Commenti 31 Mar 2020 19:00 CEST

Troppa concitazione e scelte istintive nascondono novità e opportunità, ma il dopovirus va preparato

L’Europa non ha saputo superare le sue ambiguità e quanto accade era già scritto. Come uscirne? Solo con gli stati uniti d’Europa

Il tempo che viviamo, senza dubbio terribile sia nella sua attualità sia nelle incertezze del futuro, tuttavia contiene una serie di opportunità che sarebbe ancor più grave, sul piano storico, non cogliere ed utilizzare. Ma perché ciò abbia luogo è indispensabile saper leggere i “segni” del tempo e, soprattutto, muovere dalla consapevolezza della situazione e della sua epocalità. Eppure pare che questa difficile ma ineludibile opera non sia affatto iniziata. Prendiamo la consapevolezza: mostra di non averne molta chi continua a proporre il paragone con il secondo dopoguerra; le affinità sono davvero poche. Non si può certo raffrontare l’odierna stagione con una società che aveva fatto i conti con l’incubo della fame, che aveva consuetudine con la morte, che era assuefatta al sacrificio; agli italiani – tra l’altro dopo il decennio della Ricostruzione ed una cospicua messe di aiuti americani- dovette sembrare un paradiso già la sola disponibilità di un’abitazione con bagno interno, la possibilità di un lavoro, anche se conquistato pagando il prezzo dello sradicamento sociale e culturale, ed addirittura la prima autovettura e le vacanze estive. Tra l’altro, era una società che godeva ancora delle consolidate certezze di valori e paradigmi delle generazioni anteriori, mentre la ricerca di nuove strade, di cui il ’ 68 fu effetto, era pur sempre mossa da orizzonti culturali tendenzialmente “ideologici”, ovvero connessi ad una visione complessiva e di sistema. Né di maggiore pertinenza pare il riferimento alla crisi del 2008, che come è noto, pur con rilevantissime conseguenze sociali ( si pensi alla catena di suicidi di imprenditori), fu sostanzialmente una crisi finanziaria, certamente globale, ma non con i caratteri della pervasività generale che presenta quella in corso. Dunque occorre essere consapevoli della gravità e, per alcuni versi, della novità del momento che attraversiamo. Invece si ha la sensazione che il deficit di consapevolezza, unitamente alla concitazione delle situazioni, stia guidando scelte istintive, destinate ad aumentare la “tossicità” del contesto attuale e soprattutto futuro. Di ciò è riflesso esatto l’approccio europeo; si guarda all’attualità senza rendersi conto che la crisi che l’Unione vive è il risultato di un processo storico consumato per tappe e che, d’altro canto, non è in discussione il solo meccanismo di aiuto all’Italia ( eurobond o MES): non è questione di formule ma di identità e sopravvivenza stessa del progetto europeo. Eppure siamo a questo punto non per caso; dal fallimento dei referendum per l’approvazione della cosiddetta “Costituzione europea” in avanti si sarebbe dovuto comprendere che altro esito non ci sarebbe stato. L’unificazione europea aveva raggiunto il punto limite consentito dal metodo gradualista e funzionalista; la scelta del processo per step, che dal Trattato di Roma in poi ha accompagnato l’unificazione, ha avuto successo; è ingeneroso sostenere che abbiamo avuto decenni di Europa dei “mercanti”. E’ sotto gli occhi di tutti che, per quanto con lo strumento dei trattati e con il filtro del modello del mercato, cinquant’anni di unificazione hanno consentito l’emersione di nuovi diritti fondamentali ed hanno fatto pervenire alla piattaforma di valori e principi contenuti nella Carta di Nizza. Perduta l’occasione della vera costituzionalizzazione, era prevedibile che, in particolare dopo la moneta unica, il “re sarebbe apparso prima o poi nudo”. Ed oggi la pandemia sta mostrando la nudità di un’Europa che determina la gran parte delle scelte dei singoli Stati , influenza, sebbene attraverso la leva finanziaria, i destini dei popoli, concorre alla legislazione interna – soprattutto nei rapporti economici- in maniera quasi prevalente, ma non è sorretta da una bagaglio di opzioni valoriali condivise e da una legittimazione democratica.

