Commenti 27 Mar 2020 20:25 CET

Diritti più garantiti col nuovo decreto

Il Governo ha preso una serie di misure per contrastare il diffondersi del coronavirus: soprattutto provvedimenti in materia di diretta emergenza sani…

Come è noto, già nel pieno dell’emergenza da COVID- 19 – dopo una serie di informazioni contraddittorie, di iniziative estemporanee e di una attesa forse eccessiva – il Governo ha preso una serie di misure per contrastare il diffondersi del coronavirus: soprattutto provvedimenti in materia di diretta emergenza sanitaria, ma anche relativi alla conseguente crisi economica e persino provvedimenti che riguardano il diritto penale e le libertà fondamentali.

Qui il testo di riferimento era il d.l. 23.2.2020, n. 6, recante «Misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19» (poi convertito, con modificazioni, dalla l. 5.3.2020, n. 13), il quale, all’art. 3, comma 4, prevedeva che il Presidente del Consiglio dei Ministri potesse adottare decreti con misure di contenimento la cui violazione era punita ai sensi dell’articolo 650 del codice penale, che appunto sanziona la inosservanza dei provvedimenti dell’Autorità legalmente dati per le ragioni previste (tra cui quelle di natura sanitaria). Peraltro, ai provvedimenti del Presidente del Consiglio si erano aggiunte numerose ordinanze adottate dai Presidenti delle Regioni e persino da Sindaci. Tale modo di produzione normativa aveva prodotto argomentate censure. Ricordo le principali: a) pur se (nell’opinione prevalente) possibile, il ricorso a norme penali in bianco, come l’art. 650 c.p. o (se si ritenesse che avesse “vita autonoma”) l’art. 3, comma 4, del d.l. n. 6/2020, si può ammettere solo se in presenza di provvedimenti “attuativi” dotati di sufficiente precisione nei contorni delle condotte vietate, cosa che non sembrava essere del tutto assicurata dai vari provvedimenti emessi, che sembravano talvolta dare consigli, piuttosto che imporre obblighi; b) peraltro, qualche procura (come quella di Milano), utilizzando la clausola di riserva “se il fatto non costituisce un più grave reato”, aveva pensato di ricorrere alla più severa contravvenzione prevista dall’art. 260 del testo unico delle leggi sanitarie del 1934, n. 1265, che punisce “chiunque non osserva un ordine legalmente dato per impedire l’invasione o la diffusione di una malattia infettiva dell’uomo” con le pene congiunte dell’arresto e dell’ammenda; c) le moltissime violazioni contestate (secondo i dati disponibili sul sito del Ministero dell’Interno, tra l’11 e il 24 marzo, sono state denunciate ben 100.000 persone), avrebbero certamente ingolfato il sistema processuale penale, pur se si fosse fatto ricorso a decreti penali di condanna; d) in ogni caso, sarebbe stato preferibile che fosse stata direttamente la legge – o una fonte parificata, come i decreti-legge, tipici delle situazioni di emergenza ed urgenza, ma adottati dal Governo nella sua collegialità e comunque soggetti alla conversione in legge – a limitare la libertà personale (e voglio ricordare la lettera di Giovanni Guzzetta, pubblicata proprio su Il Dubbio). Ora il Governo è intervenuto con il d.l. 25.3.2020, n. 19, recante (ulteriori) “misure urgenti per fronteggiare l’emergenza epidemiologica da COVID-19”. Innanzitutto va segnalato come l’art. 5 di tale decreto-legge abroghi (salvi parti qui non rilevanti) l’intero d.l. 6/2020. Dunque, sembrano essere superati i dubbi del passato, sopra riassunti. E quindi aveva ragione chi, sia pur in tempi di coronavirus, si era permesso di ragionare e di esprimere un “Dubbio”! A proposito, con una (opportuna) norma transitoria, il nuovo decreto-legge stabilisce che le nuove disposizioni che prevedono sanzioni amministrative, contestualmente introdotte, si applicano anche alle violazioni commesse anteriormente alla data di entrata in vigore del presente decreto, ma in tali casi le sanzioni amministrative sono applicate nella misura minima ridotta alla metà. Ovviamente, ciò avverrà con trasmissione degli atti all’autorità amministrativa competente, da parte dell’autorità giudiziaria.

