Commenti & Analisi 13 Feb 2020 20:15 CET

Perché è stato bocciato il referendum Calderoli-Lega

L’inciampo è stato sui collegi uni e plurinominali, chiedendo l’abrogazione parziale della legge all’esito del referendum su taglio dei parlame…

La sentenza n. 10 del 31 gennaio 2020 ha posto la parola fine al referendum “manipolativo” in materia elettorale. E non poteva essere diversamente, tenuto conto dei precedenti della Corte in materia di referendum abrogativo ex art. 75 Cost. e della complessità del quesito che sarebbe stato proposto agli elettori, la cui enunciazione occupa oltre sei pagine della sentenza.

È noto che le leggi elettorali possono rientrare tra quelle sottoposte a referendum abrogativo perché la Corte Costituzionale con la sentenza n. 47/ 1991 con la quale fu dichiarato ammissibile il c. d. “referendum Segni” respinse la tesi secondo la quale esse sarebbero implicitamente ricomprese nell’elenco dell’art. 75 Cost., in forza di un emendamento aggiuntivo approvato dall’Assemblea Costituente, ma per omissione non introdotto nel testo finale della Costituzione, e ciò per la decisiva ragione per la quale conta soltanto il testo definitivo di essa, come promulgato e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale.

Dunque il referendum abrogativo è astrattamente ammissibile anche per le leggi elettorali, ma, come dimostra la costante giurisprudenza costituzionale in materia, deve tenere conto in primo luogo della loro particolare natura, in quanto “costituzionalmente necessarie” e quindi debbono essere immediatamente auto- applicative, cosicché la loro abrogazione parziale deve comunque consentirne l’immediata applicazione.

Allo stesso tempo, secondo la Corte, benchè siano ammissibili anche le operazioni di ritaglio di frammenti normativi e di singole parole, ciò può avvenire soltanto ove la proposta di abrogazione parziale non si trasformi in una proposta all’elettore che viene ad alterare l’originaria ratio delle disposizioni oggetto del quesito referendario.

Infatti, in questo caso saremmo in presenza di un uso sviato dell’iniziativa referendaria, che verrebbe ad assumere natura “surrettiziamente propositiva”, non prevista dalla Costituzione nel nostro sistema, ove la partecipazione popolare all’iniziativa legislativa può avvenire soltanto nelle forme dell’art. 71, mediante la proposta di legge da parte di almeno cinquantamila elettori.

Date queste premesse di ordine costituzionale, la sorte del referendum Calderoli non poteva che essere segnata e per ritenerlo ammissibile la Corte Costituzionale avrebbe dovuto ribaltare tutta la sua univoca giurisprudenza in materia. Intanto, eravamo in presenza di un quesito di notevole complessità, in realtà incomprensibile da parte degli elettori, se non attraverso la sua intitolazione compiuta ad opera dell’Ufficio Centrale per il Referendum presso la Corte di Cassazione. Ma soprattutto, la legislazione elettorale che sarebbe residuata dall’approvazione da parte del corpo elettorale del referendum non sarebbe stata in alcun modo auto- applicativa, perché il legislatore avrebbe dovuto conseguentemente rideterminare i collegi uninominali di Camera e Senato.

Questo era il problema insuperabile da parte dei Consigli Regionali promotori. Essi hanno tentato di eluderlo con un espediente che ha reso a fortiori inammissibili i quesiti referendari, ma che non poteva sfuggire alla Corte Costituzionale.

E cioè quello di includere tra essi anche la richiesta di abrogazione parziale della legge delega n. 51 del 2019, il cui oggetto è rappresentato dalla modifica dei collegi uninominali e plurinominali esistenti, in applicazione della legge elettorale attualmente vigente – il c. d. Rosatellum- da attuarsi oggi all’esito del referendum confermativo sul taglio dei parlamentari.

L’intervento abrogativo sulla legge delega – secondo i promotori – ne avrebbe sostanzialmente modificato il suo oggetto, eliminandosi ogni riferimento all’interno di essa ai collegi plurinominali, modificando le condizioni temporali per l’esercizio della delega e quindi sostituendone per via abrogativa i corrispondenti principi e criteri direttivi, ma la Corte ha respinto questo artifizio, perché ha rilevato che in questo modo si sarebbero alterati gli stessi “caratteri somatici” della legge di delegazione.

Secondo la Corte, quindi, proprio l’intervento parzialmente abrogativo sulla legge delega ha avuto la conseguenza di rendere ancora più manifesta tale manipolazione. Ma le censure della Corte non finiscono qui: ne verrebbe modificato anche il dies a quo per l’esercizio della delega, fissato al momento dell’entrata in vigore della legge costituzionale sul taglio dei parlamentari, cosicchè la delega da condizionale diverrebbe “stabile”, ed anzi potrebbe doppiarsi. Rileva infine la Corte che l’eventuale scioglimento delle Camere imporrebbe il rinvio del referendum per l’art. 34 della legge 352 del 1970 e ciò esaurirebbe la delega stessa. Queste riflessioni della Corte, che rendono obbligata la sua conclusione circa il carattere “eccessivamente manipolativo ” del referendum Calderoli, in realtà disvelano quale era il vero scopo dell’iniziativa referendaria, ossia tendere ad ottenere per questa via quello scioglimento anticipato delle Camere, non raggiunto con la crisi della maggioranza governativa dell’agosto 2019.

