Commenti & Analisi 13 Feb 2020 19:45 CET

Regionali, puzzle per il binomio Pd- M5S Salvini-Meloni, duello per la leadership

Il progetto di alleanza regionale immaginata dal Pd continua a scontrarsi con le resistenze del movimento. Centrodestra in fibrillazione

Sarà una primavera bollente per la politica italiana. Sollevando lo sguardo dallo scontro in atto sulla giustizia, bypassando il prossimo duello interno alla maggioranza ( magari sulle concessioni autostradali) si possono facilmente intuire le sagome delle urne. Non le elezioni politiche anticipate – rese praticamente impossibili nel breve periodo dal combinato disposto del referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari e, con la probabile vittoria dei sostenitori della riforma, dell’inutilizzabilità del Rosatellum – ma le Regionali. Magari il lettore si starà godendo la ( semi) pausa dalla campagna elettorale permanente della politica italiana dopo l’accoppiata Emilia- Romagna e Calabria, ma i motori della propaganda sono pronti a riattivarsi. E con loro, anzi prima di loro, i movimenti dei partiti.

Nella coalizione di governo il progetto di alleanza regionale e locale immaginata dal Pd continua a scontrarsi con le resistenze di parte dei vertici del MoVimento e, soprattutto, con la base grillina che, regione dopo regione, manda segnali di aperta criticità rispetto a questa prospettiva. In Campania nemmeno l’impegno personale del presidente della Camera ha potuto ribaltare un orientamento locale fortemente ostile al Pd. In Toscana la base non sembra intenzionata a convergere sul candidato del centrosinistra Eugenio Giani; in Liguria, nonostante le pressioni del vicesegretario dem Orlando, il M5S non ha ancora preso una posizione, mentre i grillini pugliesi non sono disponibili ad appoggiare Michele Emiliano. Un puzzle complicato e, al tempo stesso, surreale visto che, mentre si tratta, il MoVimento ha già scelto i propri candidati presidenti in 4 delle 6 Regioni chiamate al voto.

Ad aumentare la tensione nel campo delle forze di governo il fatto che quelle di primavera saranno le prime elezioni in cui Italia Viva si confronterà con il consenso degli elettori e in Puglia guiderà l’alternativa moderata e liberale al candidato del Pd. Con queste premesse lo scontro sulla prescrizione rischia di essere solo l’antipasto di fibrillazioni sempre più forti per il Conte2.

Tuttavia, le maggiori novità riguardano il centrodestra. Se a livello nazionale nelle ultime 3 legislature i rapporti tra Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia sono stati contrassegnati da spaccature ( governo Monti, governo Letta, governo Conte 1), a livello regionale e territoriale la coalizione ha sempre mantenuto una sostanziale compattezza. Una solidità che, tuttavia, oggi sembra venuta meno: nessuno strappo in vista, ma tanta voglia di mettere in discussione certezze ed equilibri. Il braccio di ferro sulle candidature di Puglia e Campania è lo specchio delle pulsioni che attraversano il centrodestra. Da un lato Salvini che prova a prendersi uno spazio nel Mezzogiorno per dare ulteriore corpo e sostanza al progetto “nazionale” della Lega; d’altra Giorgia Meloni intenzionata a confermare la crescita di rilevanza del suo partito nella coalizione. Un duello sulle candidature a presidente, ma con un obiettivo chiaro: la leadership del campo sovranista. Importanti saranno anche i toni che il leader della Lega userà nella prossima campagna elettorale. Salvini riprenderà la grancassa sovranista, anti- migranti e populista oppure avvierà veramente quel percorso moderato che tanti vedono come il naturale approdo nel viaggio verso Palazzo Chigi?

