Commenti & Analisi 17 Mar 2020 17:59 CET

Mattarella, i poteri e la moral suasion. Così il presidente è vicino agli italiani

È il rappresentante dell’unità nazionale e dispone non solo dei poteri espliciti che sono previsti dall’art. 87 della Costituzione, ma anche di …

Non sarà chi dispone dello stato di eccezione di schmittiana memoria perché i padri costituenti vollero respingere ogni tentazione autoritaria, ma c’è.

È il rappresentante dell’unità nazionale e dispone non solo dei poteri espliciti che sono previsti dall’art. 87 della Costituzione, ma anche di tutti quei poteri impliciti e di “moral suasion” che sono descritti dalla sentenza n. 1 del 2013 della Corte costituzionale.

Ed è un catalogo ancora aperto, all’interno del quale, in una situazione ove è in gioco la stessa sopravvivenza della Repubblica italiana come entità politica ed economica, il potere estero del Capo dello Stato viene ad assumere tutta l’ampiezza occorrente per la difesa della Repubblica.

Ma come si manifesta questo potere?

Anche e soprattutto in modo non formale, quando sia necessario per difendere la collettività nazionale.

L’esempio lo abbiamo avuto sotto gli occhi. È il comunicato della Presidenza della Repubblica di giovedì scorso in risposta alla intervista della Presidentessa della BCE che ha fatto crollare i mercati finanziari. E non solo. Mai come in questa situazione gli italiani hanno capito che, confermando le parole dette al momento della elezione, il Capo dello Stato è accanto a loro.

È uno di loro e l’articolo 87 della Costituzione non è fatto solo di parole, ma abbiamo l’immagine vivente del garante dell’equilibrio costituzionale descritto dalla Costituzione.

 

Decisioni tempestive per aiutare le famiglie: su scuola e aiuti non si può perdere tempo

Terzo giorno di lezioni sospese nelle scuole italiane. Terzo giorno senza misure ad hoc per venire incontro alle esigenze di milioni genitori italiani, che, immagino, si siano trovate nella stessa situazione di mia moglie mercoledì pomeriggio: c’era da spiegare a nostra figlia perché sarebbe rimasta a casa per 10 giorni senza andare in classe e, contemporaneamente, districarsi smartphone sempre connesso e televisione accesa tra il rincorrersi di annunci e smentite che arrivavano da Roma, cercando anche di capire come conciliare il nostro lavoro con la chiusura della scuola e del nido dei bambini.

E, così, mentre i genitori devono industriarsi per trovare soluzioni adeguate alla decisione presa dal governo mercoledì scorso, dallo stesso esecutivo si susseguono voci, dichiarazioni, agenzie su ipotesi di misure, progetti allo studio, proposte sul punto di essere presentate. Una diacronia tra provvedimenti immediatamente esecutivi e interventi annunciati che rischia di creare un cortocircuito decisamente delicato per gli italiani tra corsa alla baby- sitter, permessi non retribuiti, ferie richieste in tempo di record o convocazione d’urgenza dei nonni, col rischio, peraltro, di esporre la categoria più sensibile al Corona Virus al contatto diretto con i bambini.

Come ha ammonito il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, questo non è il momento di polemiche strumentali, ma della collaborazione, dell’unità e della fiducia per vincere tutti insieme la sfida dell’epidemia e, quindi, è giusto sottolineare che, in una fase tanto eccezionale quanto delicata, non ci sono ricette perfette o strade facilmente percorribili. Per questo le famiglie italiane – pur dovendo far i conti con non poche difficoltà, peraltro accompagnate dalla preoccupazione per la diffusione di Covid- 19 – sono in paziente e fiduciosa attesa di quel pacchetto di misure che renderebbe più facile la quotidianità nella stagione, speriamo breve, delle scuole chiuse per il Corona Virus. Una pazienza e una fiducia delle quali, però, la politica non deve abusare. A questa apertura di credito occorre dare risposte in tempi più rapidi possibili. Attendere troppo metterebbe in drammatica difficoltà milioni di famiglie e getterebbe nuovo discredito sulla politica. Serviranno misure che, inevitabilmente, avranno un peso economico rilevante e un impatto anche sui nostri conti pubblici, ma non è questo il momento di vivere nell’ossessione del rigore. La stessa Unione Europea, come ha avuto modo di sottolineare il commissario all’Economia, Paolo Gentiloni, è pronta a guardare oltre l’austerity e si è mostrata disponibile a concedere quei margini di flessibilità prevista in caso di eventi eccezionali.

