesta del Comitato dei Ministri ( requete n. 15172/ 13). La Grande Chambre ha concluso che l’Azerbaijan è venuta meno alle sue obbligazioni di conformarsi alla Sentenza resa dalla Corte nel 2014 nella causa Mammadou. Il caso è eclatante perché si tratta della prima procedura in assoluto di infrazione deliberata dalla Corte, e la Corte per questo ha preso anche lo spunto per definire i propri poteri. Oltre a queste nuove e importanti pronunce, la Corte ha svolto la sua normale attività: ha pronunciato 884 sentenze e ha però respinto 33 480 ricorsi che sono stati dichiarati irricevibili. Fra gli altri, nel 2019 spiccano per il numero di ricorsi quelli contro la Federazione Russa, la Turchia e l’Ucraina. I numeri sono impietosi: al 31 dicembre 2019, la maggior parte dei casi pendenti concerneva la Federazione Russa ( 25,2%), seguita dalla Turchia ( 15,5%), l’Ucraina ( 14,8%), la Romania ( 13,2%), e purtroppo l’Italia ( 5,1%).

Nel 2019, si è anche intensificato il dialogo fra le Corti. Incontri sono stati organizzati. Si è sempre più intensificata la rete di scambio con le Corti superiori di 39 Paesi e, infine, è stato organizzato un incontro fra la Corte africana, quella sudamericana e l’europea in tema di diritti dell’uomo. Molti casi importanti degni di nota. Fra tutti, il caso Viola c/ Italia, in caso di ergastolo ostativo ed inoltre: nel 2019 la Grande Camera ha pronunciato quattordici sentenze. Essa ha definito gli obblighi che incombono agli Stati nei confronti della convenzione in materia di incidenti stradali ( Nicolae Virgiliu Tanase c. Roumanie), di controllo dei malati mentali ospedalizzati a rischio di suicidio ( Fernandes de Oliveira c. Portugal) e di trattamento terapeutico dei detenuti in istituto psichiatrico ( Rooman c. Belgique).

Essa si è pronunciata sul caso specifico delle indagini penali a dimensione transnazionale che comportano un obbligo di cooperazione tra Stati ( Güzelyurtlu et autres c. Chypre et Turquie). Per quanto riguarda i richiedenti asilo, la Grande Chambre ha sviluppato la giurisprudenza in due casi: il loro mantenimento in una zona di transito situata alla frontiera terrestre tra due Stati membri del Consiglio d’Europa seguita dalla loro espulsione verso uno Stato diverso dal loro paese d’origine ( Ilias et Ahmed c. Hongrie), o il loro trattenimento in una zona di transito aeroportuale ( Z. A. et autres c. Russie).

 

Commenti 7 Feb 2020 18:00 CET

Sì dell’Italia alla stretta dell’Ue sulle frodi ma la super giustizia europea è un azzardo

L’operazione da compiere dovrebbe poter ravvivare la fiducia dei cittadini e disincentivare le persone dal compiere attività illecite.

La sessione plenaria inaugurale del Parlamento europeo del 2020 si è chiusa, nel mese scorso a Strasburgo, con un focus sulla giustizia interessante ma anche meritevole di un’attenta riflessione. Tra i primi temi posti in agenda è apparsa infatti la questione di una lotta coordinata a livello comunitario alla criminalità, anche in relazione alle competenze della nuova super Procura della Ue. Non da oggi ci si pone in quest’ottica. Anzi, si può dire che questo aspetto sia tra quelli prioritari per portare avanti un’Unione che tuteli la sicurezza dei suoi cittadini. Da questo punto di vista, la parola chiave sembra proprio “coordinamento”. A offrirne conferma è anche una recente decisione del governo italòiano, che nel Consiglio dei ministri del 23 gennaio scorso ha approvato il decreto legislativo di attuazione di una direttiva Ue, la 2017/ 1371, con cui si impone un’ulteriore stretta penale sulle frodi che ledono gli interessi finanziari dell’Unione. È un ambito che sollecita strategie di contrasto così complesse da aver agito, negli anni scorsi, quale stimolo più efficace proprio per l’istituzione della ricordata super Procura della Ue.

