Editoriale del Direttore 2 Apr 2020 07:00 CEST

La leadership che serve per convivere col virus

Adesso è ufficiale: staremo chiusi in casa fino a Pasquetta.

02Con alcune Regioni che vietano quello che i ministeri consentono; virologi che dicono una cosa e altri che scuotono la testa, tutto rigorosamente e perennemente in tv; il governo che si affida agli scienziati i quali dicono che le responsabilità ultime sono delle autorità politiche. Va bene, è il Cigno nero, la pandemia che non ti aspetti, l’emergenza che ha colto tutti di sorpresa. Una prova durissima: si può sbagliare, restiamo uniti e vinceremo, eccetera. Questo va bene per la comunicazione.

Poi c’è la realtà, con l’assalto al sito dell’Inps che è un segnale di disperazione che guai a sottovalutare. In fondo è semplice. Poiché per il vaccino bisognerà aspettare, se va bene, un annetto e poiché è impossibile estendere la quarantena – in particolare economica – per lo stesso periodo, è chiaro che con il virus dovremo convivere per un po’. Perciò c’è una priorità: evitare che la confusione che ha accompagnato e contraddistinto le misure di lockdown progressivamente inasprito, si riproponga – magari perfino moltiplicata – nel momento in cui bisognerà riaccendere le attività produttive, riaprire i negozi, riconsentire gli spostamenti e così via.

Diciamo che se il buongiorno si vede dal mattino, le premesse non sono entusiasmanti. Il vetriolo polemico è scorso in grande misura, ma la tracimazione è dietro l’angolo. Diciamo subito che è un rischio che non possiamo permetterci di correre. Gli indicatori economici sono agghiaccianti e per affrontare il dopo-virus servirà chiarezza di intenti, compattezza di comportamenti, saggezza di procedure. Insomma servirà un leadership capace di misurarsi con la enorme e drammatica complessità della ricostruzione e del rilancio del Paese. Una leadership in grado di parlare con chiarezza e senso di verità ai cittadini, evitando furbizie e propaganda, guadagnandosi il prestigio e l’autorevolezza per stare al tavolo della Ue garantendo la tutela degli interessi nazionali. Al momento, una leadership di tale spessore fatica ad emergere. E il tempo scorre assai in fretta.

P.S. Chiedo scusa se approfitto di un elemento personale. Oggi è un anno di direzione de Il Dubbio. Un orgoglio e un onore. Ringrazio l’editore, l’amministratore unico, i colleghi e tutti quelli che contribuiscono a rendere possibile questa avventura. Ringrazio soprattutto i lettori: continuate a seguirci, cercheremo di non deludervi.

Commenti 25 Mar 2020 20:00 CET

Quinto Fabio Giuseppi

Per tradurre I decreti del sor tentenna bisogna rivolgersi alla sibilla cumana. Ma non si può essere certi di venirne a capo

Giuseppe Conte? È Quinto Fabio Massimo redivivo. Sì, proprio lui: il Temporeggiatore. Di continuo ha preso tempo quando di tempo non ce n’è più. Conte, il Quinto Fabio Massimo redivivo mago dello sprint alla venticinquesima ora