Le proposte non mancano: reintroduzione del voucher baby- sitter ( cancellato dall’ultima legge di Bilancio), congedo parentale per uno dei genitori, ampliamento dello smart working e misure adeguate ai lavoratori autonomi. È nella capacità di dare risposte ai cittadini in fasi così delicate che governo e forze politiche di maggioranza e opposizione devono dar seguito a quella responsabilità che tante volte invocano strumentalmente. E responsabilità servirà da qui alla fine della prossima settimana quando si avvicinerà la fine della sospensione delle lezioni decisa quattro giorni fa. Sarebbe intollerabile assistere al brutto spettacolo di mercoledì scorso tra indiscrezioni fatte filtrare alla bisogna, smentite ufficiali a favore di telecamera e provvedimenti varati nel tardo pomeriggio. La decisione, quale che essa sia, dovrà essere annunciata in tempi adeguati all’organizzazione familiare e dovrà, inoltre, essere accompagnata – senza ulteriori ritardi – da un pacchetto di interventi economici e di sostegno ai genitori capaci di coprire totalmente l’eventuale nuovo periodo di sospensione dell’attività didattica. Quante possibilità ha questo auspicio di diventare realtà? A guardare il balletto di indiscrezioni che da 48 ore rimbalzano sui quotidiani – “si torna a scuola il 3 maggio” o “tutti in classe dopo Pasqua”, solo per citare le date più gettonate – non molte. Ma, con fiducia, senza ansia e con quello di spirito di collaborazione richiamato dal presidente Mattarella aspettiamo. Responsabilmente, sperando che la politica sappia decidere con altrettanto rispetto per le parole del Quirinale.

 

Commenti 31 Jan 2020 19:30 CET

A chi giova un Colle isolato

Il decreto Salvini bis è adesso disapplicato il più delle volte. Un caso di tacita abrogazione non inusuale in Italia, paese del diritto. E del rove…

L’8 agosto 2019 il presidente Sergio Mattarella promulga la legge di conversione del cosiddetto decreto bis in materia di ordine e sicurezza pubblica. Contestualmente invia una letterina ai presidenti del Senato, della Camera e del Consiglio nella quale segnala «due profili che suscitano rilevanti perplessità». Per cominciare, questo decreto interviene «a breve distanza di tempo» dal precedente. Quasi a significare che una sicurezza a… rate non è una tecnica di buon governo. E poi Mattarella viene al nocciolo delle questioni. Tiene a sottolineare che non c’è proporzionalità tra sanzioni e comportamenti.

E che la modifica dell’articolo 131 bis del Codice penale rende inapplicabile la causa di non punibilità per la «particolare tenuità del fatto» alle ipotesi di resistenza, violenza e minaccia a pubblico ufficiale.

Come ci sono parti legislativi deliberati dal Consiglio dei ministri “con riserva”, così ci sono promulgazioni del capo dello Stato “con osservazioni”. Un modus operandi non solo di Mattarella ma anche di qualche suo predecessore. E a ragion veduta. Perché, a meno di evidenti violazioni della Costituzione, se viene rinviata alle Camere una legge di conversione in zona Cesarini, addio decreto legge. E siccome questi benedetti decreti dovrebbero avere i requisiti della straordinaria necessità e urgenza, una loro bocciatura per mancata conversione nel termine di sessanta giorni sarebbe un bel guaio. E poco importa se i rilievi del Quirinale non riguardano il decreto ma emendamenti approvati dalla maggioranza in sede di conversione. Ogni volta che Mattarella sussurra alle orecchie dei governanti o, temendo una loro sordità, prende carta e penna, sa quel che dice. Si ricorderà delle sue lezioni agli studenti di diritto parlamentare durante le quali magnificava “La Costituzione inglese” del poliedrico Walter Bagehot. Banchiere, saggista, scienziato politico, direttore ed editorialista di The Economist.

Un libro che fotografa come meglio non si potrebbe le istituzioni britanniche ai tempi della regina Vittoria. E, per qualche verso, attuale anche ai giorni nostri.

