Commenti 25 Mar 2020 16:00 CET

Quegli spot di un mondo che non c’è più

Virus e tv. Feste, baci, abbracci, ristoranti, pizze, viaggi: l’amarcord dei consigli per gli acquisti

Accanto alle ore scandite da notizie terribili, da dirette televisive ambientate in piazze e città deserte, sopravvive un mondo gioioso fatto di pic nic all’aria aperta, di fidanzati che si danno un bacio in riva al mare, di amici che organizzano feste a sorpresa. E’ il mondo della pubblicità che non ha fatto in tempo a cambiare, a sintonizzarsi sulla vita degli italiani. L’avete notato? Avete visto il gruppetto di tifosi riuniti davanti alla televisione a guardarsi la partita nel nome del dentifricio per dentiere Polident? O avete fatto caso a Wind Tre che propone un ragazzo scontroso, sempre attaccato al cellulare, il cui padre si cruccia non sentendosi amato? In realtà il figlio gli sta organizzando un party per il suo compleanno. E quando apre la porta di casa, lo abbraccia per primo Fiorello e poi tutti gli altri convocati. Baci, strette di mano, “droplets” ( goccioline) nell’aria che più non si può. Ma questo è il mondo virtuale, una volta il nostro mondo. Forse non si era mai visto in precedenza uno scollamento così manifesto tra noi e i prodotti sponsorizzati. Tutti contratti commerciali fatti prima del virus, spot da onorare, ma che oggi ci sembrano “piccole provocazioni”.

Che ci fanno, per esempio, tutti quei signori in strada, vispi, allegri, a passeggio nel corso cittadino? Hanno dormito bene e si sentono in forma grazie a ZZZquil, sedativo naturale. Fateci caso. Guardate “i consigli per gli acquisti”, come li chiamava Maurizio Costanzo, con occhi diversi.

Tutto quello che ci propongono è proibito, pena sanzione e carcere. “Ehi Mercedes, portami in pizzeria!” Ma vogliamo scherzare? Primo: la macchina deve stare al parcheggio, secondo la pizzeria è chiusa, sbarrata. Nella nostra solitudine, barricati in casa, apprendiamo che chi sceglie Allianz “non sarà mai solo”. Con invidia vediamo due innamorati pomiciare in una giornata di sole, complice la compagnia assicurativa. Che strana situazione. Di solito i pubblicitari, per professione, devono anticipare le tendenze, intuire e promuovere i consumi possibili. Invece adesso che tutte le regole del nostro ordinato mondo sono saltate, la pubblicità ci ricorda quello che siamo stati e speriamo presto di tornare ad essere. “Se sei uno da formaggio, vai in montagna”, ti sussurra con faustiana crudeltà, lo spot caseario. Magari potessimo farlo, di andare in montagna. Qui nessuno si muove, dobbiamo salvarci la pelle e del formaggio possiamo sinceramente farne a meno, anche se ci piace da morire.

A noi serviva il magnesio per sentirci in forma, per far fronte alle lunghe giornate di lavoro. “Sei sempre di corsa” – ti dice una voce fuori campo – ti serve Mag”. Anche no, grazie, magari non ora che al massimo navighiamo tra cucina e salotto, passando per il corridoio.

Certo, la pubblicità non può registrare l’imponderabile. Non l’aveva fiutato. Ma del resto nemmeno l’Oms aveva capito la portata devastante del virus. Perciò godiamoci queste finestre di leggerezza surreali: piazze piene per l’aperitivo, famiglie riunite, a meno di un metro, nonni e nipoti vicini, macchine che sfrecciano verso il mare, fidanzati in Vespa ( ce li propone una compagnia assicurativa), raffreddori vissuti senza angoscia. Frammenti del mondo di prima, che tornerà.

Merita una segnalazione, infine, l’appuntamento quotidiano con Autostrade. Sei schermi alle spalle dell’annunciatrice. Sei schermi su autostrade deserte, solo qualche furgone autorizzato. Continuano a dirci come va il traffico ogni tot ore. Ed è un esercizio di rara astrattezza.

 

Prima pagina 24 Mar 2020 07:49 CET

Parti sociali e virus nel triangolo delle Bermuda

EDITORIALE

Ecco, arrivano anche i droni. Chissà se ce n’è uno capace di individuare dove comincia la filiera delle “attività non essenziali” e interromperla. Giusto per evitare che il confronto governo- imprenditori- sindacati si trasformi in un Triangolo delle Bermuda dove si inabissa la coesione sociale. Per carità di Patria, senza enfatizzazioni e neppre sconti, mettiamo tra parentesi le polemiche sul “notturno comunicativo” di palazzo Chigi e veniamo al merito. Bene o male, gli italiani hanno accettato le condizioni di guerra imposte dal Coronavirus e sono per lo più rimasti a casa. Per paura del contagio; e perchè convinti che il governo, seppur tra incertezze e qualche confusione, fosse in grado di gestire “l’ora più buia” dal dopoguerra ad oggi. Il decreto del sabato sera ( scorso) ha provocato una crepa in questo sentiment, col pericolo di effetti perniciosi.

Lo scontro tra parti sociali, infatti, può diventare la scintilla capace di accendere il falò dove si bruciano consensi ( all’esecutivo e a chi lo sostiene) e accettazione ( delle misure di distanziamento sociale). Può insomma segnare il picco – ahimè non sanitario bensì sociale – della dissoluzione del mastice necessario a tenere unita la Nazione e a bada gli animi per gestire prima e superare poi l’emergenza Coronavirus. Specie se quello scontro si innesta sul terreno minato della divaricazione tra potere centrale e Regioni, che poi è il vero nervo scoperto della crisi. Se “serrata” doveva essere, bisognava dichiarala prima, senza incertezze. E’ stata scelta un’altra strada e solo i prossimi mesi ci diranno se è stata quella giusta. In ogni caso la procedura verso il rallentamento dell’attività produttiva va spiegata bene e con chiarezza ai cittadini; già fiaccati da una prova durissima non possono sopportare l’incubo di veder saltare in aria i loro posti di lavoro. Se una tale iattura infatti si determinasse, l’intelaiatura stessa dell’ordine pubblico sarebbe a rischio, diventando benzina per focolai di disobbedienza civile. Come pure non è riproponibile l’alternativa tra salvaguardia della salute o dell’occupazione: c’è già stata l’Ilva, basta e avanza.

D’accordo: facile a dirsi, difficilissimo a farsi. E tuttavia indispensabile. Governo, presidenti di regione, sindacati e imprenditori si prendano la loro parte di responsabilità e dicano la verità agli italiani. Se necessario, pagando ciascuno la quota parte di impopolarità.