Se si comprende che questa, come ogni crisi, nel suo senso etimologico, può costituire una grande opportunità di progresso, l’unica destinazione possibile, se vi si crede ancora, sono gli Stati Uniti d’Europa. Ma non è quanto emerge dalla contraddittorietà delle politiche degli Stati membri, che ora rivendicano appartenenza europea, ora – penso alla Germania ed alla sua partnership con la Cina- praticano scelte uni o multilaterali. Perché il quadro che ci attende è incompatibile con le ambiguità che abbiamo vissuto sin qui? Semplicemente perché tra non molto farà irruzione la storia nella sua quotidianità, nella sua durezza e crudezza. In questi giorni un imprenditore mi illustrava – ovviamente, preoccupato – la sua situazione: vive di anticipazione bancaria e le banche gli hanno comunicato che non sconteranno più fatture che non siano del settore food dopo la decretazione di urgenza di questi giorni. In altre parole, il virus chiama ad un cambio dei paradigmi tradizionali, per cui nulla sarà come prima, gli equilibri tra poteri dello Stato, la gestione del credito, il welfare. Servirà il patrimonio, anche morale, dell’essere europei, quello che ci fa diversi anche dal resto dell’Occidente oltre che dal mondo. Se sarà offuscato da calcoli egoistici, il virus avrà fatto il danno più grande ed il tributo terribile di vite umane di questi giorni sarà stato vano.

* Ordinario di Istituzioni di Diritto Privato- Università di Salerno

 

Commenti & Analisi 31 Mar 2020 17:00 CEST

Mentre gli egoismi nazionali trionfano iperliberismo e mercati sono alle corde

Avvertiamo i limiti delle ricette tradizionali che hanno formato le nazioni nel corso dei secoli

Ci si interroga su come sarà il mondo dopo il Coronavirus. Le scuole di pensiero, al momento, si dividono almeno in due grandi filoni. Ci sono quelli, non tanti, in verità, che pensano che tutto tornerà come prima. Nei comportamenti individuali, come in quelli collettivi. Nella geopolitica e nella geoeconomia. All’opposto, la platea di coloro che affermano che “niente sarà più come prima” si allarga ogni giorno.

Anzi, più la pandemia si diffonde, più aumentano i contagi e si contano i morti, più crescono le probabilità di una palingenesi terrestre dai contenuti ancora tutti da definire.

Ora, appare evidente che abbiamo a che fare con un mostro sconosciuto e invisibile, che ha infettato la nostra vita e stravolto i ritmi quotidiani di una parte consistente di umanità, costringendo in quarantena circa un miliardo e mezzo di persone. Così come è di piena evidenza che, nei termini in cui si cerca di arginare il Covid- 19, si è imposta, dopo iniziali tentennamenti, una omogeneità di azioni restrittive e cautelative, sia nei regimi autoritari e dittatoriali sia nei sistemi democratici. Cambiano i metodi, ma la sostanza è la stessa. Tutti chiusi fra le mura domestiche, sperando che il virus si depotenzi e rallenti la sua corsa.

Nell’attesa messianica di un vaccino che ci liberi dal Male, qualcosa, in effetti sta già cambiando. Forse, non ne abbiamo ancora piena coscienza e non riusciamo a percepirne gli effetti. Non ci riferiamo alla psiche delle persone, al loro modo di comportarsi, una volta tornate alla normalità e superata la paura. Né ai modelli e agli stili di vita in comune che si assumeranno negli anni avvenire. Questa è materia di psicologi, sociologi, antropologi. Qui ci interessa sondare alcuni elementi che si muovono nell’ombra. Ma che, statene certi, di qui a non molto, apriranno spazi smisurati di confronto e di riflessione, fino a mettere in discussione paradigmi, categorie e sistemi ( non solo di governo), mandando a ramengo antichi capisaldi giuridici ed economici su cui abbiamo fissato “incrollabili” certezze e solidi ideali.

Amin Maalouf, acuto saggista e romanziere libanese, in un bellissimo libro di poco tempo fa, aveva spiegato come siamo giunti alle soglie di un naufragio globale. Che riguarda tutte le civiltà. La causa l’aveva riassunta nella Frammentazione: “La paura più grande è quella di vedere gli elementi che frammentano la società umana prevalere su quelli che la uniscono”. Difficile dargli torto. Viviamo il paradosso sconcertante di un mondo che non smette di fare progressi, nelle innovazioni tecnologiche e nello sviluppo economico, ma che in altri ambiti essenziali, soprattutto per quel che riguarda i rapporti tra le diverse comunità umane, langue e sembra perfino regredire.