Inoltre, nel decreto-legge del 25 marzo: a) l’art. 1 contiene una elencazione di misure che possono essere adottate secondo princìpi di adeguatezza e proporzionalità al rischio effettivamente presente su specifiche parti del territorio nazionale ovvero sulla totalità di esso; a) di regola, tali misure sono adottate con uno o più decreti del Presidente del Consiglio dei ministri o, in casi di estrema necessità ed urgenza, dal Ministro della Salute; b) nelle more dell’adozione dei decreti del Presidente del Consiglio, e con efficacia limitata fino a tale momento, le regioni possono introdurre misure ulteriormente restrittive, esclusivamente nell’ambito delle attività di loro competenza e senza incisione delle attività produttive e di quelle di rilevanza strategica per l’economia nazionale; c) i sindaci non possono adottare, a pena di inefficacia, ordinanze contingibili e urgenti dirette a fronteggiare l’emergenza in contrasto con le misure statali.

Ma soprattutto si prevede che, salvo che il fatto costituisca reato, il mancato rispetto delle misure sopra menzionate è punito con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 400 a euro 3.000 e non si applicano le sanzioni previste dall’articolo 650 del codice penale o da ogni altra disposizione di legge attributiva di poteri per ragioni di sanità. Se il mancato rispetto delle predette misure avviene mediante l’utilizzo di un veicolo le sanzioni sono aumentate fino a un terzo. In taluni casi, si prevede che sia possibile applicare anche la sanzione amministrativa accessoria della chiusura dell’esercizio o dell’attività da 5 a 30 giorni.

Tuttavia, salvo che il fatto costituisca violazione dell’articolo 452 del codice penale o comunque più grave reato, la violazione del divieto assoluto di allontanarsi dalla propria abitazione o dimora per le persone sottoposte alla misura della quarantena, perché risultate positive al virus, è punita ai sensi del ricordato art. 260 regio decreto 27.7.1934, n. 1265, le cui pene sono state aggravate dal d.l. 19/2020. Invece, è applicabile l’illecito amministrativo sopra riportato per l’inosservanza della quarantena precauzionale per i soggetti che hanno avuto contatti stretti con casi confermati di malattia infettiva diffusiva o che rientrano da aree ubicate al di fuori del territorio italiano.

Finalmente un passo avanti, certo non decisivo e privo di ombre, ma che va nella direzione del rispetto delle garanzie costituzionali, sia pur in un momento di emergenza.

*Ordinario di Diritto penale nell’Università di Palermo

 

Commenti 27 Mar 2020 18:00 CET

Non c’è tregua tra governo e centrodestra. Il Contevirus barriera insormontabile

La destra non rinuncia alle critiche e a voler imporre la sua linea. Una commissione di inchiesta sugli errori come resa dei conti

In meno di due anni, quanti ne sono trascorsi dal festoso ma un po’ anche imbarazzato arrivo a Palazzo Chigi, più al seguito che precedendo gli allora due vice presidenti del Consiglio Luigi Di Maio e Matteo Salvini, il professore Giuseppe Conte è diventato più sicuro di sé. Ma forse un po’ troppo, visto il modo in cui ha riferito, prima alla Camera e poi al Senato, con uno stesso lungo discorso, sulla gestione dell’emergenza virale da parte del suo secondo governo. In cui egli non ha vice presidenti e ha potuto sostituire quasi dalla mattina alla sera, nella scorsa estate, la destra leghista con la sinistra in tutte le sue sfumature parlamentari.

