Commenti & Analisi 21 Mar 2020 07:10 CET

Cina: più rischi che opportunità?

È davvero curioso l’atteggiamento del ministro degli esteri Luigi Di Maio che non passa giorno senza ringraziare e sottolineare lo stretto legame c…

Grande spazio sui media per l’arrivo a Ciampino nei giorni scorsi del “dono” cinese: 9 medici in trasferta a Roma (e poi mandati in giro per tutta l’Italia) con un carico di materiale sanitario che pare non sia stato neppure regalato. È davvero curioso l’atteggiamento del ministro degli esteri Luigi Di Maio che non passa giorno senza ringraziare e sottolineare lo stretto legame con la Cina, culminato ieri con l’annunciato acquisto di  100 milioni di mascherine di protezione. A parte che molte aziende italiane sono già pronte, riconvertitesi in una settimana, per una loro produzione di massa, stupisce questo atteggiamento di Di Maio di strettissima vicinanza con Pechino.

D’altronde lo stesso Di Maio era già stato il principale fautore di quella “Via della Seta” che lo portò a scontrarsi con l’allora alleato Salvini. Visto che è provato come proprio il governo cinese abbia nascosto per settimane l’epidemia, addirittura processando e condannando i medici che ne parlavano,  una maggiore prudenza sarebbe utile, anche perché molta gente si chiede come mai non si apra una grande indagine internazionale per chiamare proprio la Cina alle sue responsabilità visti i danni procurati dal mancato allarme.

Ma ci sono fatti nuovi. Innanzitutto il rischio concreto che ora la Cina  – grazie alla crisi economica legata al Coronavirus – si compri a prezzo di saldo parte delle nostre aziende migliori con massicce e più economiche scalate in borsa, dall’altra i nuovi scenari internazionali di politica estera visto che  il Dragone uscirà meglio e prima dall’epidemia, mentre l’ Occidente resterà boccheggiante per mesi.

Appare evidente che Pechino abbia riconosciuto proprio nel ministro degli Esteri l’anello debole della catena di comando del governo italiano. In Cina sanno bene che Di Maio è un personaggio alla disperata ricerca di un palcoscenico e che farebbe qualunque cosa pur di salirci. Non è un caso che gli “aiuti concreti cinesi” e le parole di Di Maio siano finiti su tutti i media italiani e cinesi, arrivando al paradosso che i responsabili del contagio siano così diventati i “buoni” ad oltranza.

In realtà, il ruolo concreto di Luigi Di Maio è semplicemente quello di aver parlato al telefono con il suo omologo cinese Wang Yi  per assicurarsi una commessa (pagandola!) di mille respiratori da acquistare dai nostri abituali fornitori in Cina ed ora 100 milioni di mascherine.Il dubbio è se il Ministro egli Esteri – conoscendone i suoi limiti personali e di esperienza nel ruolo – sia consapevole o meno di questa strategia cinese di penetrazione in Italia. Se Di Maio ha un bisogno spasmodico di visibilità, dentro e fuori il suo partito, non è detto che questa linea sia davvero utile al paese. Sono certo che diversi esponenti del Pd che si sono sempre occupati di politica estera non la pensano come lui, obbligati oggi a tacere per strategie interne, ma fortemente imbarazzati. La controprova di quanto siamo diventati  succubi di Pechino anche nelle cronache quotidiane si nota dal fatto che mai si è parlato in questi giorni di Taiwan, il primo paese che ha affrontato e vinto il Coronavirus. In Italia non si parla mai dell’ “altra Cina” , quella libera e democratica, ostile a Pechino ma che – pur essendo a soli 120 km dal continente e con oltre 500.000 suoi cittadini che ci lavorano – ha egregiamente protetto i suoi abitanti bloccando il virus all’ inizio, tanto da avere pochissimi contagiati e praticamente nessun decesso attuando regole serie, ma certo  non blocchi militari. A Taiwan gli spazi sono ristretti (23 milioni di persone vivono su un’isola grande solo una volta e mezza la Sicilia)  eppure ce l’hanno fatta pur nel disinteresse del mondo e con l’Italia che non ne gradisce gli aiuti e i consigli.Un successo sanitario di cui quindi non si deve parlare perché a Pechino non piace, così come addirittura non si ammette Taiwan – complice l’Italia – nell’ Organizzazione Mondiale della Sanità solo per motivi politici: un atteggiamento ingiusto e ridicolo, ma soprattutto stupido e controproducente per tutti. Chi oggi si inchina ai voleri di Pechino non ha evidentemente chiaro a quali rischi  – come fosse un altro invisibile virus – ci porti questa scelta.