Il Coronavirus non ha forse amplificato egoismi nazionali e messo in luce solidarietà farlocche tra Nord e Sud dell’Europa, e persino nel cuore stesso di un continente apparso disunito e recalcitrante anche nel fornire aiuti umanitari al nostro Paese? Cos’è la perdita di senso civico se non la denigrazione del ruolo regolatore dello Stato e il decadimento di valore di ogni autorità costituita? Non stiamo forse saggiando sulla nostra pelle la diminuzione costante dei fattori di coesione, nel mentre combattiamo la più dura lotta per la vita che il destino ci abbia inferto dalla fine della guerra? Ciò è tanto più evidente quanto più sono in gioco gli interessi dei singoli Stati e delle diverse nazioni.

Avvertiamo i limiti delle ricette tradizionali che hanno formato le nazioni nel corso dei secoli. Allo stesso tempo appaiono messi all’angolo, privi ormai di forza vitale, gli stessi organi internazionali chiamati a scandire una linea retta in grado di convogliare le popolazioni della Terra verso un comune destino. E se, fino all’altro ieri, erano i mercati, lasciati alla “mano invisibile” di Adam Smith, i luoghi nei quali affogare ogni ansia di consumo e di edonismo, ora anche sui lidi iperliberisti affiora l’idea che sia lo Stato a riprendere in mano le leve dell’economia, e a mettere vincoli contro il dumping sociale e la corsa alle speculazioni, alimentate da una globalizzazione non governata. Le ombre prendono forma. La pandemia ci chiama a riequilibrare i rapporti tra lo Stato e i mercati. Mentre l’Europa, se non vorrà scomparire del tutto dopo essere finita ai margini, schiacciata dal nuovo tripolarismo di Usa, Cina e Russia, dovrà ripensare se stessa. E diventare quel che non è mai stata.

 

Commenti 5 Dec 2019 12:35 CET

Perché la Destra non può non dirsi europeista

Il vecchio continente tra geopolitica e opportunismi. Storicamente e culturalmente è sempre stata federalista ma va difesa la nostra sovranità. Senz…

Il dibattito sul fondo “salva Stati” ha fatto riemergere idiosincrasie che ritenevamo riposte nell’ambito della propaganda contro l’’ Europa da parte della Destra. Di quale Destra è difficile dire, posto che la Lega sembra essersi adattata “abusivamente” ad essere qualificata in tal modo, mentre FdI avrebbe tutti i titoli per rivendicare la sua discendenza dalla Destra nazionale e sociale, ma non sembra incline a farlo, preferendo presentarsi come un soggetto riformista- conservatore, tendenzialmente “sovranista”, evitando di precisare la sua essenza culturale.

Perciò nella confusione che domina il versante di Centrodestra, dove anche la residuale Forza Italia risulta piuttosto sbandata sul tema, è difficile che l’orizzonte si schiarisca nel mentre i dissensi sul provvedimento si acuiscono e fanno emergere un anti- europeismo che non ha mai fatto parte del bagaglio politico- culturale della Destra che è stata. Nè nella versione post- fascista, né in quella missina e tantomeno quando si è identificata con Alleanza nazionale. Certo, la critica ai meccanismi gestionali ed alla governance in generale dell’Unione ha avuto ed ha fondamenti solidi, perfino condivisi da personaggi come Emmanuel Macron ed Angela Merkel, al punto che da tempo s’invoca una riforma delle istituzioni comunitarie.

La Destra, oltretutto, non è mai stata fautrice dei Trattati di Maastricht e di Amsterdam, pilastri dell’Unione, ma l’avversione contro due dei documenti- cardine non le ha impedito di sostenere la coesione continentale ed immaginare addirittura una Confederazione europea.