Il presidente del Consiglio ha affidato il giudizio sull’azione del suo governo in queste drammatiche circostanze agli “storici”. Che tuttavia ha finito per declassare citando quel passo dei Promessi Sposi

di Alessandro Manzoni in cui si dice che “del senno di poi sono piene le fosse”. O gli archivi e le biblioteche, se preferite. Dei Promessi Sposi manzoniani in un’altra occasione il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha preferito invece ricordare, quando neppure poteva immaginare il dramma nel quale si sarebbe trovato il Paese col coronavirus, un altro passo relativo – guarda caso – al secolo lontanissimo della peste a Milano, quando «il buon senso c’era ma se ne stava nascosto per paura del senso comune».

E’ proprio ispirandosi al buon senso che il capo dello Stato, ad emergenza virale esplosa, ha esortato le forze politiche a ridurre la loro conflittualità per collaborare in uno spirito di unità nazionale. E si è prodigato personalmente perché proprio alla vigilia della prima “informativa” del governo alle Camere – chiamate peraltro alla conversione dei decreti legge già varati dal Consiglio dei Ministri- una delegazione delle opposizioni di centrodestra fosse ricevuta a Palazzo Chigi.

Ebbene, dopo tanto sforzo penso che Mattarella, seguendo dal suo studio in bassa frequenza televisiva, come avviene in queste circostanze, l’intervento parlamentare di Conte, sia rimasto sorpreso dalla mancanza di un esplicito appello alle opposizioni a collaborare. Il che potrebbe avvenire o in una “cabina di regìa”, evocata da Giorgia Meloni, o a “un tavolo” evocato a Montecitorio dal capogruppo del Pd Graziano Delrio. Al Senato invece l’ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini ha proposto, anzi riproposto, il ricorso ad una commissione parlamentare speciale e trimestrale per l’esame ma anche per la preparazione, rispettivamente, dei vecchi e nuovi decreti legge. Gli strumenti insomma non mancherebbero di certo. E le opposizioni si sono dette tutte disponibili a partecipare, pur senza “obbedire”, come ha avvertito la capogruppo di Forza Italia Anna Maria Bernini, o rinunciare al loro ruolo di critica, come ha riconosciuto giusto il capogruppo del Pd Andrea Marcucci parlando al Senato.

Anche all’interno della maggioranza i renziani non hanno certamente rinunciato alla loro peculiarità, sino a ricordare al governo che deve delle “scuse” agli italiani per ritardi e contraddizioni, come ha detto alla Camera l’ex ministra Maria Elena Boschi. E a prospettare, come ha ripetuto Renzi in persona al Senato, il ricorso ad una commissione parlamentare d’inchiesta, quando si sarà usciti dall’emergenza, per accertare cause e responsabilità di errori. Ma per adesso il partito dell’ex segretario del Pd sosterrà il governo con convinzione, suggerendogli tuttavia – lo ha fatto Renzi rivolgendosi direttamente a Conte con la formula del “caro presidente”- di seguire i consigli appena espressi da Mario Draghi sul Financial Times di spendere tutto il dovuto, senza remore per l’aumento del debito pubblico, come avviene in guerra. Lo stesso hanno fatto Casini e Matteo Salvini, spintosi quest’ultimo a ringraziare l’italiano forse oggi più famoso nel mondo.

Questi plurimi richiami all’ex presidente della Banca Centrale Europea, di un cui possibile governo di vera unità nazionale sono pieni da qualche giorno retroscena e cronache politiche, non sono forse piaciuti a Conte. Non sono certamente piaciuti ai grillini, il cui oratore al Senato, Gianluca Perilli, ha pronunciato un discorso assai duro contro le opposizioni, accusate di “ipocrisia” nella loro dichiarata disponiblità a collaborare. Gli attacchi diretti a Salvini –“monumento all’incoerenza”- e alla Meloni, avventuratasi in un salotto televisivo a definire “criminale” Conte, sono stati tali e tanti che ad un certo punto la presidente del Senato ha richiamato Perilli dicendogli di rivolgersi a lei, e solo a lei, come da regolamento.