Basti citare queste parole adattabili al nostro inquilino del Quirinale: «Il sovrano, in una monarchia costituzionale come la nostra, ha tre diritti: essere consultato, incoraggiare e mettere in guardia». E poi chissà quante volte nelle sue lezioni universitarie avrà citato la relazione del presidente della commissione dei Settantacinque Meuccio Ruini al progetto di Costituzione della Repubblica italiana presentato il 6 febbraio 1947. Ecco le parole di Ruini a proposito del capo dello Stato: «Nel nostro progetto, il Presidente della Repubblica non è l’evanescente personaggio, il motivo di pura decorazione, il maestro di cerimonie che si volle vedere in altre costituzioni». No: «Egli rappresenta ed impersona l’unità e la continuità nazionale, la forza permanente dello Stato al di sopra delle mutevoli maggioranze. E’ il grande consigliere, il magistrato di persuasione e di influenza, il coordinatore di attività, il capo spirituale, più ancora che temporale, della Repubblica» .

Fatto sta che tutto è a posto e nulla in ordine. Perché sono passati sei mesi dal monito del Colle e nessuno s’è fatto parte diligente. Strano, molto strano. A onor del vero, quando Mattarella vide per la prima volta Conte, pensò al neorealismo nella cinematografia del dopoguerra, quando gli attori non erano dei professionisti ma gente presa dalla strada. Nel caso di Conte, dalla cosiddetta società civile. Certo, il presidente del Consiglio pro tempore cambia d’abito neppure fosse un redivivo Fregoli.

E, nella parte di Zelig, è perfetto. Perché sta di qua e di là con la stessa disinvoltura. Eppure il Colle l’ha preso a benvolere. Perché ha fatto un corso regolare di studi, il che non è da tutti al giorno d’oggi. Perché, cattedratico, è – diciamo – un collega. Perché gli dà ascolto per il semplice motivo che gli conviene. Stavolta tuttavia, e forse per la prima volta, Conte ha fatto orecchie da mercante. Ma ha un alibi di ferro. Fateci caso, adesso che la maggioranza è cambiata, il “decreto Salvini” è puramente e semplicemente disapplicato il più delle volte. Un caso di abrogazione tacita non inusuale nel Belpaese, patria del diritto e del rovescio.

Insomma, ancora una volta siamo alle gride di manzoniana memoria. E allora che bisogno c’è di dare ascolto a Mattarella dal momento che il decreto sicurezza bis dà l’impressione di essere passato in toto a miglior vita? Diciamocela tutta: questo modo di fare – o meglio di non fare – all’italiana, cioè alla carlona, non fa una grinza.

 

Editoriale del Direttore 30 Jan 2020 07:30 CET

La verifica per dire chi comanda

Il vertice di oggi tra il presiedente del Consiglio e i capigruppo di maggioranza, se confermato, sarà forse la più singolare – per alcuni addirittu…

Il vertice di oggi tra il presiedente del Consiglio e i capigruppo di maggioranza, se confermato, sarà forse la più singolare – per alcuni addirittura surreale – verifica degli ultimi tempi. Intanto per il termine stesso usato: prima sbandierato, poi rinnegato (troppo lessico Prima repubblica…) e infine accolto con un misto di rassegnazione e noncuranza. E poi per i contenuti dell’incontro. I quali sono tanti e corposi ma – ecco il punto – trascurati fino a diventare impalpabili come incorporei ed inafferrabili ectoplasmi. Questo perché il vero oggetto del confronto è tutto e squisitamente politico. Si tratta infatti di stabilire chi tra il Pd, ringalluzzito vincitore dell’ultima tornata amministrativa ma numerico junior partner; e l’M5S, perdente per antonomasia ma detentore del 33 per cento dei seggi parlamentari, debba – come si diceva un volta – dettare la linea. Più brutalmente: chi deve comandare e fino a che punto.

La questione, di per sè esplosiva, è resa ancora più urticante da un singolare elemento di paradossalità. Se infatti fino a poche settimane fa il Nazareno (e la sua leadership) era accusato di essere eccessivamente “grillinizzato”, pedissequo esecutore di direttive pentastellate; ora l’immagine si è rovesciata ed è il MoVimento che si spacca perché troppo “pidinizzato” e a rimorchio del partner di governo. Ricomprendendo nell’intemerata anche Giuseppe Conte. Il quale, a rigore dovrebbe essere l’elemento di equilibrio e invece finisce nel mischione delle polemiche. Che tipo di “Fase 2” possa emergere, che profilo di cronoprogramma, sorretto da quali provvedimenti, possa scaturire da una tale reciproca sospettosità, è difficile comprendere. Eppure non c’è alternativa: la minestra governativa è questa e gli ingredienti non sono destinati a mutare.