Giuseppe Conte? È Quinto Fabio Massimo redivivo. Sì, proprio lui: il Temporeggiatore. Di continuo ha preso tempo quando di tempo non ce n’è più. Perché il numero dei positivi al virus e dei decessi è in aumento, anche se forse c’è motivo di speranza. Ma il presidente del Consiglio, indeciso a tutto, per settimane ha continuato a traccheggiare. Ha proceduto a tentoni. Un passettino alla volta, sempre più ravvicinati e mai risolutivi. Tra mille ripensamenti è andato avanti con il freno a mano. Come se avesse paura del coraggio. Strano, molto strano. Perché non è stato eletto da nessuno. Non è né deputato né senatore. Perciò sarebbe nelle migliori condizioni per adottare misure drastiche. E invece, come uno sperimentato politico di professione, è andato a rimorchio dell’opinione pubblica anziché, alla maniera di Winston Churchill, metterla di fronte al fatto compiuto. Una contraddizione manifesta? Fino a un certo punto. A pensar male, si sa, si fa peccato ma s’indovina. Perciò non sarà male rievocare una storiella che ha come protagonista Giovanni Malagodi. Un caro amico del vecchio segretario del Pli gli domanda a bruciapelo: “Perché, visto e considerato che non sei più un giovincello, non ti dissoci dal tuo successore Valerio Zanone, a differenza di te con il torcicollo a sinistra?”. Ecco la risposta: “Dovrò pur pensare al mio futuro!”. Da quando Conte ha dichiarato che non ci pensa proprio a tornare alla cattedra universitaria fiorentina di diritto privato e all’avvocatura, ha gettato nella più cupa disperazione i Matteo Salvini, i Matteo Renzi, i Luigi Di Maio. Cioè tutti coloro che a vario titolo non vedevano l’ora di toglierselo di torno.

Fatto sta che da quella dichiarazione l’uomo è cambiato. Guarda di continuo i sondaggi e se ne compiace. È convinto di avere il sole in tasca. Tanto più che i suoi avversari vecchi e nuovi, chi più e chi meno, si stanno logorando. Ma proprio perché è entrato a tutti gli effetti nell’arengo della politica dalla porta principale guadagnandosi sul serio e non a parole i galloni di premier, dopo essere stato relegato nel retrobottega di Palazzo Chigi, l’uomo procede con i piedi di piombo e tra mille contraddizioni. Niente è più eloquente dei decreti del presidente del Consiglio. Che dicono e non dicono. Nella migliore tradizione democristiana. Da Arnaldo Forlani a Tommaso Morlino, capaci di parlare per ore senza – di proposito – dire niente. Ma prima ancora valga l’esempio di Attilio Piccioni ai tempi in cui era segretario della Dc. Nel corso di una delle tante ingarbugliate crisi ministeriali che ci sono piovute tra capo e collo, i giornalisti lo avvicinano per avere lumi. Piccioni allarga le braccia e con un filo di voce esala un enigmatico “mah”. Dopo di che, pentitosi di essersi esposto fin troppo, torna sui suoi passi ed esclama: “Sia chiaro, ragazzi, io non ho detto niente”. Ecco, per non essere da meno, Conte si esprime nei suoi decreti come la Sibilla cumana. Chi ci capisce è bravo. E gl’interpreti vanno a ruba. A furia di predicare calma e gesso, quasi che la situazione non fosse disperata, ha messo in confusione perfino il ministro della Salute. Infatti l’ordinanza adottata il 20 marzo da Roberto Speranza ( nomen omen) è meno di un pannicello caldo. Innova per modo di dire. Recepisce in buona sostanza quanto già stabilito da sindaci e presidenti di regione. Come la chiusura di parchi e giardini. Come la chiusura degli esercizi di somministrazione di alimenti e bevande nelle aree di servizio e rifornimento carburante. Non consente l’attività ricreativa all’aperto, è vero. Ma permette l’attività motoria in prossimità della propria abitazione. Un codicillo meramente interpretativo dei decreti contiani, conditi dalla raccomandazione – un pio auspicio – di starsene a casa. Ma il dolce viene in fondo. L’ordinanza stabilisce che «nei giorni festivi e prefestivi, nonché in quegli altri che immediatamente precedono o seguono tali giorni, è vietato ogni spostamento verso abitazioni diverse da quella principale, comprese le seconde case utilizzate per vacanza».

