Commenti 1 Mar 2020 09:00 CET

Ecco la normalità dei 5Stelle: norme retroattive, manette e prescrizione bloccata

I Trojan sono solo l’ultima trovata contro lo stato di diritto

È apprezzabile quanto meno la schiettezza con la quale la presidente grillina della Commissione Giustizia della Camera, Francesca Businarolo, ha voluto difendere e spiegare il controverso provvedimento sulle intercettazioni. Il cui cammino parlamentare, sino a qualche settimana fa di incerto epilogo per le forti resistenze dell’opposizione e le divisioni createsi nella maggiorana giallorossa, è stato in qualche modo sbloccato anch’esso, come quello delle cosiddette mille proroghe, dal mezzo disarmo politico provocato dalla diffusione della forma di polmonite importata dalla Cina.

In particolare, l’onorevole Businarolo, quasi con voce dal sen fuggita, ha spiegato ai lettori del Dubbio che l’equiparazione dei reati contro la pubblica amministrazione a quelli di mafia e di terrorismo, con la conseguente applicazione dell’assai invasivo metodo Trojan nelle intercettazioni, deriva dalla specialità dell’Italia. Che non è per niente un paese “normale” per la diffusione che ha nei suoi confini il fenomeno della corruzione, reale o percepito che sia. Questa almeno è l’opinione fattasi dell’Italia dai grillini, che in forza dei voti, dei seggi parlamentari e delle alleanze politiche realizzate in meno di due anni di questa legislatura uscita dalle urne del 4 marzo 2018, sono riusciti ad imporla sul piano legislativo. E ciò, peraltro, nel momento non della loro maggiore forza ma della loro maggiore debolezza, vista la crisi interna al loro movimento, guidato da un reggente – Vito Crimi- dopo le dimissioni di Luigi Di Maio da capo.

Della crisi del Movimento 5 Stelle sono espressioni di una evidenza disarmante anche il defilamento del fondatore, garante, “elevato” e quant’altro Beppe Grillo, preso dalle sue dichiarate apnee notturne; il rinvio a tempo sostanzialmente indeterminato dei cosiddetti Stati Generali, indetti originariamente ai fini di un chiarimento per metà marzo; le sconfitta accumulate in tutte le elezioni, di vario livello, seguite a quelle del 2018 e infine quel misero, anzi miserrimo 9,52 per cento di affluenza alle urne cui hanno concorso domenica scorsa nelle elezioni suppletive a Napoli per la sostituzione di un loro senatore defunto. Il cui seggio è andato alla fine al terrestre, diciamo così, Sandro Ruotolo col 48 per cento di quel 9,52 di votanti contro il 23,3, sempre di quel 9,52, del candidato a 5 stelle Luigi Napolitano.

Secondo un sondaggio Swg ancora fresco di stampa quel che resta della militanza e dell’elettorato grillino pone le sue maggiori speranze, per cercare di uscire dalla crisi d’identità e di ogni altro tipo sopraggiunta alla vittoria elettorale di due anni fa, in Alessandro Di Battista. Che anche per questo forse sta tornando dall’Iran, dove si era avventurato per vacanza e studio, in groppa al 36 per cento delle simpatie attribuitegli, fra i grillini, contro il 26 per cento dell’ex capo ma pur sempre ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Agli altri restano le briciole: il 9 per cento al pur presidente della Camera Roberto Fico, contestato nella sua Napoli quando ha proposto come strategico il rapporto col Pd, il 6 per cento alla vice presidente del Senato Paola Taverna, che non nasconde di certo la sua ambizione o “disponibilità” a scalare il movimento, il 5 per cento alla sindaca di Torino Chiara Appendino e l’ 1 per cento appena al reggente Crimi.

Di Battista, Dibba per gli amici, non la pensa di certo diversamente dall’onorevole Businarolo sulla specialità, diciamo così, dell’Italia. Che, non essendo un paese “normale”, meriterebbe leggi e trattamenti speciali non per diventare finalmente normale, evidentemente, ma per diventarlo sempre meno, in un inseguimento del paradosso che fa drizzare i capelli, almeno a chi li ha.