Infatti, gli stessi Consigli Regionali promotori avevano ben chiaro che il referendum abrogativo sul Rosatellum non poteva essere ammissibile, proprio perché ne sarebbe conseguita in caso di accoglimento una legislazione elettorale non autoapplicativa. La conclusione che se ne può trarre è che vi sono dei limiti obiettivi di natura costituzionale all’ammissibilità dei referendum in materia elettorale, anche se essi non rientrano tra quelli vietati dall’art. 75 Cost. Ma soprattutto, ne esce ancora una volta sconfitto il tentativo di una forza politica, che attualmente dispone del 30 per cento dei voti, di trasformare tale “pacchetto” in una maggioranza di governo autosufficiente, dimenticando che il maggioritario ad un turno è storicamente proprio dei sistemi politici bipartitici, ma funzionerebbe malissimo in un sistema tripolare”, come anche l’esperienza ventennale del Mattarellum e delle relative instabili coalizioni ha confermato.

 

Editoriale del Direttore 25 Jan 2020 08:00 CET

Sono elezioni mica gratta e vinci

Il nodo vero del voto di domani riguarda un tema fondamentale: se e come è possibile governare avendo contro la maggioranza degli elettori

È fortemente improprio e inutilmente fuorviante far pesare temi nazionali sul voto amministrativo dell’Emilia-Romagna che stabilirà chi governerà la Regione, e nient’altro. Vale anche per la Calabria, sorprendentemente sottostimata.

È altrettanto ingenuo nonché pericolosamente sminuitivo prevedere che qualunque sia l’esito – soprattutto, e ovviamente, se sfavorevole ai partiti della maggioranza – nulla cambierà nel panorama politico e governativo del Paese. E’ uno dei tanti, e gravi, paradossi italiani: tra un manciata di ore vedremo se e come verrà superato.

Tuttavia il nodo vero del voto di domenica riguarda un tema sempre più pressante e meno eludibile da quando, nell’agosto scorso, l’alleanza gialloverde naufragò senza che abbia fatto seguito una disanima approfondita dei perché e delle conseguenze. Così è rimasta inevasa la madre di tutte le questioni: e cioè se e come è possibile governare avendo contro la maggioranza degli elettori.

Il problema si riproporrà da lunedì sia che alla fine, magari per una incollatura, prevarrà il governatore uscente Stefano Bonaccini e il Pd tirerà un sospiro di sollievo; e con maggior forza se invece la Lega dovesse espugnare il territorio più rosso di sempre e da sempre. Non si tratta di vaticinare se il governo Conte resterà in sella oppure no.

È palese che in ogni caso Zingaretti (ma se perde si dimette?) e il reggente M5S Vito Crimi continueranno a sorreggerlo, e anzi vi si aggrapperanno come non mai. Pour cause: l’alternativa infatti sarebbe consegnarsi al Capitano senza neppur poter invocare la clemenza della Corte.

Il governo andrà avanti comunque, puntellato anche dalle regole che riguardano la celebrazione dei referendum (c’è pendente quello sul taglio dei parlamentari) e che rendono di fatto impraticabile il binomio crisi-elezioni anticipate.

Ma tra sopravvivere e governare la differenza è enorme. Per di più, appunto, se il sentimento popolare e i voti nei seggi squadernano un indirizzo diverso se non addirittura opposto a quello che vige nel Palazzo: Chigi compreso. Le mossa pre-elettorali come la riduzione del cuneo fiscale, possono dare una indicazione. Che rimane di corto respiro. Servirà qualcosa di più corposo, per esorcizzare lo spettro della resa.

 

Commenti & Analisi 23 Jan 2020 14:45 CET

Della Lega fu di Bossi non resta più nulla. Oggi partito di destra che “ruba” alla Meloni

I valori padani svaniti, Salvini ha ammaliato una platea che chiede un Cesare condottiero, volitivo e dal polso fermo

Dice Massimo Giannini, editorialista di Repubblica e direttore di Radio Capital, che fra i tanti torti che ha Salvini, per onestà intellettuale, bisogna riconoscergli «un merito oggettivo e inconfutabile: l’aver preso la Lega al 4% e averla portata fino al 34%». Oggettivamente, le cose non stanno così.