Ma l’importante per l’oratore M5S era avere rivendicato di fatto la trazione grillina del governo, per quanto grande sia notoriamente la crisi d’identità e d’altro ancora del Movimento 5 Stelle, fermo intanto come un paracarro, al pari della destra post- missina e della Lega, contro il ricorso al cosiddetto fondo europeo salva- Stati.

 

Commenti 26 Mar 2020 18:00 CET

Furlan: «Così abbiamo tutelato tutti i lavoratori»

Accordo governo- sindacati. Nell’intesa con il governo sono state ridefinite meglio le filiere produttive per affrontare questa fase così difficile

«L’intesa che abbiamo trovato con il governo – spiega la segrtarfia Cisl – non è stata certo facile, ma è sicuramente un buon risultato che rassicura tutto il mondo del lavoro in questo momento grave e tragico per il nostro Paese. Abbiamo ridefinito meglio le filiere produttive davvero indispensabili per affrontare questa fase così difficile e particolare per la vita delle persone, modificando profondamente quella che era la prima lista definita dal decreto del governo di domenica scorsa». Sicurezza, il ruolo dei Prefetti Vanno tutelate le produzioni essenziali, il reddito dei lavoratori e la salute

L’Intesa

che abbiamo trovato ieri con il governo non è stata certo facile, ma è sicuramente un buon risultato che rassicura tutto il mondo del lavoro in questo momento grave e tragico per il nostro Paese.

Abbiamo ridefinito meglio le filiere produttive davvero indispensabili per affrontare questa fase così difficile e particolare per la vita del Paese e delle persone, modificando profondamente quella che era la prima lista definita dal decreto del governo di domenica scorsa. Si è scelto insieme di restringere, circoscrivere bene le produzioni davvero indispensabili per garantire la continuità del nostro sistema sanitario e del settore dell’agro- alimentare, cioè quelle che sono le produzioni essenziali nel nostro Paese in questo situazione di emergenza. I prefetti dovranno ora coinvolgere le organizzazioni sindacali nei territori per le autocertificazioni delle imprese, ed anche nel settore della Difesa, il governo si è impegnato a ridurre le produzioni, salvaguardando sole le attività essenziali.

Abbiamo chiesto come Cisl anche un intervento forte sull’Abi per il settore delle banche e sull’azienda Poste italiane per garantire la sicurezza in tutti gli uffici, viste le condizioni spesso inaccettabili per i lavoratori e per i cittadini che a migliaia ogni giorno si rivolgono agli sportelli di questi importanti servizi pubblici. In tal senso, il ministro Patuanelli si è impegnato ad intervenire per migliorare urgentemente le attuali condizioni anche di questi fondamentali segmenti lavorativi. Questa è un esigenza che per noi vale per tutti i luoghi di lavoro, dove va garantita l’applicazione del protocollo sulla sicurezza che abbiamo siglato una settimana fa a Palazzo Chigi con le associazioni imprenditoriali.

Dobbiamo riuscire a salvaguardare tutti i lavoratori e le lavoratrici, sospendendo le attività non indispensabili. Anche in questo modo si può combattere il diffondersi del virus nel nostro Paese. La tutela della salute resta per noi oggi l’obiettivo principale insieme alla salvaguardia delle produzioni essenziali e del reddito di tutti i lavoratori. Bisogna dotare chi lavora degli indispensabili dispositivi di protezione individuali in tutti i luoghi di lavoro. Questo vale soprattutto per gli operatori della sanità che si trovano a fronteggiare l’epidemia negli ospedali pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane.

Per questo il governo si è impegnato a monitorare congiuntamente con il sindacato l’applicazione di tutti i provvedimenti e del Protocollo sulla sicurezza. Siamo vicini a tutte le comunita’, alle persone colpite dal virus, a coloro che con grande senso di responsabilità, mettendo anche a repentaglio la propria salute e la propria vita, stanno garantendo i servizi ed il mantenimento, in una situazione grave, inedita e di emergenza, delle condizioni, per quanto possibile, normali di vita.