Con una postilla. L’esecutivo che ha fatto del rinvio una delle modalità d’azione più gettonate, forse può allungare la lista con uno particolarmente significativo: posticipare di un paio di anni, come richiesto dal presidente del Cnf, la cancellazione della prescrizione. Per riparlarne una volta eletto il successore di Mattarella.

Uncategorized 5 Jan 2020 17:51 CET

La credibilità dispersa tra le false verità della politica

L’ANALISI

Nella lista dei buoni propositi per il 2020, siamo ancora in tempo per inserire una parola che suona a suo modo “rivoluzionaria”: credibilita`. Vale per tutti, tanto piu` in politica. Abbiamo un bisogno estremo di recuperare senso alle parole dette, di essere governati non solo da persone “responsabili”, come ha detto Mattarella. La credibilità perduta della politica, come se l’elettore si bevesse tutto e il contrario

Nella lista dei buoni propositi per il 2020, siamo ancora in tempo per inserire una parola che suona a suo modo “rivoluzionaria”: credibilita`. Vale per tutti, tanto piu` in politica. Abbiamo un bisogno estremo di recuperare senso alle parole dette, di essere governati non solo da persone “responsabili”, come ha detto il presidente Mattarella, ma anche da persone credibili, che sappiano cioe` di che cosa parlano e che dicano solo cose che siano poi in grado di mantenere. Tanto piu` ne abbiamo bisogno ora che le ultime gesta di Trump sembrano incendiare il mondo. Chiediamoci, per esempio: siamo in buone mani, in questo momento, con Di Maio al timone della politica estera?

Il leader dei Cinque Stelle, massacrato da molti dei suoi dopo l’abbraccio con il Pd, ha dichiarato, nel suo primo discorso dalla Farnesina: ” La politica estera e` una componente essenziale dell’azione di questo governo”.

Esperienza zero, ottimi propositi. Di Maio puo` mantenere la promessa di occuparsene a tempo pieno, mentre frotte di grillini affluiscono al Gruppo Misto? Vedremo. Intanto, di sicuro, rimane agli atti che il suo impegno piu` solenne non e` stato mantenuto: “Abbiamo abolito la poverta`!”. Ve lo ricordate? Era il 28 settembre 2018 quando Giggino apparve raggiante al balcone di palazzo Chigi per annunciare che, con il reddito di cittadinanza, la poverta` era roba del passato. Imbarazzante, azzardato, soprattutto non vero, impossibile.

Ecco, per il 2020, sarebbe bello se nessuno, di nessun partito, raccontasse agli italiani le fiabe. Onesta`! Onesta`! Ma anche: Credibilita`! Credibilita`! Perche ´ dire No Tav, no Tap, perche ´ giurare sul vincolo dei due mandati, sul no all’immunita` parlamentare, per poi smentirsi allegramente, alla prima complessita` inevitabile? Il caso Ilva e` chiuso o non e` chiuso, l’Alitalia si salvera` o sara` travolta dai debiti, le banche che investono male e imprestano soldi ai non solventi vanno salvate o affogate? Non si puo` dire tutto e il contrario di tutto. In politica e` ammesso, e quasi fisiologico, un tasso di finzione per far sognare. Ma la piega di questo 2019 ( a proposito Conte aveva promesso: “Sara` un anno bellissimo”) assomiglia ad una deriva. Valanga di bugie, di smentite, di furbate. La politica si e` convinta che all’elettore si puo` raccontare ogni cosa tanto l’uomo comune si beve tutto pur di non fare i conti con la realta`. I pastori sardi stanno ancora aspettando l’aumento del prezzo del latte promesso da Matteo Salvini, il Capitano dei porti chiusi con il filo spinato che, in realtà, sono attualmente aperti. Difficile non accorgersi anche del cambio di passo dell’attuale capo del governo. In una recente intervista Conte ha detto che, comunque vada, continuerà a far politica. Esattamente due anni fa era di parere opposto: “Quando non sarò più presidente, mi dedicherò al diritto penale, tornerò a fare l’avvocato e ad occuparmi dei trafficanti di esseri umani”. Perfetta sintonia con Matteo Renzi, sponsor maximo del “mai con i Cinque Stelle al governo” e ora partner dell’esecutivo. Ricordate la sua dichiarazione scolpita nella pietra alla vigilia della batosta referendaria? Eccola: “Se io perdo, non è che vado a casa, smetto proprio di far politica”. Si può sempre cambiar idea, per carità. Però non si può pretendere che la gente perda la memoria. Perciò sarebbe bellissimo ( come direbbe, se fosse vivo, quel galantuomo di Tommaso Padoa Schioppa ) se l’anno nuovo portasse in politica parole di verità. Senza drammatizzare, senza creare allarmismi, ma senza indicare nemmeno improbabili orizzonti di gloria, la fine dei problemi, felicità e soldi per tutti. Tanto, prima o poi, la verità in politica, come nelle aule di giustizia, viene a galla. Credibilità, credibilità, per favore.