Ma per comprendere quanto sia difficile trovare, nell’idea del “coordinamento”, l’equilibrio fra la necessaria autonomia delle giurisdizioni nazionali e le esigenze di integrazione, c’è da fare una distinzione importante tra quello che dicono i numeri e le possibili modalità di azione.

Veniamo dunque ai dati. Quelli riportati a metà gennaio, in apertura di discussione al Parlamento di Strasburgo, dal vicepresidente della Commissione europea, Maroš Šefcovic, non sono positivi: si stima infatti che, nel 2017, i gruppi criminali indagati siano stati circa 5.000, con un incremento del 150% rispetto al 2013. Un’informazione del genere, di per sé, non fa che surriscaldare gli animi ed espone inevitabilmente al rischio di cadere nella trappola securitaria, la cui ricetta è nota e spesso riproposta: più poteri alle forze dell’ordine, maggiori controlli, norme più restrittive. Questo significa anche minore libertà? Potrebbe. È dunque il caso di mantenere gli occhi aperti sulla risposta corretta da dare al problema: non è infatti riducendo le libertà della persona che si contrasterà meglio la criminalità organizzata. Ma anche questa considerazione è stata tra gli argomenti della plenaria di Strasburgo, fortunatamente.

L’operazione da compiere dovrebbe poter ravvivare la fiducia dei cittadini e disincentivare le persone dal compiere attività illecite. C’è bisogno di un più veloce scambio di informazioni? Certo. È necessario conoscere i vari contesti e fornire risposte adeguate e diversificate? Pure. Il rischio da evitare è però quello di un accentramento verso un approccio solo “europeo” che perda la bussola e che non consideri la specificità dei vari Paesi e dei vari casi trattati.

Uno dei metodi più adeguati fa riferimento al principio della proporzionalità dell’azione giudiziaria: a monte, l’Europa può svolgere la funzione di coordinatore, disponendo di maggiori informazioni per porre le basi di un approccio più condiviso. Accanto a questo sforzo, però, non si dovrebbero dimenticare gli aspetti della territorialità e della sensibilità ai contesti. Chi ha competenza a valutare se l’applicazione della pena abbia portato ad un cambiamento effettivo della personalità del detenuto? Probabilmente il magistrato che ha seguito la storia del soggetto potrà nel tempo valutare meglio l’evoluzione del caso; ciò acquista una particolare importanza, per esempio, in relazione alla questione del riconoscimento di permessi premio ai detenuti condannati all’ergastolo. Se in funzione stabilmente su un determinato territorio, il giudice potrà anche verificare se, nel tempo, l’azione dello Stato sia riuscita a reprimere una particolare forma di organizzazione criminale che vi si era insediata.

E infine: è noto che esistano forme differenti di criminalità organizzata, con particolarità legate ai luoghi di insediamento. L’Italia, in questo settore, può vantare un patrimonio di conoscenze dettagliate non di poco conto, da condividere con tutti gli Stati membri dell’Ue per poter predisporre un’azione efficace di contrasto. È bene quindi ricordare che accanto alle dichiarazioni d’intenti di un Parlamento che parla da un’unica sede per rappresentare l’intera Europa, ci sono le operazioni concrete messe in atto dalle istituzioni. E se è vero che uno Stato si regge su principi etici, quando questi trovano applicazione, la risposta deve poter essere quella più adeguata al caso specifico. A maggior ragione se si parla di lotta alla criminalità: per poter rieducare, bisogna riformare. E un approccio più europeo, ma solo europeo, non sembra la risposta migliore.

 

Commenti & Analisi 22 Jan 2020 14:47 CET

Il nazionalismo tricolore garibaldino di Craxi che criticava le regole Ue per avere più crescita

Dei finanziamenti illeciti e della parte di essi che affluiva al PSI, Craxi era naturalmente conscio, lo sapeva, lo rivendicava, non si nascondeva die…

Una moltitudine di “pellegrini” si è affollata ieri nel piccolo cimitero di Hammamet attorno all’umile tomba di Bettino Craxi. Speriamo che questo sia stato l’ultimo atto di quella “guerra civile” combattuta per due decenni intorno al fantasma – paradossalmente sempre vitale – di Craxi che non fa onore all’Italia e condanna coloro che vollero morisse in terra straniera, per quanto amata, perché non era alla loro altezza: consapevoli, ormai tutti o quasi, che è stato l’ultimo grande statista della seconda metà del Novecento.