A loro e a tutti coloro che lavorano va oggi il nostro pensiero, la nostra gratitudine e la nostra vicinanza. Una cosa è certa: come in altri momenti difficili della storia del nostro Paese, il sindacato unitariamente non farà mancare il suo impegno per garantire il più possibile le tutele, le garanzie di salute e di sicurezza sul lavoro e nella vita quotidiana, anche nella prospettiva di ripresa e di ricostruzione che ci aspetta una volta sconfitto questa terribile epidemia.

 

Editoriale del Direttore 29 Feb 2020 07:45 CET

Una terapia shock dopo il virus

Il Covid-19 ci ha messo al tappeto provocando una lancinante ferita dell’immagine italiana nel mondo. Bisogna recuperare e alla svelta, mettendo in …

Ripartire si deve. E ripartiremo! Se non fosse una cosa maledettamente seria, si potrebbe ironizzare su imperativi che ricordano tempi andati, nonché tragici. Perché ripartire certo si deve: l’importante è capire verso dove.

Il Covid-19 è piombato sull’Italia come un meteorite avvelenato provocando contagi ed evidenziando disarticolazioni nel rapporto tra Stato e Regioni su materie delicatissime. I primi appaiono fortunatamente curabili; i secondi assai meno. Un bis di governatori che indossano la mascherina (Lombardia, Lega) o altri che platealmente disubbidiscono alla direttive del governo (Marche, Pd) non ce lo possiamo permettere. La coesione nazionale è un obbligo, non un optional. Come non ci possiamo permettere di andare in ordine sparso in trincea contro la recessione di cui il Coronavirus appare terrorizzante presagio.

Nel Palazzo si rincorrono funambolicamente astruse preveggenze e umbratili intese circa il futuro del governo Conte. Se l’attuale esecutivo sia il migliore per affrontare i mesi che ci stanno davanti o se bisogna voltare pagina, si vedrà. Quel che è certo è che la difficoltà economica unita al morbo che è arrivato dalla Cina sono una formidabile tenaglia che sta strozzando la parte più produttiva, moderna e concorrenziale del paese. Una parte che è amministrata da forze che sono all’opposizione. Qualunque via d’uscita venga individuata, immaginare di gestirla senza o contro quel pezzo di Paese, è velleitario e autolesionistico. Come impervio è immaginare di solcare la recessione imbarcando una pattuglia più o meno sparuta e spregiudicata di “responsabili”.

Il virus ci ha messo al tappeto provocando una lancinante ferita dell’immagine italiana nel mondo. Bisogna recuperare e alla svelta, mettendo in campo un senso di responsabilità che sembra più rarefatto dell’Amuchina. Siamo un Paese in continuo elettroshock, dove l’emergenza è il pane quotidiano. Tra poco si andrà alle urne per il referendum sul taglio dei parlamentari e poi si voterà in Regioni popolose ed importanti. Chissà chi avrà l’autorevolezza per una indispensabile operazione verità.

Commenti 15 Feb 2020 15:43 CET

Ma Draghi è solo un miraggio

INVESTITURE

La premiata ditta Matteo& Matteo, il Matteo che aveva Palazzo Chigi in tasca e se l’è giocato mutando una riforma costituzionale in un referendum su se stesso, e l’altro Matteo, quello che aveva Palazzo Chigi in tasca e se l’è giocato in spiaggia con un mojito, un’idea per l’Italia ce l’hanno. Sostituire Giuseppe Conte, chessó, con Mario Draghi. Sembra una barzelletta, ma non di quelle che racconta Berlusconi: davvero qualcuno può credere che l’ex presidente della Bce, l’uomo che ha combattuto per 9 anni contro le crisi dei debiti sovrani, salvando l’euro e praticando quel che si poteva in termini di politica economica europea, stia aspettando una chiamata dei due Mattei? E che risponderebbe loro positivamente?