Uncategorized 23 Jan 2020 07:40 CET

Il fallimento della protesta di governo

Non è un caso se l’addio di Luigi Di Maio da capo politico dei Cinquestelle ha coinciso con la débâcle di Virginia Raggi sconfessata dalla sua maggioranza al Campidoglio. Infatti assieme a Chiara Appendino, rapidamente scolorita nell’anonimato, il ministro degli Esteri e il sindaco di Roma hanno rappresentato l’apogeo del MoVimento: vincente e di governo.

Oggi ne raffigurano le briciole. Il ciclone politico capace di abbattere i vecchi partiti ed espugnare la cittadella del potere; il pilastro della governabilità della legislatura senza il quale nessuna maggioranza è possibile, in appena due anni si è sgretolato contribuendo a rendere ancora più sbilenco e pencolante il sistema politico-istituzionale italiano.

La parabola di Di Maio, “doroteo 4.0” nella lucida definizione di Massimiliano Panarari sulla Stampa, è al tempo stesso emblematica e raggelante. L’alfiere del Cambiamento si fa da parte (per poi riconquistare la scena?) pagando il prezzo di errori ed inesperienza. Ma è l’intera narrazione grillina ad andare in tilt. Quella che parte dalla raccolta della protesta, in questo caso in modi particolarmente ruvidi, e che si infrange sulla incapacità di trasformare la rabbia e il risentimento in adeguati strumenti per aggredire i mali endemici del Paese che quella protesta, più o meno giustificatamente, alimentano.

E’ una parabola che ha contraddistinto parecchi partiti e movimenti nel dopoguerra, dall’Uomo Qualunque fino ai girotondi, al popolo viola eccetera. Con un differenza decisiva: il MoVimento ha vinto la scommessa del potere arrivando ad occupare il Palazzo. Ma è stata la sua condanna. Perché la lezione dei regimi di impianto liberaldemocratico – che il Cielo li preservi – è inesorabile: per governare, alzare la voce non è la ricetta giusta. Servono soluzioni, non anatemi. La lezione è valsa per i Cinquestelle: potrebbe essere utile alle Sardine. Ma è proprio qui il crocevia del dramma del sistema Italia.

Come ha acutamente rilevato Michele Salvati sul Foglio, da Mani Pulite sono passati trent’anni «e ben nove elezioni politiche senza che la democrazia italiana sia riuscita a produrre un governo che interrompa il declino». Infatti. La rabbia ed il disincanto degli elettori non trova sbocchi: al massimo fomenta nostalgie della Prima repubblica che fu e dei suoi leader. Ma non è quella la strada per recuperare il tempo perduto.

Serve uno sforzo di responsabilità e lungimiranza, che escluda il tirare a campare e la demonizzazione dell’avversario nell’eterna campagna elettorale che ci avvolge come un sudario.