E come tale in grado di suscitare “entusiasmi e risentimenti di portata emozionale da travalicare il dato della politica”, come scrive Andrea Spiri nel suo puntuale “promemoria” L’ultimo Craxi. Diari da Hammamet ( Baldini+ Castoldi). Lo scavo nei suoi pensieri, a cui Spiri – sine ira et studio – si è dedicato come un entomologo, ci riporta un frammento di storia italiana intessuto di forza morale che tuttavia non si rassegna ad un destino scritto da altri per lui, additato ingiustamente come capro espiatorio della Grande Corruzione. Vittima del giacobinismo italico, ben più straccione di quello della Rivoluzione dell’ 89, Craxi reagiva come poteva, ma non si sottraeva.

Dei finanziamenti illeciti e della parte di essi che affluiva al PSI, Craxi era naturalmente conscio, lo sapeva, lo rivendicava, non si nascondeva dietro il velo dell’ipocrisia. “La differenza è che Craxi le sue responsabilità materiali e morali se le è assunte senza ipocrisie e senza infingimenti, gli altri capi invece no. Ciò significa anche che Craxi – cui da un certo momento in poi non mancavano risultare anche ingenti – non ha mai perso l’anima per arricchire se stesso. Il denaro per lui è sempre rimasto un mezzo per fare politica, per incrementare tutte le attività di partito, le possibilità e le iniziative della sua politica interna e internazionale”, ricorda Claudio Martelli nella sua inappuntabile ricostruzione della storia di un leader, L’antipatico. Bettino Craxi e la Grande coalizione ( La nave di Teseo).

Il collaboratore più stretto, per anni, del segretario del partito, poi perdutosi nelle nebbie del post- craxismo, offre una chiave di lettura assai convincente. Comunque la si pensi, quale che sia stato il giudizio sull’uomo politico, sul governante, sullo statista, sul difensore dei diritti dei popoli, sul nazionalista – sì, proprio così – per quanti distinguo si possano fare intorno al suo “socialismo tricolore”, bisogna ammettere che Craxi ha interpretato la sua missione politica come una missione nella quale le ragioni del socialismo si coniugavano – o dovevano coniugarsi – con quelle della nazione.

Era antipatico, sostiene Martelli, perché quel che diceva e pensava e sentiva e amava non lo lasciava decantare su qualche davanzale del progressismo sul quale quale si celebravano i fasti di una borghesia ingorda e bugiarda, per nulla interessata al Paese reale, ma dedita a tutelare i centri affaristici. E quell’antipatia “costruita” dai grandi editorialisti e dagli imprenditori che flirtavano con la Dc, il Pci, spezzoni di pentapartiti e poteri fuori controllo venne rilanciata nel Paese fin dal quando nel 1976 assunse la segreteria, al culmine della stagione piò orrenda politicamente, della vita del PSI nel dopoguerra. Insomma, era antipatico perché nel tempo del crollo delle ideologie rivendicava il primato della politica, mentre quasi tutti gli altri partiti erano sottomessi alle logiche della finanza e della pervasività mass- mediale.

E poi perfino il nazionalismo non poteva farlo amare da chi venerava il capitale un po’ vergognandosene pubblicamente, molto incensandolo nei circoli che contavano. Se asseriva: “io sono nazionalista”, aggiungeva anche “Come Mazzini, come Garibaldi”. E cresceva in lui – scrive Martelli – “l’insofferenza politica per la doppia subalternità italiana: quella dei governi al superpotente alleato americano e quella dell’opposizione comuni- sta all’egemonismo sovietico”.

Insomma, “Il socialismo tricolore di Craxi non esprimeva solo la volontà di superare la storica frattura tra socialismo e nazione. Era – è – una forma di nazionalismo originale e temperato che vede nelle nazioni e negli stati nazionali le fondamenta dell’ordine internazionale moderno. Quest’ordine deve essere organizzato nella pace e nella solidarietà, perseguito col metodo del negoziato e il primato della politica che possono scongiurare o arginare il ricorso alla forza. La pace e la solidarietà rigettano la guerra, ma non possono escludere la lotta armata quando una nazione è minacciata nella sua indipendenza.”