Che i due credano alle loro stesse illusioni, entrambi con illusoria fortuna, è cosa di cui son purtroppo piene le cronache della politica quotidiana. Ma lanciare nell’agone a capocchia quel nome ( mentre Giorgetti ai giornalisti allunga sempre lo stesso ideale biglietto da visita, “io sono uno che parla con Draghi”…) rischia di servire solo a una cosa: a rivelare che anche Matteo& Matteo sanno che Conte resterà lí dov’è. Non perché sia il migliore dei premier possibili: perché non c’è al momento nessuna personalità, e tantomeno il quadro politico, pronto alla sostituzione.

 

Editoriale del Direttore 15 Feb 2020 08:05 CET

Il cupio c’è il dissolvi ancora no

EDITORIALE

Ricapitoliamo. Due anni fa subito dopo le elezioni, Matteo Salvini, inopinatamente (?), mollò il centrodestra con il quale si era candidato per fare il governo con l’M5S. Quindici mesi dopo, inopinatamente (?), abbandonò la coalizione populista- sovranista per tornare, però all’opposizione, con Meloni e Berlusconi. Fu un passaggio traumatico, mai spiegato fino in fondo: soprattutto agli italiani.

A settembre, inopinatamente (?), Luigi Di Maio col supporto di Rousseau, intrecciò un’alleanza con il nemico di sempre: il Pd “di Bibbiano”. E Nicola Zingaretti, inopinatamente (?), smontò dal destriero delle elezioni anticipate per aderire all’invito. Nello stesso tempo, inopinatamente (?), Matteo Renzi capovolse i suoi orientamenti per indossare i panni del sensale del matrimonio tra il Nazareno e il MoVimento: testimone di nozze Beppe Grillo.

Cinque mesi dopo, inopinatamente (?), compitando un copione di scontro continuo tra compagni di viaggio esattamente come accadeva con l’altro Matteo all’epoca del Papeete e sulle orme dell’ex ministro dell’Interno lasciando i suoi ministri al loro posto: mica la facciamo noi la crisi – Renzi vuole infilzare Giuseppe Conte, inossidabile premier. Il quale, con un acrobatico olpà, inopinatamente (?), pare punti a sostituirlo – tra i malinconici sospiri del Quirinale – con l’immancabile drappello di Responsabili, inossidabili soccorritori di ogni legislatura, Scilipoti docet. Nel frattempo il Matteo 1 è stato mandato a processo e Di Maio si è inabissato alla Farnesina salvo riemergere oggi in piazza contro, per pudore, non la Casta bensì il più sessantottino “sistema”.

Ecco, ci siamo. Tralasciando tutto il resto, il punto è proprio questo, il sistema. La crisi di governo non è stata dichiarata e magari neanche lo sarà: siamo maestri in questi giochetti. Ma quella di sistema è squadernata in tutta la sua gravità e immanenza. Al momento, senza praticabili soluzioni. Pensare di governare (?) in questo modo, è improbo. Pensare di andare a elezioni, è escluso. Cupio dissolvi? Beh, il primo c’è; il secondo non ancora. Aspettiamo.

 

Commenti 12 Feb 2020 21:30 CET

Attenzione, le parole sono pietre

La prescrizione può diventare facilmente la classica buccia di banana su cui ci scivola tutto, legislatura compresa

Mi rendo conto che con il tempo sono cambiati anche gli uomini, le abitudini, gli stili e le mode, ma dubito che il mio amico e compianto Aldo Moro, al quale pure il corregionale Giuseppe Conte ha più volte detto di ispirarsi. Per quanto il presidente del Consiglio sia arrivato alla politica attraverso un movimento non proprio moroteo, si sarebbe lasciato scappare a proposito dei suoi alleati di governo, per quanto scomodi, le parole e le immagini attribuite dai giornali, non so se a torto o a ragione, al presidente del Consiglio in carica. “Ricatto” o “provocazione”, per esempio, sono termini che mai Moro, abilissimo e felpato nell’uso delle parole, avrebbe adoperato a carico di un socialista o di un socialdemocratico.