Insomma, la vecchia idea di “Europa Nazione” è stato uno degli asset ideologici della Destra declinata in qualsiasi modo. E a nessuno è mai venuto in mente di sostenere la contrapposizione tra gli Stati nazionali e la prospettiva di integrazione degli stessi in un’unità geopolitica. Tale esigenza è oggi quanto mai d’attualità da esimerci di spiegarne le ragioni a fronte di scenari planetari che dovrebbero indurre gli europei a cercare motivi di coesione piuttosto che di divisione: il tempo di una riforma che salvaguardi maggiormente le sovranità statuali nell’ambito di una sovranità europea effettiva e fondata su canoni culturali, oltre che su esigenze politiche ed economiche verrà. È inevitabile, a meno di non volersi far colonizzare da potenze le cui dinamiche stanno dispiegando sull’Europa esercizi muscolari preoccupanti.

La Destra, perfino astrattamente intesa, non può che stare dalla parte della vecchia Europa in ogni caso, e cercare perfino legami con altre aree che vorrebbero sfuggire alla sottomissione di aggregati neo- coloniali agguerriti finanziariamente, tecnologicamente, demograficamente. Mi vengono in mente antiche parole di Paul Valéry: “Gli sciagurati europei hanno preferito giocare ad armagnacchi e borgognoni, anziche ´ farsi carico su tutto il globo della grande funzione che nella societa` della loro epoca i Romani avevano saputo assumere e sostenere per secoli. In confronto ai nostri, il loro numero e i loro mezzi non erano nulla; ma nelle viscere dei loro polli essi trovavano piu` idee giuste e coerenti di quante non ne contengano le nostre scienze politiche».

Mi sembra ci sia della follia nell’insistere sull’antieuropeismo quando occorrerebbe trovare nell’interesse stesso delle nazioni la giustificazione a tenere unito quel che rischia di rompersi definitivamente.

Nazioni come l’Italia o la Spagna si stanno letteralmente disfacendo, mentre dovrebbero contribuire, in ossequio alla loro storia ad essere il traino della costituzione europea. Lo spossessamento delle ragioni della nazione, di fatto in egual misura colpisce diversi Stati e insieme l’Europa: gli uni e l’altra sono destinati a diventare ancor più entita` meramente economiche, funzionali a un disegno strategico coerente con le logiche globaliste dominanti nel Grande Gioco che si sviluppa tra Washington, Pechino e Mosca.

In questo quadro, la «regionalizzazione» dell’Europa ( sostenuta da certe sedicenti Destre) piu` spiccata in Italia e in Gran Bretagna, ma anche la Spagna non ne è immune ( Catalogna e Paesi Baschi) dove, unita` subnazionali omogenee, per dirla con Ralf Dahrendorf, «si uniscono con una formazione sopranazionale retorica e debole», e` foriera di conflitti interni agli Stati e di indecisionismo congenito negli stessi per cio` che concerne i rapporti esterni. E a questo qualsiasi Destra dovrebbe essere particolarmente sensibile.

Insomma, quell’Europa Nazione che sola potrebbe dare un senso all’unione dei popoli del Continente, liberando gli Stati in una dimensione piu` grande e rendendo le diverse culture componenti organiche di una identita` sulla quale fondare un aggregato geopolitico dalle dimensioni imponenti avente le caratteristiche e la forza di un impero, dovrebbe essere la prospettiva delle Destre continentali coerenti con le loro storie.

Era ed e` un sogno? Dopo Carlo V non vi e` stata epoca nella quale non lo si sia coltivato infrantosi contro i bizantinismi regionalisti e gli egoismi nazionali. L’idea della nazione europea non riuscirono a sbaragliarla le orde dell’Est e dell’Ovest che nel 1945 piantarono le loro bandiere sul corpo disfatto del nostro Continente. Non e` stata vinta neppure dal piu` lungo e angoscioso dopoguerra che la storia ricordi, quando sull’Europa, e in particolare sulla Germania divisa, si addensarono tensioni politiche che piu` di una volta fecero temere il peggio. Non ha avuto ragione di essa neanche il colonialismo piu` volgare che sia stato dispiegato a danno di interi popoli. Non e` venuta meno neppure quando sembrava che i cavalli dei cosacchi stessero per abbeverarsi nelle fontane di piazza San Pietro. Possono i sovranisti, apparsi improvvisamente sulla scena, decretare la fine del progetto europeo iscritto nella storia dei popoli ritrovatisi fin dai secoli succeduti alla catastrofe dell’impero romano?