La Lega che ha ereditato Salvini, anzi, che ha espugnato il 15 dicembre 2013 conquistando la segreteria dopo aver vinto le primarie contro Bossi una settimana prima, era altra cosa rispetto alla attuale. Quella, era la Lega Nord, questa, la Lega – Salvini premier. Ma alla diversità formale del nome del partito, corrisponde una diversità sostanziale della politica del partito. Quella che Salvini ha portato dal 4% delle politiche 2013e dal 6% dalle europee del 2014, al 18% delle politiche del 2018 e al 34% delle europee 2019 non è affatto lo stesso partito politico, ché nel frattempo, il cosiddetto “capitano” ha rottamato il Carroccio in favore di un trattore col quale ha demolito le basi stesse della Lega Nord, per sostituirla con il “suo” partito: non a caso il suo nome campeggia nel nuovo simbolo. In buona sostanza, ha svuotato la Lega di Bossi& C di tutti i suoi valori, le sue pulsioni, e l’ha riempita d’altro.

Nella fattispecie, ha preso un partito dalla vocazione regionalistica e antifascista ( molti della Lega, a partire dallo stesso Bossi, provenivano dai partiti di sinistra, Pci in testa, come nel caso del senatùr) e l’ha trasformato in un partito di estrema destra, invadendo il campo della Meloni, il cui cuore è sempre stato inequivocabilmente e solo nero, senza altri cromatismi politici. Al tempo della Lega della premiata ditta Bossi& Maroni, quella dura e pura, quella della “Roma ladrona” ( scopertasi poi una vocazione irrefrenabilmente e intrinsecamente delinquenziale, come dimostrano le diverse sentenze passate in giudicato), era un ragazzotto che sosteneva il “comunismo padano”: una blasfemia di cui si sarebbe affrancato ( e ci avrebbe affrancato) da lì a breve, sostenendo “le tesi di aprile”. No, non quelle di Lenin, quelle dell’Umberto. Quelle portate davanti al notaio di Varese Franca Belloni il 12 aprile 1984. Quel giorno, un giovedì, sei persone costituirono la ‘ Lega autonomista lombarda’. Uno dei sei era appunto l’Umberto.

Un altro componente della delegazione era una donna: Manuela Marrone, futura moglie del sentùr. ‘ L’associazione – si legge nell’atto costitutivo – ha sede a Milano, in via Bardelli 1. Essa non ha scopo di lucro bensì il raggiungimento della autonomia amministrativa e culturale della Lombardia’. Scopo primario del movimento, la realizzazione delle ‘ aspirazioni delle popolazioni locali ad un autogoverno che tenga conto delle necessità di uno sviluppo sociale legato alle caratteristiche etniche e storiche del popolo lombardo’.

L’idea della autonomia lombarda frullava nella testa dell’Umberto già al tempo della Lombardia Autonomista, il giornale da lui fondato nel dicembre 1983, di cui era direttore ed editore. Anticipando di più decenni i pentastellati, il sottotitolo della testata riportava una frase di Jean- Jacques Rousseau: ‘ La vera democrazia può essere raggiunta soltanto in collettività relativamente piccole’. ( Dettaglio, quello delle piccole collettività, evidentemente sfuggito al M5S). I social di cui il traditore della Lega Nord si sarebbe servito come nessun altro politico grazie alla Bestia di Salvini erano di là da venire: l’Umberto propagandava infatti le sue idee anche a colpi di scritte sotto i ponti. ‘

I muri sono il libro dei popoli’ spiegherà anni dopo. Con le premesse dell’atto costitutivo sancito con atto notarile, la Lega di Bossi si alleò con la Liga Veneta nata nel 1980: il futuro avrebbe visto il redivivo Lombardo- Veneto sotto l’insegna comune della Lega Nord, con l’identico obiettivo di liberare i popoli lombardi e veneti dalla “tirannia romana”. I veneti ebbero anche una propaggine effervescente: col nome di Serenissimi e rifacendosi alla Repubblica di Venezia, alcuni pasdaran del leone veneziano assaltarono il campanile di Piazza San Marco nella notte fra l’ 8 e il 9 maggio 1997 con mezzi “blindati” rabberciati ma con gli strumenti di bordo in rigorosa “lingua veneta”, quale ad esempio “struca el button” ( schiaccia il bottone).

Romantici cui batteva nel cuore un autentico spirito indipendentista, che nulla aveva né voleva avere a che fare con il resto della nazione ( una nazione che non riconoscevano come la loro). E’ questa la Lega in cui cresce il giovin signore della futura Lega – Salvini premier. Il solo pensiero di condividere lo stesso partito con i figli della Magna Grecia o dei Latini avrebbe potuto provocare fastidiose reazioni psicologiche e fisiche a serenissimi e brembani; come minimo una psoriasi. La trasformazione che ha subito la Lega dei primordi non ha eguali nello scenario della politica italiana. Per una similitudine – comunque forzata – dobbiamo rapportare il Pcd’I di Bordiga al Pd di Zingaretti. Se c’è una persona oggettivamente invisa alla Meloni ( la Giorgia, la madre, la cristiana) quella è Matteo Salvini, predatore dei suoi voti. Sì, perché – dismesso il verde padano – il capitano ha preferito cromatismi più attraenti per una platea più vasta: quella plebe che non riconoscendosi più come popolo, preferisce affidarsi a un Cesare. Meglio se dal polso fermo e dalla mascella volitiva: caratteristiche capaci d’intercettare consensi dalle Alpi alla Trinacria.