Editoriale del Direttore 23 Jan 2020 07:02 CET

Fallimento della protesta di governo

Non è un caso se l’addio di Luigi Di Maio da capo politico dei Cinquestelle ha coinciso con la débâcle di Virginia Raggi sconfessata dalla sua…

Non è un caso se l’addio di Luigi Di Maio da capo politico dei Cinquestelle ha coinciso con la débâcle di Virginia Raggi sconfessata dalla sua maggioranza al Campidoglio. Infatti assieme a Chiara Appendino, rapidamente scolorita nell’anonimato, il ministro degli Esteri e il sindaco di Roma hanno rappresentato l’apogeo del MoVimento: vincente e di governo. Oggi ne raffigurano le briciole. Il ciclone politico capace di abbattere i vecchi partiti ed espugnare la cittadella del potere; il pilastro della governabilità della legislatura senza il quale nessuna maggioranza è possibile, in appena due anni si è sgretolato contribuendo a rendere ancora più sbilenco e pencolante il sistema politico- istituzionale italiano. La parabola di Di Maio, “doroteo 4.0” nella lucida definizione di Massimiliano Panarari sulla Stampa, è al tempo stesso emblematica e raggelante. L’alfiere del Cambiamento si fa da parte (per poi riconquistare la scena?) pagando il prezzo di errori ed inesperienza.

Ma è l’intera narrazione grillina ad andare in tilt. Quella che parte dalla raccolta della protesta, in questo caso in modi particolarmente ruvidi, e che si infrange sulla incapacità di trasformare la rabbia e il risentimento in adeguati strumenti per aggredire i mali endemici del Paese che quella protesta, più o meno giustificatamente, alimentano. E’ una parabola che ha contraddistinto parecchi partiti e movimenti nel dopoguerra, dall’Uomo Qualunque fino ai girotondi, al popolo viola eccetera. Con un differenza decisiva: il MoVimento ha vinto la scommessa del potere arrivando ad occupare il Palazzo. Ma è stata la sua condanna. Perché la lezione dei regimi di impianto liberaldemocratico che il Cielo li preservi – è inesorabile: per governare, alzare la voce non è la ricetta giusta. Servono soluzioni, non anatemi. La lezione è valsa per i Cinquestelle: potrebbe essere utile alle Sardine.

Ma è proprio qui il crocevia del dramma del sistema Italia. Come ha acutamente rilevato Michele Salvati sul Foglio, da Mani Pulite sono passati trent’anni «e ben nove elezioni politiche senza che la democrazia italiana sia riuscita a produrre un governo che interrompa il declino». Infatti. La rabbia ed il disincanto degli elettori non trova sbocchi: al massimo fomenta nostalgie della Prima repubblica che fu e dei suoi leader. Ma non è quella la strada per recuperare il tempo perduto. Serve uno sforzo di responsabilità e lungimiranza, che escluda il tirare a campare e la demonizzazione dell’avversario nell’eterna campagna elettorale che ci avvolge come un sudario.

Editoriale del Direttore 14 Jan 2020 07:45 CET

Comunque vada, sarà un successo…

Istituzionalmente, è ineccepibile: sono elezioni regionali, non coinvolgono gli equilibri politici nazionali. Dal punto di vista politico, invece, le…

Istituzionalmente, è ineccepibile: sono elezioni regionali, non coinvolgono gli equilibri politici nazionali. Dal punto di vista politico, invece, le cose cambiano: innumerevoli i casi di risultati amministrativi che hanno provocato sconquassi nel Palazzo. Che dunque il doppio voto di Emilia che Calabria – più il primo del secondo – faccia fibrillare partiti, governo e opposizioni non sorprende. Tuttavia lo stesso colpisce la spessa colata di cemento che a stretto giro è arrivata da Zingaretti, Di Maio e per ultimo da Conte, volta a rinforzare le traballanti fondamenta della maggioranza giallorossa. Un “coretto” a tre con ritornello unico: qualunque sia il risultato elettorale, il governo va avanti.

Ai cronisti più smaliziati tanta assertività sparsa a piene mani dai due partiti maggiori e da palazzo Chigi – della serie ( e con un pizzico di ironia) “comunque vada, sarà un successo” – fa nascere il sospetto che i sondaggi non siano poi così lusinghieri e che, in sostanza, si mettano le mani avanti per non cadere indietro. Ma, appunto, sono malignità.