Gli stessi soggetti che hanno levato i calici quando i “barbari” hanno smobilitato dal cuore dell’Europa, or sono trent’anni, come possono adesso avversare l’idea stessa dell’Europa politica, mentre le burocrazie che la governano ( esse sì da mettere sotto accusa) sono i terminali dell’alta finanza e della tecnocrazia, della moneta unica declinata in chiave germanica che certo non fa bene ai circa trenta milioni di disoccupati che tali purtroppo resteranno, ne ´ offrira` maggiori occasioni di coesione agli Stati membri nei quali cresce la diffidenza dell’uno verso l’altro?

L’Europa che tende a nascondere il conflitto latente tra gli Stati dell’Unione, i quali, come tutti i commercianti del mondo, cercano di ricavare il massimo profitto dalla loro posizione a discapito di altri, necessita di una compattezza come se fosse in guerra. Se non si acquisisce, insomma, una chiara idea di nazione- continente, non ci sara` nessuna possibilità per realizzare una reale ed armonica Europa unita. E gli Stati seguiranno la sorte che toccherà a Bruxelles e a Francoforte quando dovranno ratificare decisioni prese da un’Oceano all’altro.

Nazione ed Europa pertanto non vanno considerate separatamente, come la storia degli ultimi due secoli insegna. Entrambe, diceva Friedrich Meinecke, sono piuttosto apparse come «una bipolarita` inscindibile di interessi spaziali». Infatti, sono stati i vari e diversi popoli europei, soprattutto quando hanno assunto caratteristiche specificita` nazionali, che hanno fatto l’Europa come identita` rendendola, secondo l’espressione di Jean- Jacques Rousseau, una «societa` reale» dotata di un sentire comune grazie al retaggio religioso, tradizionale, storico, culturale.

Ma e` altresi` l’Europa, come osservo` con molta lucidita` circa cinquant’anni fa Carlo Curcio, ( dovrebbe essere, come fu, considerato uno dei padri intellettuali della Destra, purtroppo dimenticato), «terra di nazioni» e cioe` che «senza quel corso di eventi e quel moto di idee, che hanno creato la moderna Europa, non vi sarebbero state le nazioni europee; ma dovrebbe essere facile ammettere che senza le sue nazioni l’Europa non avrebbe avuto ne ´ vita, ne ´ senso; quella vita e quel senso, di cui gia` da secoli, lentamente, ma sempre piu` chiaramente, ci si e` accorti, sia pure con una evidente visuale nazionale».

Da qui alla considerazione che l’idea dell’Europa e` fondamentalmente un’idea politica, il passo e` breve. Al di fuori questa visione c’e` soltanto l’Europa mercatista : una non- idea dell’Europa, o meglio, un’idea priva di storia e l’Europa che ne scaturisce è l’Europa degli interessi particolari e dei bisogni fittizi, degli egoismi e dei consumi. Non e` neppure lontanamente l’Europa dei popoli e delle patrie. Ma per realizzare qualcosa, che le assomigli, non si può buttare a mare l’idea stessa dell’unità continentale abbracciando particolarismi che già un secolo fa erano obsoleti. Di questo almeno la Destra dovrebbe essere più che consapevole.

 

Masochista sparare sull’Europa

Se dunque la Ue è essenziale, altrettanto essenziale risulta lavorare per modificarne gli aspetti negativi

Sfrondato delle asperità verbali e dal clima rissaiolo che tuttavia minaccia di sviluppare altre puntate e andando al succo della questione, il dibattito in Parlamento sul Meccanismo Europeo di Stabilità – argomento decisivo che merita il più accurato approfondimento – ha confermato una cosa che tutti sappiamo e molti aggirano. Cioè che il legame tra l’Italia e l’Europa non solo è storicamente obbligato ma anche indissolubile in quanto conveniente. Nel senso che è interesse decisivo di Roma stare dalla parte di quelli che le regole le scrivono piuttosto che da quella che le subiscono.

Che il nostro stratosferico debito pubblico è senz’altro sostenibile come ha assicurato Giuseppe Conte ma che per farlo rimanere tale dobbiamo spendere un mucchio di miliardi di euro che potrebbero essere meglio impiegati, se il debito diminuisse, in infrastrutture e servizi. Per cui l’incubo non deve essere la “ristrutturazione” o il consolidamento, che pure sono spettri da allontanare. Quanto vanificare un serio piano di costante diminuzione.