Fedele a questa tendenza, nell’ottobre del 1985, a Sigonella sfidò gli Stati Uniti ordinando ai carabinieri di circondare gli uomini della Delta Force che volevano catturare e portare in America i terroristi sequestratori dell’Achille Lauro. Disse Craxi: “Io contesto all’OLP la lotta armata e il terrorismo non perché ritenga che non ne abbia diritto, ma perché faranno solo vittime innocenti, ma non risolveranno il problema palestinese.”

La Grande Riforma al cui centro vi era l’elezione diretta del presidente della Repubblica, un decisore democratico al vertice dello Stato. Nonostante la sua convinzione, comunque, Craxi si volse ad altro, come l’abolizione del voto segreto in Parlamento, e non ingaggiò mai una vera e propria battaglia per porre all’ordine del giorno la Grande Riforma sulla quale anche la Destra avrebbe fatto convergere il suo interesse che, storicamente, era o primario rispetto a quello socialista. Un’occasione perduta.

Non perse però l’occasione per criticare, prima che altri se ne accorgessero, la costruzione dell’Unione europea che oggi lo riporta al centro di una riflessione che lui innescò con grande lungimiranza. Secondo Craxi, per come ricorda Martelli “ nell’interesse della nazione, il governo deve rinegoziare Maastricht per ottenere non qualche sconto sui parametri, ma anche che le misure per la crescita economica e per il progresso sociale abbiano la stessa priorità di quelle per il mercato, la concorrenza, la competitività. Craxi è preoccupato perché vede prevalere in Europa una strategia mercatista che piace ai gruppi egemoni e agli strati sociali più garantiti, ma che può dispiacere e fare molto male a chi vive modestamente del proprio lavoro”. Appunti di una storia. Una storia, che vive paradossalmente nel simbolo racchiuso Hammamet, di fronte al Mediterraneo.

 

Commenti 21 Jan 2020 12:31 CET

Dal Green Deal i fondi Ue per l’ambiente, ma l’importante sarà il saper spendere

Caro Direttore La cifra consistente di cento miliardi all’anno per dieci anni stanziata per il Green Deal Europeo rischia di essere insufficiente rispetto agli obiettivi che lo stesso piano si è dato.

L’azione della Commissione UE sul Green Deal è necessaria e condivisa, in tutti i suoi aspetti, nei riguardi dell’ambiente in senso lato, per la battaglia contro i cambiamenti climatici, così come la spinta verso l’economia circolare, il risanamento delle aree inquinate, la de – carbonizzazione dei processi produttivi e dell’economia, la promozione di energia da fonti rinnovabili.

E’ la prima volta che la Commissione prende un’iniziativa così imponente: dopo la Brexit e visti i continui mal di pancia di diversi stati sul bilancio europeo non era per niente scontato.

Per il sindacato europeo e per la Cisl è stata certamente una vittoria la creazione del Fondo per la giusta transizione, con risorse ulteriori rispetto a quelle esistenti in altri fondi. Va evitata però una guerra fra poveri sulla sua distribuzione.

Ora inizia una fase molto difficile, che è quella delle trattative fra gli stati per la divisione delle risorse. Sarebbe importante che la distribuzione non diventi una sorta di mercimonio, né un do ut des. Se l’unico arbitro rispetto alla distribuzione delle risorse fosse la Commissione probabilmente avremo maggiori probabilità che l’accordo sia frutto di valutazioni più ponderate e meno di scontri tra gli stati per accaparrarsi i soldi. Una volta decise le risorse che arriveranno, come le spendiamo? Le cose che si faranno, saranno di qualità?

Questo dovrebbe diventare il punto nodale del nostro impegno. In Italia spesso il problema non sono le risorse, ma la qualità del loro utilizzo. È inutile chiedere sempre più risorse se poi non siamo in grado di spenderle o le spendiamo male, diventa controproducente. Ma un cattivo uso delle risorse, non solo per la patologica corruzione, ma anche per la qualità finale del manufatto o del progetto, comporta anche una cattiva immagine della Unione Europea, oltre che del nostro apparato amministrativo, anche se per quest’ultimo abbiamo una certa abitudine.