La sfiducia al solo ministro è legittima ma fossi Renzi sarei cauto e imiterei Moro che ai suoi tempi nel centro- sinistra, con o senza il trattino, stavano praticamente come adesso un piddino e un renziano, alle prese con un loro scontro su un tema controverso, come è diventato con particolare asprezza in questi giorni il problema della prescrizione. Col quale peraltro penso anche che Moro avrebbe avuto, da professore di diritto quale anche lui era, con predilezione però per il penale rispetto al civile più caro a Conte, un approccio più prudente di quello scelto dall’attuale presidente del Consiglio. Matteo Renzi ha molti buoni motivi, per carità, per meritarsi almeno una parte della diffidenza o dell’antipatia riservatagli dagli avversari, data la sua innaturata esuberanza, o spavalderia.

Persino un amico ed estimatore dichiarato come Claudio Velardi, già collaboratore peraltro di Massimo D’Alema, ha contestato in un salotto televisivo l’immagine della “mossa del cavallo” appena adoperata da Renzi, prima di riunirsi con i suoi parlamentari, a proposito di una eventuale mozione di sfiducia “individuale” al Senato contro il guardasigilli grillino Bonafede.

Che è contrario a sospendere il blocco della prescrizione in vigore dal 1° gennaio, all’arrivo della prima sentenza di giudizio, sino a quando non sarà adottata una riforma vera e garantita del processo penale. La cui «ragionevole durata» genericamente imposta dall’articolo 111 della Costituzione dovrà tradursi in tempi certi e definiti, non rimanere più appesa alle parole. I contrasti esplosi sulla materia dentro il governo e la maggioranza – provocati dalla dabbenaggine con la quale i leghisti alla fine del 2018 consentirono agli alleati grillini di mettere nel codice la prescrizione targata Bonafede senza l’esplicita contestualità con la promessa riforma del processo penale- sono troppo seri per essere liquidati alla stregua di una lite da cortile, di una partita strumentale, cioè propedeutica o funzionale a chissà quali e quanti altri giochi politici.

Renzi ha dalla sua parte, nel braccio di ferro che sta conducendo con le altre parti di una maggioranza peraltro da lui voluta, promossa e quant’altro in funzione antisalviniana nella scorsa estate, procuratori generali, il primo presidente della Cassazione, presidenti di Corte d’Appello, presidenti emeriti della Corte Costituzionale, avvocati e persino una parte del sindacato delle toghe pur schieratosi nei suoi vertici con Bonafede. Non mi sembra francamente poco, come non è sembrato poco sul Corriere della Sera ad Angelo Panebianco qualche giorno fa. Anche l’ipotesi, certamente clamorosa in sé, chiamiamola pure esplosiva, di una ritorsiva mozione di sfiducia contro il ministro della Giustizia al Senato, dove i renziani sono numericamente decisivi per la tenuta della maggioranza, non può essere liquidata, come ha fatto il capo della delegazione del Pd al governo Dario Franceschini, come una iniziativa bislacca, contestabile per il solo fatto di minacciare la sopravvivenza del governo.

Dove Bonafede in effetti non è solo il ministro della Giustizia ma da qualche settimana anche il capo della delegazione grillina, al posto dell’ormai ex capo del movimento, e ministro degli Esteri, Luigi Di Maio.

Franceschini, peraltro di ispirazione morotea pure lui come Conte, non può ignorare che fu proprio al Senato, e per iniziativa del partito in qualche modo all’origine del Pd, che decollò nell’autunno del 1995 contro l’allora guardasigilli Filippo Mancuso l’istituto della sfiducia “individuale”.

Che, respingendo un ricorso successivo dello stesso Mancuso, la Corte Costituzionale sancì con un suo verdetto di legittimità, separando sul piano istituzionale la sorte di un ministro da quella del governo, allora presieduto da Lamberto Dini.

Sarebbe quindi il caso che tutti, ma proprio tutti, si dessero una calmata in questo scontro all’arma bianca sulla prescrizione. Che rischia di diventare la classica buccia di banana su cui scivola tutto, anche la legislatura così avventurosamente – diciamo la verità – salvata in occasione dell’ultima crisi, con un acrobatico cambiamento, o capovolgimento, di maggioranza a guida ineditamente invariata.