 

Commenti 3 Jan 2020 12:23 CET

Un presidente di tutti con un programma scritto sulla nostra Carta…

Peccato che Mattarella non sia esportabile in politica: gli faremmo tutti torto a pensarlo ed anche solo a dirlo, e dunque taciamo.

Una cosa buona del 2020? Il consenso quasi unanime ( il “quasi” registra il commento di Salvini e dei suoi caudatari, ovviamente) alle parole di Mattarella nel suo messaggio agli italiani. In quel discorso non c’è stato solo il buon senso protocollare- che comunque appare rivoluzionario in questo tempo pericolosamente insensato- ma anche molto contenuto e grumi di speranza ritrovata. Nella follia cieca di una politica che taglia un tot al kilo grappoli di parlamentari perché così pensa di lavare la sua anima torva di fronte al popolo sovrano che la politica medesima continua a immaginare come un bue, un’esperienza come quella di Mattarella non troverebbe più posto.

Nella iconoclastia inconsapevole della politica prêt- à- porter, non passa a nessuno per un solo momento nella testa che, per avere un Presidente della Repubblica così, super partes, i padri della Patria fabbricarono una Costituzione con regole stringenti, che chiamavano in causa maggioranze larghissime per eleggere il Presidente di tutti. Dunque non il “Presidente di una maggioranza”, cosa che l’inquilino del Quirinale rischia di diventare oggi dopo la “cura” della riforma costituzionale con cui si tagliano via 345 parlamentari e si induce, in concreto, un forte effetto maggioritario nella rappresentanza. Ma torniamo al Capo dello Stato in carica.

Il suo personale consenso non è solo legato al placement istituzionale, che indubbiamente lo avvantaggia nel rapporto con i media, ma trova un punto di forza nei contenuti, che non tradiscono mai la sua origine culturale e la sua sensibilità di costituzionalista. Mattarella è colui che sorveglia la regola costituzionale: l’hanno fatto prima di lui con diseguali livelli di coinvolgimento i suoi predecessori, ma pochi sono stati capaci di praticare un così naturale rapporto tra dettato e prassi costituzionale, qualcuno direbbe mediato dalla cultura dossettiana, il costituente democristiano che diede, con Moro, un contributo alla nuova Costruzione, e in particolare alla norma- principio dell’art. 3. In realtà chi pensa questo trascura di considerare che tutta la Carta è imbevuta di cultura cattolico- democratica, liberale e di idealità socialiste.

Per cui, la Costituzione “ viva” non può che essere debitrice a questi grandi filoni. Sergio Mattarella dunque interpreta il suo ruolo nella più alta magistratura della Repubblica in modo naturalmente ortodosso ma aggiungendovi i tratti personali di un sentimento di umana solidarietà assai sincero, di un’afflato pedagogico, di una mancanza di complicatezze nel rapporto con la gente che però non concede un millimetro al becerissimo andazzo della pervasività comunicazionale ( che diventa essa stessa esempio di volgarità politica). Insomma: persona seria e affidabile. L’ultima istanza cui ricorrere quando tutto il resto si è consumato.

Peccato che Mattarella non sia esportabile in politica: gli faremmo tutti torto a pensarlo ed anche solo a dirlo, e dunque taciamo. Ma se il Capo dello Stato è necessario che resti, per il bene di tutti, a fare il suo mestiere, il contenuto del suo pensiero può, invece, essere condiviso e diventare programma e prassi. Che poi, a ben vedere, si tratterebbe di programmi e prassi tratti dalla Costituzione. E allora pensiamoci bene. E se qualcuno ci tira la giacca per farci fare cose che non ci vanno, rispondiamo come Papa Francesco: reagiamo. Lui è Papa ed ha sentito il bisogno di scusarsi. Noi no.