Per fare cose di qualità occorre avere idee e progetti qualitativamente elevati, bisogna fare in modo che siano coinvolti i territori sulla base di obiettivi chiari. Se aggiungiamo soldi al risanamento della ex Ilva, come forse sarà possibile, ma continuiamo a gestire la vicenda come lo abbiamo fatto finora, fra alcuni anni ci ritroveremo allo stesso punto. Lo stesso si può dire per i fondi europei, di cui periodicamente ne perdiamo una parte per mancanza di progetti o per lungaggini burocratiche. Bisogna saper coniugare le necessarie quantità con la più alta qualità possibile. Forse è di nuovo giunto il momento di mettere in pratica quelle capacità organizzative che spesso sbandieriamo ma che alla prova dei fatti non sempre le dimostriamo realmente.

Per il nostro Paese il tema della qualità della nostra spesa è quindi molto più centrale della quantità. Su questo occorre porre la massima attenzione e l’impegno affinché sia possibile elevare il livello progettuale e procedurale per realizzare quanto possibile con il Green Deal. Le cose da fare son tantissime e non siamo qui a fare la lista della spesa, bensì vorremmo definire insieme le priorità perché la necessaria transizione sia anche giusta e non lasci nessuno indietro. È importante quindi investire sulle nuove tecnologie, per velocizzare la decarbonizzazione e migliorare la competitività del nostro sistema produttivo, insieme e contemporaneamente alla riqualificazione dei lavoratori, le cui competenze vanno costantemente aggiornate.

Per i giovani occorre soprattutto creare percorsi formativi in grado di rispondere agli skill che nuovi modelli economici, a cominciare dall’economia circolare, richiederanno.

* Segretario Confederale Cisl Responsabile Politiche Ambiente e Sicurezza

 

Editoriale del Direttore 20 Dec 2019 12:10 CET

L’uso politico dei migranti

Chiudendo i porti, il Capitano leghista ha costretto le centinaia di disperati raccolti dalle Ong a restare confinati nelle imbarcazioni mentre ingagg…

Per mesi, dalla nascita del governo gialloverde fino alla crisi dell’agosto scorso, il pugno duro di Matteo Salvini sull’immigrazione ha garantito all’ex vicepremier consensi e leadership su un terreno delicatissimo. Chiudendo i porti, il Capitano leghista ha costretto le centinaia di disperati raccolti dalle Ong a restare confinati nelle imbarcazioni mentre ingaggiava un braccio di ferro con la Ue e succhiava voti agli alleati Cinquestelle. Una strategia vincente al punto da rovesciare i rapporti di forza sanciti dalle urne politiche e vincere alla grande le Europee, costringendo Di Maio a difenderlo in Parlamento contro le richieste di messa in stato d’accusa e infine intestandosi il via libera di due decreti “di sicurezza” tranquillamente votati dai grillini, sui quali perfino il Colle ha dovuto chiedere chiarimenti e che il Pd voleva fossero abrogati un attimo dopo il varo del nuovo governo giallorosso. Le norme sono ancora lì, pienamente in vigore.

Adesso – si potrebbe dire d’improvviso ma sarebbe ipocrita il quadro si è rovesciato. L’arma politica più micidiale del Capitano è denegata e si ritorce contro di lui. L’M5S – e con loro il premier che invece sulla Diciotti non aveva esitato a schierarsi – non solo non lo difende più ma su una vicenda praticamente uguale, la nave Gregoretti, è pronta a votare per mandarlo sotto processo. Mentre la Sea Watch della comandante Carola, sequestrata un attimo dopo aver toccato terra dopo un durissimo scontro sempre con Salvini, è di nuovo libera di solcare il mare.

Che cosa è successo? E’ ovviamente cambiato il quadro politico e ( soprattutto) di governo. Ma la domanda di fondo è se sia anche mutato l’atteggiamento degli italiani verso i migranti che il capo leghista, a modo suo, aveva intercettato facendone, appunto, la sua smoking gun. In attesa di risposta ( e di voti in giunta del Senato), il riflesso più condizionato e più sbagliato sarebbe di lasciar fare alla magistratura il lavoro sporco e attendere catarticamente lo scalpo dell’ex vicepremier. Proprio la parabola salviniana dimostra che il tema migranti abbisogna di una attenta e coordinata gestione politica, indipendentemente dagli eventuali atti giudiziari che attengono alla autonomia dei magistrati. Giocare sulla pelle dei più deboli è deleterio. Sia quando porta voti, sia quando affloscia le bandiere del consenso.