Bisogna prendere per buono l’intendimento dei tre leader e dunque cercare di stabilire su quali binari procederà il convoglio governativo per arrivare fino in fondo alla legislatura. Con il conclave nel reatino, e tra poco con il congresso con cambio di nome al partito, Zingaretti sembra inseguire l’obiettivo di farsi riconfermare alla segreteria indipendentemente, appunto, dalle conseguenze di possibili rovesci nelle urne. In fondo perdere l’Emilia nell’immaginario collettivo equivarrebbe alla cacciata da Bologna nel 1999 ad opera di Giorgio Guazzaloca: una ferita mai più suturata. Per Luigi Di Maio blindare il governo significa mantenere comunque un ruolo politico prioritario anche nel caso dovesse fare un passo indietro da capo politico del MoVimento. Per Conte, infine, la partita si gioca sui contenuti. Aver evocato il taglio dell’Irpef, cometa assieme alla lotta all’evasione fiscale, vanamente inseguita da tutti gli esecutivi dagli anni ’ 90 in poi, mira a scompaginare la riva su cui è seduto il centrodestra in attesa di veder passare i brandelli della maggioranza. Al dunque, un continuo un gioco di annunci. Vince chi farà l’ultimo.

 

Editoriale del Direttore 11 Jan 2020 10:31 CET

L’inciucio che serve a governare

EDITORIALE

Prendiamola da un diverso angolo visuale. Il “salvo intesa” sulla prescrizione siglato nel vertice di maggioranza è fragilissimo sotto il profilo normativo ed egualmente a rischio di incostituzionalità del testo entrato in vigore il primo gennaio. Succede quando si parte col piede sbagliato e si cerca poi di rimediare: il risultato sono pasticci via via più intricati e perniciosi. La toppa peggiore del buco è un classico dei governanti.

Tuttavia alla labilità di merito fa riscontro un irrobustimento politico da non sottovalutare. Di fatto la crepa che, sotto costrizione dei partner di maggioranza, si è aperta nel monolite ideologico a Cinque Stelle ha un risvolto che coinvolge un pilastro ancor più basilare – nonché ormai fortemente disgregato – dell’identità grillina: l’abbandono del totem “mai alleati con nessuno” e la necessità di intrecciare compromessi per governare. In sostanza, al di là del merito, comunque improponibile, il via libera a rivedere il no totale alla prescrizione significa accettare la logica di coalizione che impone la disponibilità a confrontarsi e il via libera a mediazioni. Diciamolo meglio: è un sì a quelli che una volta erano definiti con disprezzo “inciuci”. Non era così nel binomio gialloverde: il Contratto stipulato allora era nient’altro che l’affastellamento delle priorità dei due vicepremier: e si è visto com’è finita.

Se è così, si tratta dunque di una svolta che gronda conseguenze. Soprattutto se viene appaiata alla riforma elettorale in gestione. Il meccanismo proporzionale infatti – impropriamente etichettato Germanicum: manca il Cancellierato e scusate se è poco – salvo il caso mai accaduto di un partito ( a proposito: dove sono?) che prende da solo il 51 per cento dei voti, obbliga coattivamente ad allacciare rapporti con le altre forze politiche. E a cedere su alcuni punti se si vuole costruire una piattaforma programmatica di governo. Che diventa percorribile solo e in quanto condivisa.

Questo spiega i toni assai plaudenti del Pd: sarà il tema centrale del conclave di fine settimana nel reatino. E, all’opposto, spiega gli irrigidimenti di esponenti dell’ala oltranzista in orbita pentastellata. Ma non ci sono alternative. Per essere l’ago della bilancia bisogna accettare la bilancia con i suoi due piatti. E poi scegliere quale far pesare di più.