In Italia non ci pensa nessuno, in Europa non fanno altro: bella forbice da stroncare. Se dunque la Ue è essenziale, altrettanto essenziale risulta lavorare per modificarne gli aspetti negativi che zavorrano la sua azione. L’Italia può e deve farlo a condizione che la sua forza e autorevolezza, oggi declinanti, riprendano vigore.

Litigare con alleati storici e strizzare l’occhio a player al di là degli Urali o della Muraglia può magari solleticare l’ipertrofia egoica di qualcuno, ma è assai dubbio che faccia bene al Paese.

Se davvero – ma come fare a crederlo? – fosse questo il risultato del confronto nelle aule parlamentari, il passo in avanti risulterebbe importante e positivo. Se invece di qui al voto della prossima settimana la bagarre continuasse e le spinte anti- europee così ben posizionate dentro e fuori la maggioranza avessero il sopravvento, il rischio sarebbe di logorare ancor più il prestigio dell’Italia spalancando le porte ad una nuova fiammata di polemiche di stampo mediatico ed elettoralistico del tutto autolesionistico.

Proprio ieri Boris Johnson ha annunciato che se vince le elezioni farà come gli Usa: per visitare Londra, ci vorrà un visto. Quelli che da noi immaginano la stessa cosa sono simili a chi guida a fari spenti nella notte per vedere l’effetto che fa. Se qualcuno vuole salire a bordo, si accomodi.

 

Editoriale del Direttore 12 Oct 2019 08:45 CEST

Fine umanità mai

EDITORIALE

Quando, con sentore di strumentalità, si tirano in ballo persone o fatti del passato per giustificare misure dell’oggi, spesso è perché le motivazioni dell’oggi sono scarse o poco convincenti. E’ la sensazione non l’unica: solo la più benevola – che si ricava dalla lettura delle valutazioni usate da Marco Travaglio per contestare la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che ha invitato l’Italia a ripudiare l’ergastolo ostativo – quello senza alcuna possibilità di benefici – in quanto, appunto, inumano.

Travaglio ricorre alla memoria di Falcone e Borsellino per sostenere che loro quella misura, «l’hanno inventata» e dunque chi la critica fa il gioco dei malavitosi, dei mafiosi, dei corrotti. Anzi, dovrebbe avere il coraggio di deturpare il loro ricordo affermando che i due magistrati erano, oltre che inumani, «violatori» della Costituzione. A parte – e questo giornale lo ha scritto più volte – che la verità storica è un’altra e cioè che Falcone, consapevole che l’ergastolo senza condizionale ( citiamo il nostro Damiano Aliprandi) era incostituzionale, non ha escluso i benefici bensì solo allungato i tempi per ottenerli, il nodo vero non è storico- memorialistico bensì culturale.

Quanto il sofisma sia fuorviante è confermato dalla sua stessa essenza: praticamente – e Travaglio infatti lo fa – seguendo quel percorso logico si arriva a sostenere che i giudici europei con i loro verdetti intendono non salvaguardare principi basilari della civiltà e del rispetto della dignità umana bensì surrettiziamente «dare una mano» a mafiosi, malavitosi, corrotti.

Di più. Usando lo schema precedente, perfino Papa Francesco quando sostiene che l’ergastolo ostativo è «una morte nascosta» si pone sullo stesso piano dei giudici di Strasburgo. Per Travaglio la Cedu è «demenziale». Verrebbe da usare stesso aggettivo per le sue argomentazioni. Visto che la Costituzione viene tirata in ballo forse è il caso di ricordarla. Laddove agli articoli 13 e 27 prescrive che «è punita ogni violenza fisica e morale sulle persone sottoposte a restrizioni di libertà», e che «le pene… devono tendere alla rieducazione del condannato». Vale per chiunque: perfino per mafiosi, malavitosi e corrotti. Nessuno vuole rimetterli in libertà gratuitamente: sarà il giudice a stabilire il se e il come. Ma negargli la speranza, solo quella, di lasciare un giorno, per alcune ore, il carcere è roba da aguzzini. Dei mille e passa in quelle condizioni, il ravvedimento anche di uno solo rappresenta una vittoria per tutti. Anche per Travaglio.