Un periodare contorto e alquanto sibillino. Ma a lume di logica ne dovrebbe conseguire che nei giorni infrasettimanali – martedì, mercoledì e giovedì – si possono intasare strade e autostrade della Penisola per raggiungere località marine e montane a piacimento. E percorrere – perché no? – centinaia di chilometri. Dalle Alpi alla Sicilia. Un provvedimento classista partorito da un governo di centrosinistra. E chi non ha seconde case? Con che cuore si impedisce a costoro di fare un picnic vista mare in omaggio alla par condicio? Insomma, un delirio. Un’ordinanza, per usare un aggettivo caro a Giovanni Spadolini, per certi aspetti demenziale. Non a caso corretta domenica da un’altra ordinanza di Speranza che vieta ai cittadini di trasferirsi o spostarsi con qualsiasi mezzo in comune diverso da quello in cui si trovano. Disposizione ribadita dal coevo Dpcm.

Dopo una serie di tira e molla tra le regioni e un governo fino all’ultimo irresoluto, meglio tardi che mai Conte ha preso atto del grido di dolore delle regioni e dei comuni. E, dismessi i panni del sor Tentenna, si è adeguato. Ma obtorto collo. E a modo suo. Comunicando la decisione via Facebook prima di metterla nero su bianco in tutti i dettagli. Lasciando a bocca asciutta sia la stampa sia le Camere. Alle quali si rivolgerà domani. Non tanto sua sponte, ma perché pressato discretamente dal Quirinale e a viva voce dalle opposizioni. È stata quella dell’ennesimo dpcm, adottato domenica alla venticinquesima ora, la scelta migliore. Anche se il provvedimento restrittivo non è, tanto per cambiare, di una chiarezza cartesiana. Per la gioia e la delizia degli interpreti.

 

Editoriale del Direttore 19 Mar 2020 07:00 CET

Troppi rischi se la pandemia svilisce la democrazia

Forse qualche lettore si sarà sorpreso del fatto che ieri abbiamo messo in evidenza in prima pagina la figura del presidente del Consiglio. Lo abbiamo fatto nel nostro stile: con sobrietà, accostando le opinioni di chi per storia professionale o sapienza istituzionale può esprimere valutazioni condivisibili o meno, ma comunque appropriate. Lo abbiamo fatto soprattutto per evidenziare il fatto che in campo c’è solo lui; il premier. Con il carico di responsabilità e di potere che da questa condizione gli deriva.

Il resto è silente, messo in simbolica quarantena oppure racchiuso in una dimensione necessariamente di moral suasion, fondamentale ma che rischia di restare eterea. La dialettica democratica, la grammatica del bilanciamento dei poteri ne risulta sconvolta. Deputati e senatori “rappresentano” i cittadini perché sono stati eletti da loro. È appena il caso di ricordare che l’attuale capo del governo – pienamente legittimato e operante nel totale nel rispetto delle sue funzioni – non è stato eletto da nessuno. Palazzo Chigi sforna decreti a ripetizione perché è giusto e necessario. Al contrario, il Parlamento che dovrebbe discuterli, esaminarli e votarli è interdetto dall’emergenza sanitaria e balbetta modalità che faticano a sedimentarsi. Non ci sono precedenti di una situazione simile, è vero. Ma questo non può diventare un alibi per l’inanità. Chi suggerisce l’uso di tecnologie che soccorrano procedure e modalità scompaginate dal virus non lo fa per annichilire un insuperabile presidio democratico. Chi si àncora a vincoli costituzionali non lo fa per anchilosi mentale o per omaggio ad anacronistiche regole. E’ urgente individuare meccanismi validi e condivisi affinché la linfa della rappresentanza popolare possa trovare sbocchi ed esprimersi senza limitazioni di sorta. Mai come nei momenti di crisi – e davvero nessuno può negare che questo lo sia – è decisivo che cittadini e istituzioni marcino all’unisono, senza divaricazioni, senza “distanze” oltre quelle che già ci sono e segnano dolorosamente la disaffezione nel momento in cui si aprono le urne e si scoprono vuote di partecipazione. Il Parlamento deve funzionare, gli “eletti dal popolo sovrano” non sono robot sostituibili. O manovrabili.