La normalità targata 5 Stelle è quella delle leggi penali retroattive, e delle proteste contro la Corte Costituzionale quando si permette di censurarle. E’ quella della prescrizione bloccata, cioè eliminata, con l’epilogo del primo dei tre gradi di giudizio, in modo che per gli altri due i processi possono durare quanto l’ergastolo. E’ quella dei diritti acquisiti bollati per principio come privilegi da ghigliottinare, magari in attesa di riservare la stessa sorte alle persone che ne hanno potuto beneficiare, in una riedizione della Rivoluzione francese del 1789, con gli spettacoli del patibolo in piazza. E’ quella degli organi giurisdizionali, come quelli per la cosiddetta autodichia parlamentare, validi solo se emettono verdetti di un certo tipo, gradito alle 5 Stelle. Altrimenti diventano organi odiosi di casta, da abolire o ricomporre daccapo facendo dimettere chi ne fa parte, com’è accaduto praticamente al Senato per la commissione chiamata a pronunciarsi sulla riduzione dei cosiddetti vitalizi, anche a novantenni con un piede già nella fossa e l’altro già senza scarpa. Mi chiedo, a questo punto, se non ha ragione Andrea Marcenaro a scrivere sul Foglio, nella sua rubrichetta di prima pagina che ne porta un pò il nome, se “questo nostro trojan di Paese”, per niente normale come dice la Businarolo, non sia “in quarantena minimo dal 1992”, col bambino buttato da certa magistratura insieme con l’acqua sporca.

 

Uncategorized 23 Jan 2020 07:40 CET

Il fallimento della protesta di governo

Non è un caso se l’addio di Luigi Di Maio da capo politico dei Cinquestelle ha coinciso con la débâcle di Virginia Raggi sconfessata dalla sua maggioranza al Campidoglio. Infatti assieme a Chiara Appendino, rapidamente scolorita nell’anonimato, il ministro degli Esteri e il sindaco di Roma hanno rappresentato l’apogeo del MoVimento: vincente e di governo.

Oggi ne raffigurano le briciole. Il ciclone politico capace di abbattere i vecchi partiti ed espugnare la cittadella del potere; il pilastro della governabilità della legislatura senza il quale nessuna maggioranza è possibile, in appena due anni si è sgretolato contribuendo a rendere ancora più sbilenco e pencolante il sistema politico-istituzionale italiano.

La parabola di Di Maio, “doroteo 4.0” nella lucida definizione di Massimiliano Panarari sulla Stampa, è al tempo stesso emblematica e raggelante. L’alfiere del Cambiamento si fa da parte (per poi riconquistare la scena?) pagando il prezzo di errori ed inesperienza. Ma è l’intera narrazione grillina ad andare in tilt. Quella che parte dalla raccolta della protesta, in questo caso in modi particolarmente ruvidi, e che si infrange sulla incapacità di trasformare la rabbia e il risentimento in adeguati strumenti per aggredire i mali endemici del Paese che quella protesta, più o meno giustificatamente, alimentano.

E’ una parabola che ha contraddistinto parecchi partiti e movimenti nel dopoguerra, dall’Uomo Qualunque fino ai girotondi, al popolo viola eccetera. Con un differenza decisiva: il MoVimento ha vinto la scommessa del potere arrivando ad occupare il Palazzo. Ma è stata la sua condanna. Perché la lezione dei regimi di impianto liberaldemocratico – che il Cielo li preservi – è inesorabile: per governare, alzare la voce non è la ricetta giusta. Servono soluzioni, non anatemi. La lezione è valsa per i Cinquestelle: potrebbe essere utile alle Sardine. Ma è proprio qui il crocevia del dramma del sistema Italia.

Come ha acutamente rilevato Michele Salvati sul Foglio, da Mani Pulite sono passati trent’anni «e ben nove elezioni politiche senza che la democrazia italiana sia riuscita a produrre un governo che interrompa il declino». Infatti. La rabbia ed il disincanto degli elettori non trova sbocchi: al massimo fomenta nostalgie della Prima repubblica che fu e dei suoi leader. Ma non è quella la strada per recuperare il tempo perduto.

Serve uno sforzo di responsabilità e lungimiranza, che escluda il tirare a campare e la demonizzazione dell’avversario nell’eterna campagna elettorale che ci avvolge come un sudario.

Commenti 11 Jan 2020 10:45 CET

Il vincolo di mandato per le capriole del M5S è un impiccio, ma non per colpire i dissidenti

Il M5S sta caldeggiando di nuovo l’abrogazione dell’articolo 67 della Costituzione, un’autentica fissazione, tanto irragionevole quanto interess…