A ben guardare, il segretario della Lega sembra non avere le physique du rôle del politico moderato e la gestione del caso Gregoretti ne è stata l’ultima conferma – ma, soprattutto, non sembra affatto interessato a far sfoggio di moderatismo. Trump, in fondo, continua far scuola: quel tipo di leadership ha nella sua radicalità la propria forza. Ma, accanto a quel che Salvini vorrà fare, c’è quello che Salvini dovrà o sarà costretto a fare. E se in Toscana potrà riproporre la narrazione della liberazione della regione rossa, dei porti da chiudere e dei migranti da tener lontani dal nostro Paese con tanto di eccessi verbali e non solo, lo stesso non potrà fare in Veneto. Lì la Lega è ontologicamente forza di governo, una forza tranquilla e rassicurante. Ma il Veneto per la Lega è anche il ricordo del movimento delle origini, dei duelli tra la Liga Veneta e Bossi e una mai sopita rivalità. In Veneto, insomma, non ci sono citofoni da suonare e Luca Zaia farà di tutto per evitare di trasformare la sua Regione nell’epicentro della propaganda sovranista. A quelle latitudini la Lega vincente è ancora quella tradizionale e certi toni e alcuni atteggiamenti dell’ex ministro dell’Interno potrebbero allontanare pezzi di elettorato. Serviranno allora due Salvini per nascondere che la Lega non è quel monolite politico narrato in questi anni anche perché quel pezzo di Carroccio non si è rassegnato fare da comparsa.

 

Giustizia 25 Jan 2020 14:30 CET

Nelle piazze lo scontro tra madri dolenti e figli inquieti

IL CORSIVO

Il palco della Lega a Bibbiano sfilano le madri, nella piazza accanto i figli grandi cantano. Da una parte genitrici dolenti, con storie terribili amplificate da un battimani chiamato da Salvini.

Dall’altra ragazzi che chiedono pur confusamente – che la politica faccia la politica e non scimmiotti la televisione del dolore per lucro elettorale. Quel che è andato in scena nella cittadina emiliana divenuta suo malgrado simbolo di una provincia ricca e inquietante, è lo scontro tra due archetipi della tragedia classica più che della politica.

Il leader leghista, mattatore della campagna elettorale in Emilia tanto da oscurare la vera candidata col motto «perché ce lo chiedono le mamme e i papà», sceglie la figura potente dei genitori e ha sfruttato sino all’ultimo il dramma di Bibbiano e dei suoi bambini forse strappati alle famiglie, sventolando la paura maggiore di un genitore: quella di perdere i figli. Di questa paura – per quanto poco c’entri con la politica – ha fatto la cifra della sua opposizione al modello “rosso” emiliano, cavalcando un caso mediatico- giudiziario.

A cui si è aggiunta, manna dal cielo per la sua retorica, anche la madre disperata del piccolo Tommy, bimbo rapito e ucciso dai suoi sequestratori, una dei quali ha ricevuto un permesso premio.

Anche questo, le presunte storture del sistema dell’esecuzione delle pene detentive, c’entra meno di nulla con l’amministrazione della Regione Emilia Romagna.

Eppure, quella madre rabbiosa e piangente cercava un luogo da cui gridare il suo dolore e l’ha trovato. Accanto a uno striscione fatto avvicinare al palco, con scritto “Comunisti ladri di bambini”. Le sardine, invece, radunate nella piazza accanto, erano fatte di tanti giovani, una generazione dimenticata dalla politica ma di certo figli di qualcuno, che chiedevano di smettere di «strumentalizzare un paese» che non può essere ridotto a un’inchiesta giudiziaria per altro ormai diventata una «macchina del fango».

Era da tempo che non si vedevano tanti ragazzi in piazza in vista di una concomitanza elettorale e questo, forse, rimarrà il vero merito di un movimento ancora confuso sulla strada da prendere ma almeno solido su un punto: «Pensate con la vostra testa».

Perché Bibbiano non è solo un’inchiesta giudiziaria e il dramma dei bambini non c’entra con il quesito delle urne di domenica. A breve si scoprirà quale voce è arrivata più in fondo alle coscienze.

 

Editoriale del Direttore 25 Jan 2020 08:00 CET

Sono elezioni mica gratta e vinci

Il nodo vero del voto di domani riguarda un tema fondamentale: se e come è possibile governare avendo contro la maggioranza degli elettori

È fortemente improprio e inutilmente fuorviante far pesare temi nazionali sul voto amministrativo dell’Emilia-Romagna che stabilirà chi governerà la Regione, e nient’altro. Vale anche per la Calabria, sorprendentemente sottostimata.

È altrettanto ingenuo nonché pericolosamente sminuitivo prevedere che qualunque sia l’esito – soprattutto, e ovviamente, se sfavorevole ai partiti della maggioranza – nulla cambierà nel panorama politico e governativo del Paese. E’ uno dei tanti, e gravi, paradossi italiani: tra un manciata di ore vedremo se e come verrà superato.

