Commenti 21 Feb 2020 20:37 CET

Grillo, il re dei ratti e le nuove tecnologie. Ma la “democrazia casuale” non funziona

La rappresentanza parlamentare, con tutti I suoi difetti, è “la meno peggio delle possibili”, mentre l’idea della sovranità popolare è mitolo…

Il re dei ratti. Così ha titolato Grillo nel suo Blog il suo ultimo intervento sulla democrazia e le sue forme rappresentative. «Il Re dei ratti – spiega – è un termine folkloristico per riferirsi a un insieme di roditori legati insieme dalla coda e ritrovati in questa posizione una volta deceduti o più raramente mentre ancora in vita. Questa è la politica oggi, questo è il risultato delle democrazie rappresentative». Si chiede quindi ( l’ex?) guru del M5S se non sia il caso di realizzare un esperimento per rinnovarla, questa democrazia. Nell’era digitale, con l’avvento potente e prepotente di tecnologie inedite, essa ha infatti bisogno di rigenerarsi coerentemente con società profondamente cambiate.

«Le democrazie rappresentative di tutto il mondo – sostiene il comico genovese – scricchiolano, sanno di antico. Facendo un parallelismo con la tecnologia qualcosa non torna. Se guardiamo l’evoluzione delle tecnologie, vediamo qualcosa di diverso rispetto ai sistemi democratici. Dovunque c’è innovazione, ma non nelle democrazie».

Riporta quindi un esperimento operato in Belgio col nome di G1000 l’ 11 novembre 2011, quando 1000 cittadini – selezionati a caso ma che rispecchiavano la composizione della società – s’erano riuniti per discutere del futuro del Paese sotto la guida di esperti nei vari settori, potendo esprimere in totale libertà il proprio pensiero, a prescindere dal livello d’istruzione e di competenza. Analizzate tutte le proposte messe sul tavolo, si era passati alle votazioni.

Un esperimento che in realtà non genera nulla di mutuabile. E se a Grillo ha suggerito invece per il futuro l’estensione di quel modulo a livello elettorale, a me ha fatto venire in mente qualcosa del passato: esattamente, l’Eliea. ( Il più importante tribunale dell’antica Grecia). L’Eliea incarnava forse la più “democratica” delle “forme democratiche”: quella legata alla casualità. Ad essa – per sorteggio nel numero di 6000 ( che nel diritto pubblico ateniese rappresentava l’unanimità), vale a dire 600 per tribù con una retribuzione di 2 oboli al giorno – potevano accedere tutti i cittadini maschi superiori ai 30 anni e in possesso dei diritti civici: vale a dire, un corpo elettorale non superiore al 20%.

Proporre – come fa Grillo – la “democrazia casuale” ha la sua innegabile fascinazione ( come dimostra l’entusiastica adesione di un quotidiano) pari però alla sua speculare impraticabilità. Le società attuali, caro Grillo, sono però organismi complessi, che nulla hanno a che fare con quella di Pericle, così come pretestuoso è stato il ricorso grillino alle sperimentazioni – spesso ardite per non dire altro – della Rivoluzione francese. A questo punto, è forse il caso di fermarsi con le famose bocce ferme, perché molto grande appare la confusione sotto il cielo della democrazia. In quella diretta ( di stampo ateniese), il ruolo del cittadino ( che poteva votare, sempre quel 20%) si riduceva a un semplice sì o no relativamente a proposte articolate presentate da gruppi politici ed economici.

In quella rappresentativa ( di stampo occidentale), il rappresentante di un gruppo di cittadini esprime un parere coerente col gruppo che lo ha eletto. Possiamo immaginare come potrebbe mai esprimersi il corpo elettorale nel suo insieme se interpellato su temi quali bioetica, tassazione, scuola, giustizia, sanità, eccetera, che necessitano di una mediazione politica? Prendiamo la forma di democrazia diretta moderna più praticata: la referendaria. Essa è la più esposta sul piano dell’articolazione semplicistica col suo sì o no.

In presenza di punti molto sensibili sotto il profilo emotivo ( ad esempio legati alla giustizia quale potrebbe essere la pena capitale) si rischierebbe una prevalenza del pathos sul logos perché condizionati dal livello alto o basso di omicidi in quel periodo. In finale di partita non resta che constatare che tertium non datur relativamente alla democrazia rappresentativa parlamentare: si può discutere sul numero dei parlamentari in coerenza col numero degli elettori, ma altre forme di democrazia nelle società 2.0 sono obiettivamente impraticabili. A fuorviare spesso il pensiero sulla declinazione della democrazia è la cosiddetta “sovranità popolare”. Che è un mito.

La natura autentica dei sistemi democratici sta nel rapporto fra istituzioni e suffragio universale ( elezioni) coerentemente con una società in movimento. Quella della rappresentanza parlamentare è l’unica strada che ha finora garantito una democrazia larga: se non ha consentito – non poteva farlo né doveva farlo – il “potere al popolo”, ha permesso progressi ora dati per acquisiti, ma ottenuti proprio grazie a quella formula democratica. In buona sostanza, bisogna togliersi dalla testa la mitologica idea della sovranità popolare ( intesa come potere al popolo), e “rassegnarsi” alla constatazione che questa formula, quella della democrazia della rappresentanza parlamentare – con tutti i suoi difetti – è, per dirla con Churchill, la meno peggio delle possibili.

Lasciando al suo tempo quella Greca spesso citata a sproposito, dalle grandi rivoluzioni d’Occidente quali l’inglese, la americana, la francese, il dibattito che ha spesso diviso i fronti pro e contro la democrazia rappresentativa non è mai scemato, percorrendo una strada sinusoidale che nel caso di Grillo& C. ha creduto di poter applicare la tecnica alla filosofia politica, con grande disappunto per la buonanima di Emanuele Severino, che fino all’ultimo istante della sua vita ha avvertito contro i pericoli della tecnica.