 

di PIETRO DI MUCCIO DE QUATTRO

Oggi, purtroppo, la coerenza non viene considerata una virtù, mentre l’incoerenza sembra un pregio anziché un difetto, quasi la manifestazione di un carattere forte e versatile, non debole e insicuro. Abbiamo dovuto constatare che il M5S, dopo essere diventato maggioritario soprattutto facendo bella mostra di fermezza e purezza, fino al punto di perorare l’abolizione del divieto di mandato imperativo perché vieterebbe di conformare in tutto e per tutto le opinioni e gli atti dei rappresentanti alla volontà dei rappresentati, ha poi senza pudore, passando dal ruolo di opposizione alla funzione di governo, immediatamente e smaccatamente contraddetto se stesso e le sue sbandierate posizioni e qualità. Se fosse stato in vigore quel mandato imperativo, il cui divieto osteggiano in quanto, a loro dire, antidemocratico perché lascia ai parlamentari libertà d’azione, i grillini non avrebbero potuto fare quelle capriole che oggi tentano di giustificare nascondendo l’incoerenza. Hanno dimostrato con fatti inoppugnabili che, per loro, la coerenza è facoltativa quanto è opzionale il mandato imperativo. Si sono serviti della libertà di mandato, che detestano, per realizzare ciò che aborrivano. Più inaffidabile di così può immaginarsi un partito?

Ciò nonostante il M5S sta caldeggiando di nuovo l’abrogazione dell’articolo 67 della Costituzione, un’autentica fissazione, tanto irragionevole quanto interessata, sia perché quel divieto non è affatto assoluto ma limitato da norme e prassi che salvaguardano la responsabilità politica degli eletti verso gli elettori ( disciplina di partito e di gruppo, candidatura, ecc.), sia perché, quando un avversario se ne serve per favorire loro, non hanno nulla da obiettare. A parte sono da considerare poi gl’innumerevoli altri vincoli di mandato che i partiti escogitano sebbene di dubbia liceità quando non addirittura sicuramente illeciti. Si tratta di vincoli per lo più nulli, che tali sarebbero dichiarati se dedotti in giudizio ( dimissioni in bianco, contratto di dimissioni, dimissioni per espulsione dal partito, penale pecuniaria per cambio di casacca o voto in dissenso non autorizzato, ecc.). Tuttavia solo un ingenuo ricaverebbe dalla nullità giuridica l’inefficacia politica di questi vincoli. Tuttaltro. I vincoli indiretti di mandato, spesso riservati, costituiscono mezzi di pressione efficaci perché coinvolgono la figura politica del “reprobo”, che deve ben considerare quanto la sua presentabilità e credibilità possano essere svilite dalla pubblicità di legami e patti che, quantunque riprovevoli e illegali, egli aveva nondimeno accettato e sottoscritto in segreto.

Non solo al mandato imperativo anela il M5S, ma pure al “recall”, cioè alla rimozione dalla carica del parlamentare inadempiente, per così dire. I grillini devono essersi innamorati della novità girando per il Sudamerica dei Maduro e dei Morales. Anche in Italia un parlamentare può perdere il seggio per cause dichiarate dalla Camera di appartenenza. Ma la decadenza che hanno in testa i grillini ha a che fare con un giudizio di idoneità o conformità nell’esecuzione del mandato, che potrebbe essere pronunciato in ogni momento dagli elettori o dal partito o, più probabilmente, addirittura in esclusiva dagli iscritti alla piattaforma Rousseau. Così l’idea eversiva della democrazia parlamentare, che invece è basata sul rapporto fiduciario insito nel mandato rappresentativo, risulta enunciata nella sua completa drammaticità. Per il M5S il rappresentante parlamentare dovrebbe essere un delegato specifico dell’elettore del partito, un procuratore speciale obbligato ad agire secondo l’incarico ricevuto, un mandatario tenuto a compiere con diligenza gli obblighi assunti con il mandato e a renderne conto al mandante. Il deputato e il senatore somiglierebbero ad una sorta di rappresentanti legali degli elettori, alla stessa stregua di un genitore, di un tutore, di un curatore, ai quali poter revocare la patria potestà, la tutela, la curatela se non facessero gl’interessi dei minori, degl’incapaci, degl’inabilitati. Sarebbero i pupilli a giudicare gli adulti? Sennonché qui non è in ballo la rappresentanza legale, ma la rappresentanza politica; non gl’interessi privati, ma l’interesse pubblico; non particolari situazioni individuali “de iure condito”, ma le prospettabili convenienze generali “de iure condendo”; non i rapporti civilistici tra soggetti giuridici, ma le funzioni istituzionali collettive determinanti la politica nazionale. Mettendo insieme il mandato imperativo, il “recall”, il taglio di un terzo dei senatori e deputati, ne risulta un agghiacciante mostro politico e costituzionale sotto sembianze di pseudo Parlamento formato da fantocci eterodiretti, privi d’iniziativa, senza autorità e autonomia, da poter mettere a cuccia come cani al guinzaglio.