Tuttavia il nodo vero del voto di domenica riguarda un tema sempre più pressante e meno eludibile da quando, nell’agosto scorso, l’alleanza gialloverde naufragò senza che abbia fatto seguito una disanima approfondita dei perché e delle conseguenze. Così è rimasta inevasa la madre di tutte le questioni: e cioè se e come è possibile governare avendo contro la maggioranza degli elettori.

Il problema si riproporrà da lunedì sia che alla fine, magari per una incollatura, prevarrà il governatore uscente Stefano Bonaccini e il Pd tirerà un sospiro di sollievo; e con maggior forza se invece la Lega dovesse espugnare il territorio più rosso di sempre e da sempre. Non si tratta di vaticinare se il governo Conte resterà in sella oppure no.

È palese che in ogni caso Zingaretti (ma se perde si dimette?) e il reggente M5S Vito Crimi continueranno a sorreggerlo, e anzi vi si aggrapperanno come non mai. Pour cause: l’alternativa infatti sarebbe consegnarsi al Capitano senza neppur poter invocare la clemenza della Corte.

Il governo andrà avanti comunque, puntellato anche dalle regole che riguardano la celebrazione dei referendum (c’è pendente quello sul taglio dei parlamentari) e che rendono di fatto impraticabile il binomio crisi-elezioni anticipate.

Ma tra sopravvivere e governare la differenza è enorme. Per di più, appunto, se il sentimento popolare e i voti nei seggi squadernano un indirizzo diverso se non addirittura opposto a quello che vige nel Palazzo: Chigi compreso. Le mossa pre-elettorali come la riduzione del cuneo fiscale, possono dare una indicazione. Che rimane di corto respiro. Servirà qualcosa di più corposo, per esorcizzare lo spettro della resa.

 

Editoriale del Direttore 14 Jan 2020 07:45 CET

Comunque vada, sarà un successo…

Istituzionalmente, è ineccepibile: sono elezioni regionali, non coinvolgono gli equilibri politici nazionali. Dal punto di vista politico, invece, le…

Istituzionalmente, è ineccepibile: sono elezioni regionali, non coinvolgono gli equilibri politici nazionali. Dal punto di vista politico, invece, le cose cambiano: innumerevoli i casi di risultati amministrativi che hanno provocato sconquassi nel Palazzo. Che dunque il doppio voto di Emilia che Calabria – più il primo del secondo – faccia fibrillare partiti, governo e opposizioni non sorprende. Tuttavia lo stesso colpisce la spessa colata di cemento che a stretto giro è arrivata da Zingaretti, Di Maio e per ultimo da Conte, volta a rinforzare le traballanti fondamenta della maggioranza giallorossa. Un “coretto” a tre con ritornello unico: qualunque sia il risultato elettorale, il governo va avanti.

Ai cronisti più smaliziati tanta assertività sparsa a piene mani dai due partiti maggiori e da palazzo Chigi – della serie ( e con un pizzico di ironia) “comunque vada, sarà un successo” – fa nascere il sospetto che i sondaggi non siano poi così lusinghieri e che, in sostanza, si mettano le mani avanti per non cadere indietro. Ma, appunto, sono malignità.

Bisogna prendere per buono l’intendimento dei tre leader e dunque cercare di stabilire su quali binari procederà il convoglio governativo per arrivare fino in fondo alla legislatura. Con il conclave nel reatino, e tra poco con il congresso con cambio di nome al partito, Zingaretti sembra inseguire l’obiettivo di farsi riconfermare alla segreteria indipendentemente, appunto, dalle conseguenze di possibili rovesci nelle urne. In fondo perdere l’Emilia nell’immaginario collettivo equivarrebbe alla cacciata da Bologna nel 1999 ad opera di Giorgio Guazzaloca: una ferita mai più suturata. Per Luigi Di Maio blindare il governo significa mantenere comunque un ruolo politico prioritario anche nel caso dovesse fare un passo indietro da capo politico del MoVimento. Per Conte, infine, la partita si gioca sui contenuti. Aver evocato il taglio dell’Irpef, cometa assieme alla lotta all’evasione fiscale, vanamente inseguita da tutti gli esecutivi dagli anni ’ 90 in poi, mira a scompaginare la riva su cui è seduto il centrodestra in attesa di veder passare i brandelli della maggioranza. Al dunque, un continuo un gioco di annunci. Vince chi farà l’ultimo.